Un popolo di precari e disoccupati

22/03/2005
    martedì 22 marzo 2005

      Un popolo di precari e disoccupati
      La disoccupazione «scende» ma il Mezzogiorno torna indietro di anni

        Felicia Masocco

          ROMA – Nel 2004 il numero degli occupati è cresciuto dello 0,7% rispetto al 2003 (+ 163mila il valore assoluto) e il tasso di disoccupazione è calato dello 0,4% passando all’8% dall’8,4%. Sono i dati diffusi ieri dall’Istat che farebbero tirare un piccolo sospiro di sollievo rispetto al quadro in affanno dell’economia italiana. Vanno tuttavia letti insieme ad altri fattori. Innanzitutto la crescita è rallentata rispetto ai due anni precedenti, entrambi chiusi a livelli superiori all’1%. Inoltre il tasso di attività e il tasso di occupazione (in percentuale sulla popolazione in età lavorativa, quella tra i 15 e i 64 anni) segnano un arretramento. Un passo indietro che si fa particolarmente incisivo al Sud, dove prevale lo scoraggiamento. Spiegano i tecnici dell’Istat che una buona fetta della popolazione ha rinunciato a cercare un lavoro. Il tasso di disoccupazione ha così registrato una flessione dell’1,1% rispetto al 2003. Infine la crescita tendenziale dell’occupazione riflette – come sottolinea l’Istituto di via Balbo – un aumento «robusto» della popolazione dovuto agli immigrati. A conti fatti, a fronte di un incremento dell’occupazione dello 0,7% e di un aumento della popolazione in età lavorativa dello 0,9%, il tasso di occupazione ha registrato un calo passando dal 57,5% al 57,4%.

          Nel dettaglio. Il 2004 si è chiuso con un numero di occupati pari a 22milioni 404mila unità con un aumento di 163mila, ma l’incremento si è fermato al Nord (+0,7% complessivo nonostante il -0,1% del Nord Est) e al Centro (+2,5%). Il Sud perde colpi, e si attesta a -0,4% pari a 72mila posti di lavoro. Se si guarda al rapporto tra numero di occupati e persone in età lavorativa, si vede che al Sud lavorano 46 persone su 100, mentre al Nord 65 su 100. Uno scarto di quasi venti punti.

          A parte e per la prima volta, l’Istat ha diffuso ieri anche la rilevazione sul lavoro «non standard», o atipico che dir si voglia (lavoro interinale, co.co.co, prestatori d’opera occasionali): nell’ultimo trimestre 2004 erano complessivamente 2milioni 540mila. Di questi, 407mila i collaboratori coordinati e continuativi: si concentrano al Nord (227mila contro i 110mila del Centro e 70mila del Mezzogiorno) e sono prevalentemente donne (248mila contro 159mila maschi). Sono soprattutto giovani (210mila fino a 34 anni, mentre 151mila hanno tra i 35 e 54 anni e 46mila oltre 55 anni). Collaborazioni o lavoro dipendente camuffato? L’81,8% ha lavorato presso l’azienda o il cliente. Il 61,2% non ha deciso l’orario di lavoro, lo ha fatto qualcun altro. Combinando tutte le informazioni risulta – spiega l’Istat – che circa il 54% dei collaboratori eroga la prestazione a favore di un esclusivo utilizzatore, lavora presso il committente ed è tenuto a seguire predeterminati schemi di orario. Non è cioè un collaboratore, ma un lavoratore dipendente sotto mentite spoglie. I dati sono stati accolti favorevolmente dal governo, sono «dati positivi» per il ministro Maroni. Di diverso avviso i sindacati e l’opposizione: «Lo scoraggiamento è il peggior dato che si possa avere» è il commento del leader dell’Unione, Romano Prodi, ci vuol e una «politica forte: non bastano – dice – piccoli interventi». «La strategia per uno sviluppo dell’occupazione basata sulla riduzione delle tutele – spiega il segretario confederale della Cgil Fulvio Fammoni – non ha funzionato, e a farne le spese sono soprattutto il Sud, le donne e i lavoratori precari». Fammoni ricorda che la crescita dell’occupazione del 2004 «è la più bassa dal 1996, pur comprendendo la regolarizzazione del lavoro immigrato e una tenuta del lavoro a tempo indeterminato». «I dati -afferma il leader della Cisl, Savino Pezzotta- confermano il rallentamento dell’economia italiana. Nonostante la riforma del mercato del lavoro, se l’economia non riparte l’occupazione comincerà a calare». «È l’economia che non cresce -concorda il leader della Uil Luigi Angeletti- il vero problema che abbiamo».