Un raccoglitore di piselli con l’ossessione dello studio (B.Ugolini)

30/10/2007
    martedì 30 ottobre 2007

      Pagine 23 – Cultura

        BIOGRAFIA – La sua vita, dalla quale c’è molto da imparare, è diventata un film diretto da Lizzani

          Un raccoglitore di piselli con l’ossessione dello studio

          di Bruno Ugolini

            Ed ecco che la densa vita di Giuseppe di Vittorio, diventa un film. La regia porta un nome ben noto, Carlo Lizzani. Con accanto, però, Francesca Del Sette. Un noto maestro (così lei stessa lo definisce) e un’allieva già esperta in documentari. L’opera, prodotta dalla Fondazione che porta il nome del dirigente sindacale, nel cinquantenario della sua scomparsa, è un ritratto non ricostruito sul set, ma attraverso voci, documenti, filmati d’archivio. Tra i numerosi «testimoni»: la figlia Baldina Di Vittorio, Guglielmo Epifani, Vittorio Foa, Emanuele Macaluso, Giuseppe Papa, Adolfo Pepe, Michele Pistillo, Luciano Lama, Bruno Trentin, Michele Sacco, Oscar Luigi Scalfari. Molti altri si avvicendano: anziani braccianti pugliesi che lo hanno conosciuto, i ragazzi che oggi vivono a Cerignola, il suo paese natale.

            Sono via via delineati i tratti caratteristici del personaggio, i contributi alla storia del sindacato, della sinistra e del Paese. Quella che scaturisce non è l’icona tradizionale del capo-popolo capace di vibranti comizi. È molto, molto di più. C’è, ad esempio, il giovane bracciante anzi «raccoglitore di piselli» che ha l’ossessione dello studio e tra i primi libri comprerà un vocabolario. Un’ossessione che divulgherà nel mondo del lavoro perché «la fame dipende dall’ignoranza». Una motivazione che lo accompagnerà per il resto della vita, con una concezione del sapere, quella che oggi chiamano «formazione permanente» come necessità, per non rimanere eterni sudditi. Non solo un grande combattente, un grande agitatore che scopre la prigione prima in Italia poi in Francia ma anche un dirigente che puntava sulla «proposta», sulla possibilità di ottenere risultati. Anche nei momenti più terribili non rinuncia ad un altro valore, quello dell’umità. Luciano Lama ricorda, ad esempio, di essere stato aspramente rimproverato, dopo la scissione del 1948, per aver quasi esultato, al momento della scissione, pensando che la Cgil sarebbe stata liberata dalla ricerca di compromessi. L’uomo che vedeva bruciarsi il sogno realizzato col Patto di Roma lo aveva ammonito: «Con le divisioni alla fine tutti perdiamo».

            Il bianco e nero delle immagini passa dalle prime lotte nelle campagne alla masseria dove lavorava il giovane bracciante, al carcere di Ortanova dove era stato rinchiuso, poi esule a Parigi e combattente in Spagna, fino al treno che lo accompagna da Lecco (dove era morto) a Roma. Il tutto accompagnato dalle affascinanti musiche di Nicola Piovani.

            Un degno ricordo di questo straordinario personaggio che tanto ha segnato la stessa cultura e formazione dei gruppi dirigenti italiani della sinistra sindacale e politica. E qui sarebbe il caso di scavare ancora di più. Penso a quel piano del lavoro con la sua Cgil che indicava ad un governo non certo di sinistra le vie di un’innovazione produttiva. Penso al coraggio dimostrato negli anni 50 quando con Foa, Trentin, Lama affronta la crisi della Fiom e lancia la campagna del ritorno in fabbrica, di una politica più aderente alle condizioni di lavoro. Penso, penso alla non facile affermazione dell’autonomia del sindacato, rispetto ai padroni ma anche rispetto al «partito padre». Una scelta affermata nella polemica con Togliatti sulla repressione operaia in Ungheria nel 1956, ma anche nel dibattito interno alla Federazione sindacale mondiale. Un personaggio scomodo che oggi nessuna «sinistra» sembra in grado di collocare nel proprio Pantheon. Eppure c’è molto da imparare da quella vita. Il film di Lizzani permette anche questo.