Una bella giornata di sciopero

01/12/2004

    mercoledì 1 dicembre 2004
    pagine 1 e 3

    L’Italia ha detto no a Berlusconi
    Una bella giornata di sciopero
    Epifani, Pezzotta, Angeletti: un grande successo, il governo è isolato nel Paese

    Oreste Pivetta

    MILANO Giornata particolare. Non è stata soltanto la giornata dello sciopero, lo sciopero di milioni di lavoratori che lungo la penisola hanno deciso di manifestare le loro contrarietà e le loro preoccupazioni, dei tanti cartelli e dei tanti striscioni che in corteo raccontavano di crisi industriali, di tagli ai servizi, di riforme che investono a rovescio (ad esempio della scuola privata e della sanità privata). È stata anche la giornata di Prodi, che riprende in mano la politica italiana, e della compagnia Bondi, Cicchitto, Brunetta più qualcun altro che chiudono gli occhi e sognano le loro verità, qualcuno più sognatore degli altri come la portavoce azzurra, Bertolini.
    Proprio la signora Bertolini due giorni dopo aver salutato con compiacimento le taglie di Calderoli spiega adesso che «l’Italia saprà anche comprendere lo sforzo fatto dal governo Berlusconi per rendere questo Paese più moderno, più giusto e più competitivo». Non risparmia gli aggettivi.

    È stata la giornata dei giornali fratelli di Berlusconi, che s’inventano concordi e strillano: è uno sciopero contro la riduzione delle tasse… o di Studio Aperto, che, lungimirante, tace sullo sciopero ma s’informa e informa sui disagi conseguenza dello sciopero… oppure dell’Istat costretta a segnalare che i posti nella grande impresa calano ancora, ottomila in un mese (al netto della cassa integrazione). A proposito di disagi. È stata anche la giornata di una donna di Campalto, un paese vicino a Venezia, morta in fabbrica, travolta da una pala meccanica: era immigrata da Capua e aveva trentasette anni.


    Milioni di lavoratori sono scesi in strada, altri, molti altri, sarebbero scesi se avessero potuto, i sindacati non sono sembrati mai così uniti, c’erano precari d’ogni ordine e grado, c’erano ospedalieri e universitari, sotto le loro bandiere camminavano tanti pensionati, c’erano vecchie aziende in difficoltà, aziende sparite (a Milano l’ultimo battagliero drappello dell’Alfa di Arese) o di aziende nuove già cotte, new entry di lotte e cortei come la compagnia aerea Volare o un’oscura fino a poche settimane fa fabbrica di motori elettrici di proprietà brasiliana, la Embraco che sta a Torino. Nei cortei o alle tribune, si mostravano i sindaci o i presidenti regionali, tanti amministratori, come Chiamparino, Rosa Russo Jervolino, Bassolino, Veltroni, Cofferati, Pericu… Bene che vada per Berlusconi e la sua destra, qualcosa di più di mezzo paese contro, da Milano a Palermo. «In settanta città – ha ricordato ad esempio il segretario della Uil, Angeletti, che era a Torino – si stanno svolgendo manifestazioni. Nelle piazze c’è la parte migliore del Paese: ci sono le persone che lavorano, che pagano le tasse, che creano ricchezza, loro non stanno dalla parte di chi critica lo sciopero e vende illusioni». Mezzo paese che lavora o vorrebbe lavorare, più, magari, la Confindustria, più i commercianti e gli agricoltori.


    A Confindustria s’è richiamato Guglielmo Epifani leader della Cgil, che era a Milano: lo “scandalo” non è «l’interesse comune per sostenere le imprese e chi vuole fare impresa, sostenere l’industria italiana e lo sviluppo». In televisione, proprio il vicepresidente di Confindustria, Ettore Artioli, gli rispondeva (e rispondeva agli ipercritici di centrodestra): Confindustria non va a braccetto con i sindacati, io non sciopero, Montezemolo non sciopera ma… «dobbiamo continuare sulla linea di un rapporto proficuo di dialogo e continuità con le organizzazioni che rappresentano le risorse fondamentali del sistema economico: i lavoratori».


