Un passo avanti e due indietro

17/05/2010

L’iter parlamentare del collegato lavoro, la vera e propria controriforma dei diritti dei lavoratori, procede tra la fasulla disponibilità di governo e maggioranza di accogliere gli inviti del capo dello Stato e il tentativo dell’opposizione di ridurre almeno l’impatto drammatico che avrebbe la legge una volta approvata. Il segretario confederale della CGIL Fulvio Fammoni, nell’audizione della scorsa settimana in Senato, è stato chiaro: “Serve una nuova complessiva deliberazione sull’intero ddl, che non si limiti agli articoli presi in esame, ma che si allarghi all’intero impianto del provvedimento. Se non ci saranno modifiche – ha avvertito – la CGIL proseguirà con le iniziative di contrasto e con tutte le mobilitazioni necessarie, nessuna esclusa”. Il punto fondamentale della critica della CGIL riguarda il rapporto tra norma di legge, autonomia collettiva e patti individuali.
Gli articoli 30 e 31 del testo – ha detto Fammoni – riducono i diritti e l’efficacia della contrattazione collettiva. “Questo produce – ha aggiunto il sindacalista – la facoltà di certificazione del contratto di lavoro individuale estesa di fatto al contenuto della prestazione e perfino al suo concludersi per giustificato motivo”. A tutto ciò si aggiunge – ha sottolineato Fammoni – “una drastica riduzione degli spazi di difesa giudiziale e una inaccettabile lesione dei poteri dell’autorità giudiziaria costretta ‘a non discostarsi dalla valutazione delle parti’ nella certificazione dei contratti e impossibilitata quindi ad accertare le condizioni di effettivo esercizio dei poteri del datore di lavoro”. Con la possibilità che la certificazione consenta il ricorso all’arbitrato per “i contenziosi non solo in atto ma anche futuri”. Un meccanismo che Fammoni ha definito “costituzionalmente inaccettabile”.