Un salario variabile non solo nell’Alitalia in crisi

17/09/2004


            venerdì 17 settembre 2004

            MODELLI.
            IL NUOVO SISTEMA CONTRATTUALE SI IMPONE NEI FATTI, MA ANCORA CASO PER CASO
            Un salario variabile non solo nell’Alitalia in crisi

            Si può parlare dell’Alitalia, come della Siemens o della Volkswagen italiane? Dell’accordo dei piloti come un evento simile al ripudio delle 35 ore in Francia operato negli stabilimenti Bosch? Probabilmente no, ma è un passo importante. Ormai sono numerosi gli accordi tra sindacati ed aziende in giro per l’Europa che rompono tabù e "diritti acquisiti". C’è una nuova consapevolezza che alcune conquiste rappresentano un onere eccessivo per l’azienda o per il sistema di protezione sociale di uno Stato. Non è pensabile che un eventuale salvataggio di Alitalia, reso possibile dal ripudio dei vecchi contratti di lavoro, non abbia ripercussioni sul sistema delle relazioni industriali anche in Italia, tanto più ora che i sindacati confederali e Confindustria stanno ponendosi il problema di rinnovare il sistema della contrattazione. Per quanto realizzata sotto la minaccia della liquidazione, non si può negare il valore simbolico di una mediazione che è arrivata a buon fine dentro un’azienda come Alitalia, per tradizione "statale" soprattutto per il livello di garanzia e privilegio. L’elemento di maggiore novità è l’aumento della parte variabile della retribuzione, ovvero la decisione di collegare lo stipendio alla performance del lavoratore e soprattutto dell’azienda. Il vantaggio di questa impostazione è duplice: per l’azienda il costo del personale diventa più flessibile rispetto ad eventuali shock esterni (e le vicissitudini del trasporto aereo in questi anni sono un esempio estremo di quanto possano influire); per il lavoratore c’è una redistribuzione immediata di aumenti di ricchezza determinati dal buon andamento della società. Senza contare che se la parte variabile del salario è ben collegata alla produttività c’è un mutuo incentivo azienda-lavoratore a farla aumentare costantemente: quindi entrambi si spingeranno vicendevolmente a realizzare più investimenti ed ad un uso più efficiente delle risorse umane. Fin qui la teoria, ma nella pratica si è rivelato molto difficile innescare questo ciclo virtuoso, in Europa la remunerazione del lavoro (anche per la riduzione degli orari e i costi di stati sociali sempre più sofisticati) da un decennio cresce più velocemente della produttività e per giunta la globalizzazione ha reso disponibili alle aziende opzioni molto più economiche in paesi lontani. Infatti in Germania si contrattano aumenti di quantità di lavoro a salari constanti per evitare la delocalizzazione degli impianti.

            Anche in Italia si era arrivati alle stesse conclusioni sul valore dei contratti aziendali ed erano state messe nero su bianco nel famoso accordo del 23 luglio del 1993, dove si affidava agli accordi integrativi aziendali il compito di trovare forme di remunerazione variabile connesse con «produttività, redditività e qualità«. Da allora le esperienze nelle varie aziende hanno dato risultati controversi (in Fiat non è rinnovato dal 2001), ma in generale la parte variabile ha continuato a rivestire una percentuale marginale nella busta paga anche perché è ancora determinata in larghissima parte dal contratto nazionale di categoria. Finché sarà così, gli accordi aziendali si fanno solo nei grandi gruppi e forse in quelle medie, vale a dire che ogni risultato su questo fronte terrebbe fuori la stragrande maggioranza dei lavoratori.


            Ma qui si entra in uno dei grandi contrasti storici tra Cisl e Cgil che si sta riproponendo anche in questi giorni. Il sindacato di Savino Pezzotta è a favore di un rafforzamento a livello decentrato, anche a costo di un minore peso del contratto nazionale, magari prevedendo forme di contrattazione territoriale per coinvolgere le aziende più piccole e omogenee (basti pensare ai distretti). La Cgil si pone a difesa dell’integrità del contratto nazionale, baluardo di tutti i lavoratori senza discriminare tra chi lavora in un’azienda che fa profitti ed una poco competitiva o in crisi. Confindustria dal canto suo, accetterebbe volentieri un alleggerimento del contratto nazionale, ma teme che quello territoriale si configuri come un terzo livello della contrattazione che aumenti i costi e la forza del sindacato.


            Sull’argomento si discute da anni e la prospettiva che si giunga ad un accordo nei prossimi mesi non è molto concreta. Ma spesso si è detto che l’emergenza Alitalia era specchio di un Paese in crisi e quindi anche le soluzioni trovate per risolvere un caso particolare possono essere trasposte a livello nazionale, magari senza aspettare ogni volta il baratro del fallimento.