    Lo scandalo, secondo Epifani, sono le promesse mancate del governo. Alcuni esempi: il taglio delle tasse nel patto con gli italiani valeva sei volte quello attuato, la riduzione dell’Irpef è uno specchietto delle allodole per dare «poco a tanti, niente a molti e tanto a pochissimi».


    Se queste sono le condizioni, perchè un sindacato che proclama uno sciopero dovrebbe sentirsi isolato? Savino Pezzotta, sotto la pioggia di Venezia, ha ringraziato quanti «hanno voluto esprimerci con la loro straordinaria partecipazione, il pieno sostegno alla nostra iniziativa»: «Un consenso che ci stimola a dare continuità alla nostra azione per aprire una stagione di vera crescita per il Paese, a partire dal Mezzogiorno…».


    Il Mezzogiorno resta in questa Italia del terzo millennio la questione fondamentale: il Mezzogiorno, tra Napoli, Palermo, la Calabria, Bari s’è fatto sentire, le percentuali dello sciopero sono quelle che si sono contate al Nord, in Lombardia, in Piemonte o in Emilia Romagna.


    Ascoltiamo Claudio Barone, segretario siciliano della Uil, a Palermo, appunto: «Lo sciopero generale è contro una Finanziaria che nega i fondi per i contratti dei lavoratori del pubblico impiego, che taglia le risorse agli enti locali (meno 311 milioni di euro alla Sicilia), che colpisce la funzionalità della scuola pubblica in maniera grave. In Sicilia il ticket sui farmaci, su cui l’assessore continua a pasticciare, è esemplificativo di come si fanno pagare ai cittadini tasse sulla mala-amministrazione pubblica. Il tutto, a fronte di benefici fiscali della finanziaria che per i redditi di lavoro dipendente sono di poche decine di euro. Nè questa finanziaria farà ripartire lo sviluppo: le poche risorse aggiuntive, già troppo esigue, non sono state destinate al Sud ma sono state spalmate in tutto il Paese, in omaggio al diktat della Lega. Non ci saranno reali incentivi a nuovi investimenti e nuova occupazione…».

    A Bari in corteo c’erano persino i carabinieri (in borghese). A Napoli (il doppio, otto ore) gli slogan erano anche contro la camorra: «L’intervento straordinario per la sicurezza è sbagliato, bisogna invece continuare ad attaccare i patrimoni dei clan, dare mezzi alla Polizia per combattere la criminalità, creare lavoro per i giovani», chiedeva Guglielmo Errico, segretario provinciale della Cgil.
    A Roma hanno manifestato pure gli operatori dello spettacolo, in una assemblea al Teatro dell’Opera. E tra gli altri sedevano Sabrina Ferilli, Andrea Giordana, Massimo Ghini (presidente sindacato attori), Massimo Dapporto, Citto Maselli e Ugo Gregoretti. Anche loro contro i tagli. Si dovrebbe continuare: Abruzzo, Toscana (chiuso anche Palazzo Pitti), Venezia (con le grande imprese chimiche ferme), Livorno, Perugia, Foggia, Caserta, Cagliari, Terni (alla Thyssen Krupp)…


    Lasciamo la penultima parola al sottosegretario ex socialista Maurizio Sacconi, a testimonianza di una certa idea di democrazia: «Tirem innanz, senza cedere a una piazza tutta politica».


    Sprezzante. L’ultima parola, conciliante, al compagno di partito e di fede governativa, Gianni De Michelis: «Lo sciopero rappresenta un monito a riprendere l’unica strada veramente costruttiva del confronto e del dialogo al fine di definire obiettivi positivi e concordati…». Pure la Confindustria, passato D’Amato, deve aspettare fuori dalla porta…