«Un ministero e più soldi, altrimenti il turismo affonda»

22/04/2005
    venerdì 22 aprile 2005

      PREVISIONI NERE PER LA PROSSIMA ESTATE E LA CONFTURISMO CHIEDE UNA STRATEGIA D’EMERGENZA
      «Un ministero e più soldi, altrimenti il turismo affonda»

      Raffaello Masci

        ROMA
        Per il turismo italiano, dopo la drammatica estate dello scorso anno, la prossima rischia di essere una Caporetto. Servono subito un ministro che coordini le varie politiche regionali e più soldi all’Enit per rilanciare il marchio Italia nel mondo. Più che una proposta (che già era stata fatta) è un ultimatum al governo da parte di Bernabò Bocca, presidente di Confturismo, la maggiore organizzazione di categoria, dopo che il settore ha attraversato un anno da dimenticare.

          Dal 2001 al 2004 solo il settore alberghiero ha perso 13 milioni di pernottamenti, pari al 10% e a 3,5 miliardi di euro di fatturato: più di mille l’anno. Lo scorso autunno – dopo che la stagione estiva era stata disastrosa, con un calo di presenze che in alcune regioni ha toccato il 20% – ci fu un’offensiva di comunicazione, sia da parte di Confturismo sia delle consorelle (Federturismo, aderente a Confindustria, e Assoturismo, aderente a Confesercenti) per sbloccare la situazione, chiedendo al governo una politica incisiva per il settore. Ma tutto è rimasto inerte.

            In questi giorni sono usciti i dati relativi alla stagione invernale e al periodo di Pasqua: peggio che andar di notte. Se nel 2004 il 6,1% degli italiani aveva fatto una vacanza sulla neve, la quota è scesa quest’anno al 5,4%. Ed è diminuito il numero di chi si è concessa una sciata rapida dal mattino alla sera: dal 9,3 al 7%. Le cose non sono andate meglio a Pasqua: gli italiani in vacanza sono stati 7,5 milioni rispetto agli 8,1 dello scorso anno, quando il dato era già in flessione.
            «Se le cose restano come sono, non c’è nulla di buono da sperare per la prossima estate, anche se una previsione numerica appare prematura. Eppure – commenta Bocca – mi ricordo bene la frase di Berlusconi, alla vigilia delle elezioni del 2001, quando all’assemblea di Federalberghi rispose alle nostre preoccupazioni con un rassicurante sorriso e un colloquiale “Ghe pensi mi”».

              Il turismo è una delle più grandi risorse italiane: produce l’8% del pil, dà lavoro (diretto e indiretto) a due milioni di persone e ha un fatturato annuo di 150 miliardi di euro. L’Italia, storicamente, è sempre stata la seconda meta più visitata del mondo dopo gli Usa. Oggi è scesa al quarto posto, sorpassata da Spagna e Francia. Il problema – spiega la Confturismo – è legato al fatto che la materia è di competenza regionale, dopo il referendum del ‘93 che abolì i ministeri dell’Agricoltura e del Turismo. Però, mentre per il primo si trovò la formula del ministero delle Risorse Agricole, con compiti di coordinamento, per il secondo non si fece nulla.

                Il risultato è che ogni regione si fa la propria campagna di promozione, spendendo molto e ottenendo poco. Si promuovono le Marche, per esempio, o la Basilicata, che gli stranieri spesso non sono neppure in grado di localizzare, e non l’Italia che è invece un marchio fortissimo. A questo dovrebbe pensare l’Enit (l’ente nazionale per il turismo) con 24 milioni di budget l’anno, quando – per dire – il solo Trentino ne spende 25. La devolution turistica si è rivelata una catastrofe campanilista.

                  «Comunque, una politica efficace per il turismo si può fare – dice ancora Bocca -. Ma il fattore tempo non è irrilevante: bisogna agire prontamente. Intanto prendiamo atto che nel decreto sulla competitività viene rinforzato il ruolo dell’Enit e viene aumentata la dotazione da 24 a 44 milioni. Ma il decreto non è ancora passato. E poi serve, urgentemente, un soggetto unico nazionale che rappresenti la politica turistica, anche perché la materia è diventata di rilevanza comunitaria e non possiamo mandare 20 assessori regionali a trattare a Bruxelles».

                    La soluzione, dunque, sarebbe quella di istituire un ministro del Turismo che, senza togliere competenze alle regioni, ne coordini le politiche, così come accade per l’Agricoltura. In Parlamento è stato depositato, peraltro, un disegno di legge in questo senso (numero 5620), sostenuto da entrambi gli schieramenti, ma, se i tempi della politica sono quelli che sono, e se mai la legislatura dovesse interrompersi, per il turismo italiano potrebbe esserci un avvitamento dagli esiti imprevedibili.

                      I numeri della crisi

                        8%: è il contributo che il settore del turismo dà al pil.

                        2 milioni: sono i posti di lavoro.

                        150 miliardi: è il fatturato annuo del settore

                        -20%: è la quota di turisti che si sono persi la scorsa estate rispetto all’anno precedente.
                        -4%: è la percentuale di chi ha abbandonato il mare.
                        -3,6%: è lo «sboom» di chi ha abbandonato le città d’arte.
                        -1,1%: è la percentuale di chi non è più andato in montagna.

                        3.5 miliardi: è la somma che ha perso dal 2001 al 2004 il settore alberghiero.