Un protagonismo necessario

05/05/2010

Non è certo sulla base del principio zapatista – ci si nasconde il volto per diventare visibili, per dare un pugno in faccia a chi non ti vuol vedere – che il volto dei lavoratori è stato sbianchettato, fino al paradosso: loro stessi non riescono a più vedersi, neanche allo specchio. Il ’900 si è portato via uno degli attori fondamentali, lasciando il palco del nuovo secolo a un unico attore. Per carità, i lavoratori ci sono ancora, e l’ingresso nella «buona» società economica mondiale di nuovi soci ne ha addirittura esteso il numero. Però non sono protagonisti, perché non sono più soggetto collettivo, attori sociali e politici motori del cambiamento. C’entra la politica in questo processo di cancellazione, c’entra il default delle forze politiche novecentesche che avevano la ragion d’essere nel lavoro. Il dna della sinistra è cambiato, l’attenzione si è concentrata sul cittadino-consumatore e i diritti collettivi hanno lasciato il posto a quelli dell’individuo.
Se un’ideologia è saltata, se un soggetto è stato cancellato, gli antagonisti dell’una e dell’altro hanno facilmente occupato l’intera scena. È un fatto, anche se non comporta che il capitale globalizzato e le sue ancelle politiche godano di buona salute.
Questo macigno rischia di spappolare chi dei lavoratori è ancora costretto a occuparsi, per scelta e ragione sociale. Il congresso della Cgil che si apre oggi a Rimini muove i suoi passi in una situazione inedita e pericolosa in cui sono in gioco la natura e la stessa sopravvivenza del sindacato per come l’abbiamo conosciuto.
Il pensiero debole delle sinistre si oppone o tenta di opporsi, al massimo, al berlusconismo, più che allo stato di cose esistente. Quel pensiero debole è per la Cgil, al tempo stesso, un interlocutore obbligatorio e anche un elemento di inquinamento.
Le sinistre non sono però l’unico referente obbligatorio per la Cgil, e neanche il principale.
Epifani deve rispondere delle sue scelte e dei suoi impegni di lotta innanzi tutto a quei lavoratori che da 69 giorni occupano l’isola dell’Asinara per difendere, insieme al lavoro e alla dignità, la sopravvivenza delle proprie famiglie. E la sopravvivenza di un futuro industriale per il nostro paese.
Deve rispondere agli operai che si arrampicano sui tetti delle fabbriche e sulle gru, deve dire a loro, al paese, al governo e all’opposizione quali politiche sociali e sindacali intenda mettere in atto per salvaguardare il lavoro, la dignità dei lavoratori, il futuro del paese.
Deve spiegare a chi, nella sinistra, si interroga sulle ragioni della fuga operaia dalle urne – quando va bene – che la risposta la devono cercare in se stessi, nelle alleanze che fanno, nelle centralità che si danno.
La Cgil deve decidere che sindacato vuole essere. Persino al di là delle due mozioni che si contrappongono proponendo opzioni e strategie diverse, deve dire chi vuole rappresentare nel disgregato mondo della produzione e dei servizi, dei pensionati, di un precariato indigeno e migrante sempre più privo di tutele.
Definire interlocutori e avversari politici e sociali, iniziative di lotta, forme democratiche dell’agire sindacale, diritti e poteri dei rappresentati, contrattazione e terreni sui quali non c’è contrattazione possibile.
Buon lavoro Cgil.