Un professore a un convegno parlò al consulente delle minacce

01/07/2002

29 giugno 2002



Un professore a un convegno parlò al consulente delle minacce

I rapporti difficili con la Cgil: «Mi sentirei un vigliacco a stare anch’io dalla loro parte»

      ROMA – Era il 2 luglio dello scorso anno e il fantasma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ancora nessuno l’aveva evocato. Il Libro Bianco, che il segretario della Cgil Sergio Cofferati avrebbe definito «limaccioso», non era stato ancora scritto. Eppure Marco Biagi, in una email spedita quel giorno al direttore generale della Confindustria Stefano Parisi, parlava addirittura di «minacce di Cofferati (riferitemi da persona assolutamente attendibile)». Una frase inaudita, conoscendo lo stile e la storia dei personaggi. Ma comunque, scritta. Già, ma quali «minacce?» E soprattutto, chi era la «persona assolutamente attendibile» che gliele aveva riferite»? Forse uno dei tanti amici bolognesi. O piuttosto un professore, incontrato a uno dei convegni internazionali dove Biagi, massimo esperto italiano di diritto del lavoro europeo, non mancava mai. Certamente un collega giuslavorista, con molti contatti nella Cgil, dove da tempo Biagi aveva più critici che sostenitori. Le differenze culturali che separavano dal sindacato guidato da Cofferati il professore bolognese, socialista ma certamente più in sintonia con il sindacato di ispirazione cattolica (la Cisl), formatosi con l’Mpl di Livio Labor, si erano sempre più approfondite negli ultimi anni, fino a diventare un abisso. Il momento di rottura era stato il Patto del lavoro di Milano, una specie di «antipasto» in salsa extracomunitaria dell’articolo 18: contestatissimo dalla Cgil ma firmato da Cisl e Uil, partorito da Biagi insieme a Parisi, che allora era il braccio destro del sindaco meneghino di centrodestra, Gabriele Albertini. E con il quale Biagi condivideva l’esperienza dell’associazione Amici di Mario Rossi, fondata nel 1993 dall’attuale sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi, e di cui fa parte anche l’ex ministro del Lavoro Tiziano Treu, che con il professore bolognese aveva a lungo collaborato.
      Lo strappo si mostrò subito impossibile da ricucire. Come parve chiaro di lì a poco da un caso apparentemente insignificante. Fra gli altri incarichi, Biagi aveva quello di presidente dell’Aisri, l’associazione italiana studi delle relazioni industriali, a cui partecipavano anche Cgil, Cisl e Uil. Un giorno rimproverò aspramente i rappresentanti dei tre sindacati, accusandoli di disinteresse nei confronti dell’attività associativa. La Cgil prese la palla al balzo e uscì dall’associazione. Cisl e Uil, invece, si cosparsero il capo di cenere e rimasero. Inutili, a quanto pare, furono i vari tentativi di ricucitura.
      Successivamente la Cgil rimase fuori anche dall’Adapt, l’Associazione per gli studi internazionali e comparati sul diritto del lavoro e sulle relazioni industriali, che Biagi ha fondato un paio d’anni fa coinvolgendo, come da copione, soltanto Cisl e Uil oltre alla Confindustria (e a varie altre organizzazioni, fra cui l’Abi).
      Racconta Carlo Dell’Aringa, che con Biagi è stato uno degli estensori del Libro Bianco e che nel febbraio di quest’anno gli è succeduto alla guida dell’Aisri: «Dopo la mia nomina alla presidenza dell’associazione ho scritto alla Cgil facendogli presente che c’era stato un avvicendamento al vertice e proponendogli di rientrare. Ma mi hanno cortesemente risposto che non gli interessava».
      I rapporti, a quel punto, erano deterioratissimi. Il rancore «professionale» fortissimo e reciproco. Il 18 marzo, in una e-mail scritta a Paolo Reboani, altro esperto che con lui, Dell’Aringa, Sacconi e Natale Forlani aveva curato il Libro Bianco, Biagi avrebbe scritto: «Mi sentirei un vigliacco a stare dalla parte di Cofferati dove si adagia la maggior parte dei giuslavoristi per conformismo e libertà personale».
Sergio Rizzo