Un terzo degli italiani ha già dimenticato il sabato di riposo

07/12/2005
    mercoledì 7 dicembre 2005

      SETTIMANA CORTA

        Per molte categorie il week end è già un ricordo: una rivoluzione degli orari tra mille contraddizioni, senza alle spalle un disegno sociale

          Un terzo degli italiani ha già dimenticato il sabato di riposo

          Oreste Pivetta

            A scuola ci insegnarono che Dio lavorò sei giorni e il settimo riposò. Così nacque la domenica, per lodare il padreterno. Poi in epoca più recente alla domenica di preghiera, s’aggiunse il sabato della spesa, perchè il “sabato italiano”, subentrato al “sabato fascista” dedicato agli esercizi ginnici e alle sfilate in camicia nera, diventò conquista di massa negli anni sessanta, risorgenti dalle tenebre della guerra e ottimisti di consumi e vacanze, anni da società che intravvedeva di fronte a sè un futuro opulento, tutto merci e settimane bianche. Era anche una società di grandi fabbriche e di orari rigidi, di ferie scandite con millimetrica precisione e possente mobilitazione, quando davvero si “chiudeva” e cominciava l’esodo di tute blu e colletti bianchi verso i lidi o le montagne, quando le città si camuffavano da day after. Roba da catena di montaggio e da fabbrica taylorista, quando di flessibilità si parlava solo per le canne da pesca. Come sempre, in campo industriale, da sperimentatori s’erano misurati gli inglesi che avevano introdotto il “sabato inglese”, mezza giornata soltanto da aggiungere alla domenica, nel 1848, insomma ai tempi della nostra guerra d’indipendenza, con la prima legge che aveva stabilito gli orari per filatori e tessitori. In Italia l’idea del “sabato inglese” arrivò molto più tardi, nel 1912, quando la Fiom di Torino s’impegnò in una dura battaglia contrattuale. Sette anni dopo si fissò la giornata di otto ore. Qualche anno ancora e il fascismo, con gran senso della propaganda e secondo la vocazione paternalista-collettivista, avrebbe cercato di appropriarsi dei week end, inventandosi le esibizioni sportive e le gite in treno.

              La grande rivoluzione fu tutto merito del nuovo dio in terra, cioè il consumismo: si doveva consumare, i consumi erano diventati propellente d’ogni progresso, il sabato di riposo era studiato apposta per agevolare il consumo.

                Che si chieda oggi di lavorare il sabato può sembrare un’altro sassolino gettato in mezzo agli ingranaggi di una complicata ed aspra vertenza sindacale oppure un altro segno del cambiamento nell’organizzazione sociale che una infinità di lavoratori ha ormai sperimentato e che questo nostro paese, in modo contradditorio, sta vivendo.

                  Un lavoratore su tre già lavora il sabato, ci dice ad esempio una indagine della Cgia di Mestre, che ci comunica anche numeri molto precisi: su 8 e 264 mila addetti nell’industria e nei servizi, 2 milioni e 840 mila già lavorano il sabato con una incidenza a livello nazionale del 34,4 per cento.

                    Tra industria e servizi, la differenza si fa molto marcata. Nell’industria, su un totale di 4.268.500 addetti, 651.900 già oggi sono nel loro posto di lavoro anche al sabato, con una incidenza percentuale sul totale degli occupati nell’industria pari al 15,3 per cento. Nei servizi, invece, su un totale di addetti pari 3.995.800, coloro che sono impegnati nel loro posto di lavoro anche al sabato si attestano sui 2.188.300 unità, cioè più della metà (il 54,8 per cento). Ma ancher la domenica e i giorni festivi in genere cominciano ad essere sempre meno giorni di riposo: non lo sono più per quasi due milioni di dipendenti (1 milione 811 mila, cioè il 21,9 per cento). Nell’industria tale percentuale si riduce al 9,2 per cento (in valori assoluti sono 393.450), mentre nei servizi si attesta al 35,5 per cento (in valori assoluti pari a 1.418.400).

                      Alberto Bombassei, vicepresidente di Confindustria, discutendo di metalmeccanici, vede nel sabato lavorato il marchigegno per alzare la produttività. Molti della categoria (i siderurgici, ad esempio, per i quali sussiste il vincolo del ciclo continuo) l’hanno già sperimentato. Il sabato libero è una conquista sociale, ma non deve essere più un tabù, spiega il vicepresidente, senza probabilmente tener conto che un tabù non lo è più, come ci illustrano i dati che abbiamo riferito e la stessa percezione, anche personale, di una folla di lavoratori che si muove secondo ben altri ritmi da quelli dettati negli anni sessanta. La verità nella rivoluzione dei tempi è che ciascuno in questi anni è andato per la sua strada: chi li ha cambiati davvero, chi è rimasto al palo, chi se li è dovuti inventare (libere professioni), chi li ha dovuti subire. Paradossi: si arriva a scorciare la settimana scolastica dei figli e si allunga quella lavorativa dei padri, si sbarrano certi servizi (una banca o un ufficio anagrafe) mentre si dilata il nastro di certi dipendenti. La verità che un disegno organico nessuno s’è mai sognato di immaginarlo: neppure per le ferie, se non per l’invito dell’Anas a «scaglionare le partenze». Alla fine a salvare la faccia della modernità si è mossa, in ritardo e tra mille resistenze, la grande distribuzione: pur di vendere si allungano e si allargano gli orari d’apertura (con l’aiuto naturalmente di un po’ di “contratti a progetto”).