Un pasto al giorno, a Salerno in coda per il pane scontato

18/05/2010

Ci sono quelli, come il signor Serafino («il cognome no, mica sono contento di finire sui giornali»), pensionato a 480 euro al mese, che un po’ si vergognano. Irina, invece, badante ucraina, scherza con due connazionali, capelli color cenere, polpacci grossi e mani che hanno conosciuto tempi migliori. La signora Nunzia, casalinga e vedova, scrolla il capo: «La fila per il pane io l’ho già vista, ero ragazzina… ». Quelli che mangiano una volta sola al giorno si mettono in coda alle sei e mezza del pomeriggio, ma qualcuno arriva anche prima, fidando nel buon cuore dei banconisti, per sgattaiolare subito, anticipando l’ondata di piena. Per pudore.
Salerno, Sud nemmeno tanto profondo, città né particolarmente ricca, né particolarmente povera; rione Carmine, pieno centro e spaccato esemplare: terziario commerciale, ceto impiegatizio, moltissimi pensionati monoreddito, una folta rappresentanza di migranti. Alle sette di sera, il «Superette », il più antico coloniali della zona, tre generazioni di panificatori e salumieri, mette la roba in saldo. Tutto al 50%. «Contro la crisi economica!», urla il cartello all’ingresso. «L’idea mi è venuta a Natale – racconta Armando Napoletano, il titolare, baffetti alla Clark Gable e sguardo furbo. – Per il secondo anno consecutivo registravo un crollo verticale delle vendite. Perfino del pane. Mi affacciavo e vedevo clienti abituali scendere dagli autobus con le borse dei discount: vivono al centro e vanno a fare la spesa in periferia, per risparmiare. Ho otto dipendenti, hochiesto loro qualche sacrificio, hanno accettato. Dalle sette di sera in poi vendo piatti pronti, pizze, pesce e carne a metà prezzo. Il prezzo del pane, anche di quello che si può conservare una settimana, cala addirittura del 75%». La carne di primo taglio da20 euro al chilo scende a 10, il pesce (che non sarà fresco come al mattino, ma ha un buon aspetto) da 30 a 15. Con 5 euro, quelli ridotti dalla recessione a stringere la cinghia non solo metaforicamente si portano a casa un chilo di parmigiana di melanzane: «Ci mangia un’intera famiglia». Con un euro e mezzo, un primo piatto. «Tra le 19 e l’orario di chiusura le vendite aumentano del 300%. Sarei ipocrita se affermassi che non c’è un tornaconto: buttavo quintali di roba ogni sera. Rischiavo di chiudere. Poi però, col passare dei giorni, ho maturato un’altra consapevolezza: quella di dare una mano a chi non ce la fa. Quando abbasso la saracinesca il bancone della gastronomia è vuoto. Magari guadagno pochissimo, ma sono contento così», afferma Napoletano mentre serve due porzioni fumanti di gateau di patate ad una signora.
IN FILA Fuori la fila s’ingrossa. Un mare di capelli bianchi, un gruppo di senegalesi attaccati ai telefonini, molti quaranta e cinquantenni di ritorno dal lavoro, completi stazzonati e borsa sotto il braccio. «Ci sono le presenze fisse, ma anche molte facce che spesso vedo per la prima volta. Vengono anche dai rioni limitrofi. Si è sparsa la voce. Famiglie numerose, pensionati, immigrati. Non so se mangiano solo una volta al giorno, ma se così fosse li capisco: sono allo stremo ». Passa Michele, un ragazzone che ha una bancarella di cosmetici al vicino mercatino rionale. Quattro primi e tre porzioni di parmigiana: meno di 10 euro. Anche stasera la cena è assicurata. «Nei giorni migliori arrivo a guadagnare 25 euro. E ho moglie e due bambini».Un furgoncino carica cinque sacchi enormi di pane. «Per la mensa della Caritas. Sono in grossa difficoltà anche loro», spiega Napoletano. Mario Conte, a capo dei volontari che gestisce la struttura, a un tiro di schioppo, conferma: «Siamo tarati per sfamare 150 persone, ma ormai registriamo tra le 250 e le 300 presenze giornaliere. A Pasqua la raccolta è stata una catastrofe. E sapesse quanta gente viene, ritira il pasto e va a consumarselo a casa»