Un raduno con mille anime e contraddizioni

06/11/2002




          (Del 6/11/2002 Sezione: Interni Pag. 4)

          Un raduno con mille anime e contraddizioni
          Dal sindacalismo antico di Bernocchi a quello pragmatico di Epifani

          analisi
          Jacopo Iacoboni
          inviato a FIRENZE
          OKAY, ce l’ho con l’America e con questo? Per me è il paese del terrore». «Macché antiamericani, noi critichiamo la dottrina Bush però i dischi di Moby e i dvd dei fratelli Coen dove li mettiamo?». Non saprei, in salotto? «Mi chiedi una proposta? Solo una? La più importante sarebbe introdurre in Europa una legislazione contro gli Ogm, gli organismi geneticamente modificati, dobbiamo riprenderci la sovranità su quello che mangiamo». «Ragazzi, io finito di montare questo qui mi vado a fare un panino». Finocchiana nei mercatini del centro? ma no: hamburger al fast food. Argomenti, punti di vista, contraddizioni: questo era, ieri sera, la Fortezza da Basso in alacre allestimento, e questo restava impigliato nel taccuino di chi si fosse messo a scorrerne la quasi indecifrabile planimetria. Sarà stato scelto apposta questo labirintico edificio pieno di sale, salette, antri e scalinate, l’immagine delle mille anime del movimento antiglobal? Già, perché quello che manca a questo popolo – oltre a tanti vipponi che arriveranno tra oggi e domani – anche stavolta è l’unità. Non le idee. «Vedi, il Social Forum è una scatola, dentro apri e c’è di tutto», osserva Michela, comunista fiorentina che sta montando il banchetto nell’atrio del salone principale e indossa capelli biondissimi, salopette quadrettata (l’equivalente dell’abito nero di un manager di Wall Street) e piercing d’ordinanza. «Se vuoi che la scatola abbia un colore omogeneo e una proposta unitaria, l’hai distrutta». Se ha ragione lei, dentro la scatola no global trovi proposte e discussioni appassionate, chi dibatte e chi costruisce diligentemente stand e spicchi di un futuro neanche troppo lontano (l’età media è sui venticinque). I protagonisti hanno un mucchio di qualità, eppure un centro non c’è. Ci sono i comunisti (sì, comunisti, anche se «giovani»), gente che cita Olivier Besancenot e Fausto Bertinotti e sta per andare a dare una mano all’Ippodromo, dove i «compagni disobbedienti» lanceranno la global tv. Ci sono gli ecologisti che vorrebbero far ratificare il protocollo di Kyoto a Washington, una signora di quarant’anni ha letto una sua recente intervista e chiede «come faccio a contattare Vandana Shiva?». Ecco il numero. Ci sono i «giornalisti indipendenti», quelli che filmano tutto con la telecamera (a loro volta intervistano e riprendono i giovani comunisti) e ammirano una di loro, la star delle star Naomi Klein, «s’è fatta il suo sito, s’è fatta il suo libro, nessuno le può imporre cosa scrivere», ride la telereporter bionda con maglia rossa. Alcuni cercano l’altro mondo possibile, altri cercano ancora (alle sette e diciotto) un posto dove passare la notte. «Tu dove stai?».
          Il movimento definito no global visto da Firenze è questa oscillazione tra massimi sistemi e voglia di conoscere gente che magari ha girato l’Europa in un furgoncino di seconda mano tipo quello su cui sono arrivati gli svedesi («comprato negli anni cinquanta», informano, ma non diverso, si presume, da quello della famiglia protagonista di «Furore»). E’ questo pendolo tra le richieste e l’impossibilità di tradurle in una piattaforma politica. Quali richieste?
          I no global vogliono fermare la guerra, e non gli importa se è attuale, eventuale, preventiva. «E guarda che non critichiamo solo l’attacco all’Iraq ma anche i massacri contro i palestinesi o i crimini di Putin contro i ceceni», ragiona Michele, comunista dagli occhi veloci arrivato qui da Bari. Però i più avvertiti sanno che, a differenza di dieci anni fa, oggi esiste un’intellighenzia – anche americana – che critica la globalizzazione: Michele cita Joseph Stiglitz, l’economista che chiede istituzioni globali più democratiche, e menziona il libro di George Soros, il finanziere che dopo le speculazioni ha aperto un Fund per promuovere la ricerca e i talenti di domani. Non ricorda Tobin, ma la tassa sulle transazioni finanziarie è il cavallo di battaglia che leggi sui volantini del banchetto di Attac. Vogliono, piccolo paradosso, abbattere i dazi doganali euro-americani, una misura liberista, «però avvantaggerebbe il commercio dei paesi poveri», nota arguta Francesca Comelli da Milano. Vogliono bloccare la privatizzazione di beni pubblici come l’acqua, è la campagna che lancia Marco Bersani, di Attac Italia, assieme ai prof Riccardo Petrella e al guru Wolfgang Sachs. Vogliono, naturalmente, diffondere il software libero Linux contro l’odiato monopolista Bill Gates: al piano interrato della Fortezza c’è una sala mediatica dove molti militanti hanno il barbone stile Richard Stallman (il papà della «Free Software foundation»), e uno di loro spiega ruvido: «I computer di free lance e professionisti sono attrezzati con Windows, quelli dei mediattivisti con Linux. Tu da che parte stai?» Dentro la Fortezza, da domattina, si sfioreranno tanti altri aut-aut, il sindacalismo antico di Piero Bernocchi e quello pragmatico di Guglielmo Epifani, il pacifismo totale di Gino Strada e quello «ragionato» della direttrice di Amnestsy Irene Khan, la sovraesposizione mediatica di Agnoletto e Casarini e la faccia schiva del missionario Alex Zanotelli. Ieri si sfioravano, e stridevano pasoliniani, i primi no global festanti e quei tre operai della Cooplat chini sulle assi degli ultimi allestimenti alla Fortezza, «per noi il social forum è lavoro, come sempre».