Un sindacato arancione per i knowledge workers

25/06/2003

        25 Giugno 2003

        COCOCÒ. BREAD AND ROSES CONTRO IL PACCHETTO BIAGI E LA SINISTRA PIGRA

        Un sindacato arancione per i knowledge workers

          Milano. «Non perdiamo altro tempo. Fallito il referendum il rischio vero è il rinculo immobilista. L’idea inebriante ma miope di godersi la vittoria (di Pirro) e lo scampato scavalcamento a sinistra e restarsene con le mani in mano. Tanto più che il pacchetto Biagi, se applicato, finirà per irrigidire pericolosamente la nostra normativa vigente, lasciando inevasa la vera emergenza italiana: la rappresentanza sociale e le tutele da fornire ai nuovi mestieri, principalmente Co.co.co e lavoratori atipici». Di più. «Sono convinto che da questa sfida riformista passa la sola possibilità per il centrosinistra di tornare a essere forza di governo», spiega appassionato Filippo Di Nardo, 33enne fondatore e presidente di Bread and Roses, l’innovativo sindacato on line collegato alla galassia Cisl rivolto ai lavoratori della net economy, i "Knowledge workers", come li chiama lui. Banalmente ma non troppo, la vasta schiera di precariato intellettuale che ingrossa sempre più le nostre città. Bread and Roses, è nato appena lo scorso anno, primo e unico esempio in Europa di Union on the web, e conta già 4 mila iscritti/tesserati raccolti con il semplice passaparola.

          Il nome Bread and Roses è mutuato dall’omonimo film di Ken Loach ma lo slogan risale ai primi del Novecento, coniato nel fuoco di uno storico sciopero che si tenne a Lorenz, in America, promosso da operaie del settore tessile, che chiedevano condizioni di lavoro ma anche di vita più dignitose e coniarono l’efficacissimo "pane e rose". «Ci sembrava giusto collegarci ad un esperienza importante di diritti e tutele, seppur interpretati in chiave moderna», spiega il giovane presidente, un passato nella segreteria nazionale della sinistra giovanile e un’esperienza con Pierre Carniti nei Cristiano – sociali e nel tentativo di Cosa Due di Massimo D’Alema, prima di approdare alla new economy come marketing manager. Nota curiosa, e in questo il Riformista ha fatto scuola: a settembre partirà il nuovissimo sito targato B&R, «che sarà un po’ il cuore della nostra attività, visto che facciamo consulenza principalmente in Rete». Bene. Il colore dominante sarà proprio l’arancione. «E non è un caso – dice Di Nardo – nella scelta abbiamo pensato proprio di ‘cromatizzare’ una contiguità culturale con il riformismo del Riformista.
          E’ lo stesso nostro».

          Il ragionamento di Di Nardo su welfare e mercato del lavoro è chiaro e rivoluzionario insieme, soprattutto perché proviene da una voce interna al sindacato: «L’Ulivo ha davanti una grande occasione: lanciare la battaglia campale sul lavoro, la grande sfida di rappresentanza politica dei nuovi mestieri». Una battaglia di modernizzazione che più di sinistra non si può. «O la coglie con coraggio o resterà minoranza nel paese». «Art.18 e pacchetto Biagi, infatti, non toccano la questione vera, non colgono la portata della sfida di rappresentanza sociale dei nuovi mestieri». Che poi è quella di tutelare i lavoratori sul mercato e non più nel posto di lavoro. «Il fatto – sostiene – è che esistono alcune fasce del mercato del lavoro assolutamente nuove.

          Ne cito due: quella della net economy (i cosiddetti knowledge workers) e quella dei lavoratori atipici».
          E parliamo di fasce consistenti, qualcosa come 3,5 milioni di lavoratori, non di frange residuali. Il punto dunque qual è, secondo Di Nardo? L’alternativa è tra flessibilità tutelata e flessibilità tout court, non tutelata. «Ecco, io all’interno di questo schema sto con la flessibilità tutelata, che vuol dire costruire tutta una serie di garanzie intorno a questi nuovi mestieri flessibili: dall’accesso al credito, alla formazione, all’indennità di disoccupazione». La flessibilità è un fatto, non serve a nulla negarla, fa capire. Invece con il pacchetto Biagi il governo «non affronta nemmeno la questione vera che è quella delle tutele». Come dice Tito Boeri: «Le vere tutele per il lavoro flessibile sono piuttosto in termini di ammortizzatori sociali capaci di coprire lavoratori con carriere discontinue». E qui il discorso si fa più complesso, esiste una mancanza di interlocuzione politica nei confronti dei nuovi mestieri è insopportabile. Resta da capire perché nessun politico ci abbia ancora pensato. E’ strano, no? «Al contrario», conclude malizioso Di Nardo. «La distanza culturale da questo mondo che vale per il sindacato, in fondo vale anche per la politica, che deve ancora comprendere le novità e la carica di innovazione che esiste in questi mestieri. Finora c’è stata troppa pigrizia, da parte della classe politica. Ci vuole un salto culturale, prima che sia tardi. Soprattutto a sinistra…»