Un voto per i diritti

23/01/2003



          23 gennaio 2003

          Un voto per i diritti
          Il comitato promotore del referendum per l’estensione dell’art.18 lancia l’appello al voto utile e rifiuta ogni speculazione politica


          FRANCESCA PILLA


          Ormai è deciso. Dopo la sentenza della Corte costituzionale, la scorsa settimana, si andrà alla consultazione popolare sulla possibilità di estendere la tutela dell’articolo 18 alle aziende sotto i 16 dipendenti. Così come hanno spiegato i promotori dell’iniziativa ora non c’è più tempo per tergiversare, «è in ballo una questione che riguarda tutta la società civile», specificando che sui diritti «non si vuole fare alcuna operazione all’interno della sinistra, né costruire nuovi schieramenti». Bisogna entrare nel merito del quesito, quindi, e spiegare ai cittadini che il referendum non è una «iattura», ma uno strumento istituzionale e in una democrazia ne va rispettato il ruolo fondamentale di equilibrio, un potere del popolo nei confronti della legislatura. Inoltre si tratta di una «battaglia di libertà, democrazia e dignità», perché secondo i dati di Bankitalia la questione interessa il 95% delle imprese italiane, oltre tre milioni di lavoratori che uniti a due milioni di atipici e tre di lavoratori a nero formano un grande esercito di senza tutele. Con queste premesse, il comitato nazionale per il «Sì» prepara la sua lunga campagna ed è il presidente Paolo Cagna Ninchi a tirare le fila di quella che sembra diventato un appuntamento cruciale, non solo per la sinistra, ma per tutti i lavoratori. Se si vince, infatti, il quesito oltre a essere abrogativo è concepito in modo da non rendere necessario un intervento legislativo: la riforma sarebbe applicabile a partire dal giorno dopo la consultazione. In più, si darebbe uno stop al governo che preme per l’abrogazione definitiva dell’articolo 18. Al contrario, però, un’eventuale sconfitta, potrebbe aprire la strada alla cancellazione per tutti, del diritto di reintegro al posto di lavoro. Anche se questo è l’obiettivo del governo, a prescindere dal referendum.

          E’ chiaro che il terreno è scottante. In gioco ci sono mesi di mobilitazioni dei lavoratori: dalla manifestazione del 23 marzo, quando in piazza scesero 3 milioni di cittadini, allo sciopero generale del 16 aprile, fino alla raccolta di oltre 5 milioni di firme per la campagna Tutogli Iofirmo promossa dalla Cgil. L’importante è chiarire a tutti il senso del quesito: «E’ giusto licenziare arbitrariamente o è giusto garantire tutele uguali per tutti?». Per il comitato, se passa questo approccio ci sono molte probabilità di vincere: «I cittadini comprenderanno che è possibile acquisire maggiori diritti e decideranno indipendentemente dalle indicazioni di voto», spiega Natale Ripamonte dei Verdi. E Cesare Salvi, sinistra Ds, rincara la dose: «I cittadini, aldilà delle proprie opinioni politiche, possono decidere in modo definitivo se sia giusto che siano più facili i licenziamenti o se ci debba essere una tutela. Questo è il tema, tutto il resto è contorno». E a sostenere la causa si schiera un ampio fronte politico-sociale, oltre a Rifondazione, Verdi, il correntone dei Ds, la minoranza della Cgil, la Fiom, i sindacati di base, ci sono anche i forum sociali e la maggioranza di quel popolo che si riunisce in questi giorni a Porto Alegre.

          Sulle polemiche scatenate dal referendum negli ultimi giorni, il comitato prende una posizione decisa: «Non è una scelta politica tra Cofferati, D’Alema o Bertinotti», ha spiegato Cagna, sottolineando inoltre che «nessuno è contrario alla possibilità di una legge, ma al momento non ci sembra che in parlamento ci siano i presupposti». Vi è, poi, un’altra questione di rilievo che vede posizioni diverse anche all’interno del comitato: la possibilità di accorpare in primavera le elezioni amministrative (che interesseranno circa 13 milioni di cittadini) con il voto referendario. «Buon senso non viziato da malizia politica consiglierebbe l’accorpamento», ha detto Alfonso Gianni del Prc. Di parere contrario Gianni Rinaldini, segretario della Fiom, che ha posto l’accento sulla necessità di una riflessione. L’idea infatti è che consultazioni separate rimarcherebbero lo sganciamento dalla politica, mettendo al centro esclusivamente la questione delle tutele:«Il referendum – ha detto Rinaldini – serve a dare forza ai lavoratori, difendere i loro diritti che devono essere riaffermati come condizione per avere dei normali rapporti nelle fabbriche». L’ultimo invito alla riflessione è stato rivolto alla Quercia e a Cofferati, perché se da un lato per le dichiarazioni di voto c’è tempo, bisogna al più presto prendere posizione.

          Le reazioni dal mondo politico non si sono fatte attendere. Il ministro Maroni, nel bocciare l’ipotesi di una legge per evitare il referendum, ha proposto d’istituire un comitato per il «No» e Fini lo ha seguito a ruota dando da subito la propria adesione. Sul versate sindacale, invece, mentre Patta, segretario confederale della Cgil, ritiene gravissimo che organizzazioni sindacali o partiti politici progressisti possano optare per il no o invitino a disertare il referendum, Bonanni della Cisl afferma che probabilmente la loro indicazione di voto non sarà favorevole.