«Un nuovo ruolo sociale e politico per le Camere del lavoro»

23/04/2004


venerdì 23 aprile 2004

Al convegno di Sasso Marconi sette Cdl propongono un modello di contrattazione confederale territoriale basato sulla qualità. «Serve un’inversione di tendenza alla deriva di questi anni»
«Un nuovo ruolo sociale e politico per le Camere del lavoro»
Adriana Comaschi

      BOLOGNA Un nuovo ruolo per le Camere del Lavoro: che da mediatrici tra gli interessi di diverse categorie lavorative si candidano a diventare un «nuovo soggetto collettivo a metà strada tra società e politica, in grado di ridare una progettualità al lavoro», secondo la definizione del segretario bolognese Cesare Melloni. Questa la sfida ambiziosa lanciata ieri al convegno che ha riunito, a Sasso Marconi (Bologna), sette Camere del Lavoro per discutere di «contrattazione
      confederale territoriale».
      Sul valore del confronto insiste Paolo Nerozzi, della segreteria nazionale Cgil, la cui relazione oggi concluderà l’incontro:
      «E’ importante lo scambio di esperienze tra Camere così diverse per dimensioni delle città ma soprattutto sociali che rappresentano».
      Ci sono Brescia, Bologna, Cosenza, Matera, Reggio Emilia, Lecco e Imperia. Quello che le accomuna è il riconoscimento della centralità di due temi: «La qualità, del lavoro ma anche del territorio; e del fatto che il reddito di chi rappresentiamo si difende anche con una maggiore attenzione alle spese sociali che possono incidere sui salari».
      Allora le Cdl vogliono «riscoprire modelli di contrattazione confederale lanciati negli anni ’70, soprattutto in Emilia-Romagna». Ma aggiornandole sulle nuove emergenze sociali, elencate dal segretario bresciano Dino Greco: tutela dell’ambiente, diritti di cittadinanza per gli immigrati, precarizzazione in tutti i settori. Per arrivare a incidere sui processi di partecipazione democratica.
      E pazienza se qualcuno parla di movimentismo o di parasindacalismo.
      Occorre, riassume Claudia Ravaioli – criticando chi, a sinistra o anche nel sindacato, non si pone il problema dei limiti fortissimi di uno
      sviluppo solo quantitativo – una «rivoluzione dolce» che sposti il baricentro dalla produzione materiale a quella di beni sociali. Su questo terreno si incontrano welfare, sviluppo e politica industriale. Spiega Melloni: la battaglia sui precontratti della Fiom, molto accesa in Emilia-Romagna, «per noi non è stata solo strumento di salvaguardia del potere contrattuale», ma occasione «per impedire il declino industriale del territorio, ponendo la necessità di uno sviluppo fondato su qualità e innovazione come un problema dell’intero sistema».
      Così «abbiamo rotto un fronte e allargato il nostro consenso»: fino ad arrivare a quel patto regionale, firmato con istituzioni e realtà produttive «che rappresenta la più clamorosa smentita delle scelte di questi anni di Confindustria e governo». Allora «il nuovo spazio politico» del sindacato si colloca «all’incrocio tra le funzioni di contrattazione nel luogo di lavoro e la contrattazione sociale svolta con gli Enti locali».
      Parole chiave come socialità, ambiente, cultura legata all’innovazione diventano determinanti per la qualità dello sviluppo. Se queste sono le priorità individuate in base all’esperienza del mondo del lavoro, da qui possono arrivare anche le risorse, spiega Melloni: attraverso la creazione di un Fondo per le politiche sociali (il cosiddetto 1% sul valore aggiunto delle imprese), alimentato anche con risorse che provengono dalla contrattazione di secondo livello. Senza però che le soluzioni trovate rimangano a livello di singole aziende (la casa all’azienda, il nido aziendale, la mutua aziendale): l’obiettivo è invece rispondere a bisogni reali, che nascono dalla riduzione drastiche delle politiche di welfare per mancanza di risorse. E senza intaccare il valore di «baluardo» riconosciuto al contratto nazionale. Dunque «no ai doppi regimi contrattuali o salariali, né aziendali né territoriali», specie in realtà al limite come quella di Cosenza e della Calabria. Dove, racconta Massimo Covelli, «rappresenta l’unico collante nazionale». Ma anche da Reggio Emilia, Mirto Bassoli invoca un’inversione di tendenza: «Prima c’era uno sviluppo fondato sull’innovazione, ma negli ultimi dieci anni abbiamo perso la nostra
      identità, ricalcando sempre più il modello nazionale di una crescita veloce, deregolata e tutta quantitativa. E ora è crisi».