Un passo avanti – di Mario Deaglio

08/07/2002





Editoriali e opinioni  


Un passo avanti

6 luglio 2002

di Mario Deaglio

E’ del tutto appropriato che il «Patto per l’Italia» e il Dpef siano stati varati lo stesso giorno. Rappresentano infatti, in un certo senso, l’uno la premessa dell’altro: senza gli sgravi fiscali previsti dal Dpef, il «Patto per l’Italia» non presenterebbe vantaggi per le parti sociali che l’hanno firmato e, senza la copertura politico-sindacale del «Patto per l’Italia» il Dpef avrebbe scarsa credibilità. Ciò detto, è assai dubbio che questi due documenti, separati o congiunti, rivestano, nell’eventuale rilancio dell’economia italiana, l’importanza che molti oggi attribuiscono loro. Essi costituiscono una sorta di «dichiarazione di intenzioni» che, per quanto di alto livello, non sembra modificare in modo rilevante né i problemi della crescita economica né quelli della finanza pubblica.

L’articolo 18, che è alla base del «Patto per l’Italia», si applicherà, infatti, a pochi casi concreti e non farà direttamente molta differenza sul totale dell’occupazione nei prossimi tre anni; e, alla luce degli impegni internazionali, la situazione della finanza pubblica continuerà a presentare parecchi problemi. Saranno le realtà dell’autunno – il livello di successo degli scioperi che la Cgil indubbiamente dichiarerà e la traduzione concreta delle linee guida del Dpef nella nuova Legge Finanziaria – a determinare l’andamento effettivo della produzione e dei conti pubblici nel corso del 2003. L’effetto congiunto Dpef-«Patto per l’Italia» non sposta infatti la situazione di base.

Questa presenta tre fattori caratteristici: un’elevata incertezza del quadro mondiale, con forte instabilità di Borse e cambi, tali da rendere necessari continui aggiustamenti delle previsioni, come si verificò, del resto, in maniera sostanziosa lo scorso anno; una notevole «stanchezza» dei consumi, non solo per quanto riguarda le vendite di auto; la mancanza di un consenso sufficientemente generalizzato a ulteriori riforme in senso liberalizzante. Qualcosa di simile, del resto, sta avvenendo in altri paesi e induce i governi europei ad atteggiamenti estremamente cauti: ne è un esempio il discorso programmatico tenuto dal neo-primo ministro francese, Raffarin, davanti all’Assemblea Nazionale.

Anche gli sviluppi italiani appaiono improntati a una cautela di fatto – non si è affrontato, a esempio, il nodo, estremamente sensibile, delle pensioni – anche se presentati nelle forme attraenti di una visione politico-economica dalle grandi potenzialità. In realtà, lo strumento principale, se non l’unico, di cui il governo può disporre per agire sulla crescita è rappresentato dall’effetto di stimolo derivante dall’accelerazione di grandi lavori edilizi, nella speranza che questo basti a vincere l’inerzia dei consumi.

Parallelamente, la possibilità di rispettare gli obiettivi di finanza pubblica riducendo un poco la pressione fiscale ma senza poter davvero ridurre la spesa complessiva, risiede in iniziative finanziariamente inusuali, anche se brillanti, come il condono implicito nello «scudo fiscale», i provvedimenti per la cartolarizzazione e per la vendita dei beni pubblici. Tutti incontrano non piccoli ostacoli di tipo istituzionale a livello nazionale ed europeo. Si tratta di una situazione vischiosa in cui è purtroppo facile, per il governo come per l’opposizione e per le parti sociali, cadere vittime delle proprie retoriche. Può anche darsi, come ha dichiarato il presidente del Consiglio, che nel 2003 ci siano «più lavoro e meno tasse» ma è assai probabile che sia il lavoro in più sia le tasse in meno saranno assai poche, non tali da modificare gli orizzonti del paese.