Un immigrato su due non interessato a diventare italiano

24/07/2007
    martedì 24 luglio 2007

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      Un immigrato su due
      non è interessato
      a diventare italiano

        La ricerca: solo il 55% pensa alla cittadinanza dopo 10 anni
        E meno della metà ritiene giusta la legge che dimezza l’attesa

          Mario Porqueddu

            MILANO — «Per me l’immigrazione è la parte illegale, gli spacciatori. Non si pensa al cingalese con le sue rose quando si pensa all’immigrato» dice un italiano nel corso di un’intervista di gruppo. E poco importa se il cingalese c’è, o se il 42% degli italiani dice di provare sentimenti di «comprensione, disponibilità e fiducia» nei confronti degli immigrati, mentre il 33% parla di «disagio, rabbia e insicurezza». Quelle due frasi, che in parte identificano immigrazione con delinquenza, raccontano alcune cose sul percepito e sul reale, sul rapporto fra noi e loro, su «l’Italia e gli immigrati». E sono la prova che esistono «tante società» immigrate nel nostro Paese: portatrici di idee, culture e aspettative diverse. «Sono quattro i macro-gruppi che convivono in Italia: est-europeo, latino-americano, asiatico e nord-africano» spiega il professor Mario Abis, docente di Ricerche psicosociali e Analisi dell’opinione pubblica allo Iulm. «E la domanda di integrazione — aggiunge — si differenzia in relazione a queste grandi aree e ad altri fattori, uno di questi è la religione». Abis è amministratore delegato di Makno & consulting, la società alla quale il ministero dell’Interno ha commissionato una ricerca sociale sull’immigrazione in Italia. Il Viminale voleva un’indagine che andasse un po’ al di là dei numeri. Amato ha posto una sola condizione: doveva esserci un’analisi del livello di conoscenza delle norme che regolano l’acquisizione della cittadinanza italiana, e dell’interesse per il disegno di legge del 4 agosto 2006, che prevede un abbassamento da 10 a 5 del numero di anni necessari per poterla richiedere. Così, da un lato si è scoperto che l’idea interessa all’incirca solo la metà degli stranieri. Dall’altro, sul tavolo del ministro è arrivata la più completa indagine condotta in tempi recenti, e forse in assoluto, sugli immigrati nel nostro Paese.

            La percezione degli italiani
            «In generale ci sono molta disinformazione e ignoranza reciproca» avverte Abis. In effetti due terzi degli italiani non hanno idea di quanti siano gli immigrati sul territorio nazionale. Il 5% parla di oltre 5 milioni e pochi indicano una cifra fra i 2 milioni e mezzo e i 3, che si avvicina al dato reale. In compenso, siamo quasi tutti convinti che l’immigrazione negli ultimi 5 anni sia cresciuta, e il 75% di noi crede che in futuro andrà peggio. Ma non si può dire che ne facciamo un dramma: tra le nostre priorità, prima del controllo degli ingressi alle frontiere, che è all’ottavo posto, vengono la disoccupazione e il lavoro precario, le condizioni economiche delle famiglie — prezzi, crisi economica, pensioni — e persino la formazione di una nuova classe dirigente. Però, anche se gli immigrati vengono vissuti soprattutto come «lavoratori » e solo una minoranza sostiene che la loro principale attività sia chiedere l’elemosina o delinquere, la percezione della clandestinità rimane rilevante: per circa il 15-16% degli italiani gli irregolari sono almeno il 50% del totale. Uno dei fattori che alimenta la diffidenza è la lingua. «È un punto fondamentale — dice Abis —. Potrebbe favorire i meccanismi dell’integrazione, ma per ora c’è un livello di conoscenza basso. Per paradosso, tanti immigrati in Italia, oltre alla loro lingua conoscono altri idiomi stranieri meglio dell’italiano. Questo si riverbera su questioni di sicurezza sociale, come la salute: alcuni non accettano di farsi curare per problemi di comunicazione».

            L’Italia vista dagli immigrati
            Dante Goffetti, mantovano, 58 anni, è l’uomo che ha progettato l’indagine, coordinato il lavoro di centinaia di intervistatori, assemblato i dati. Ora sfoglia i risultati e cita: «Ecco qui, pagina 25: lavorano 3 immigrati su 4 e la maggior parte ha contratti regolari ». Poi va a pagina 73: «Oltre l’85% degli immigrati si trova bene in Italia, con un 24% che dice di stare molto bene». Goffetti spiega che il campione è stato «proporzionato» tenendo conto della provenienza dei cittadini immigrati, per rispecchiare la realtà italiana. Racconta che gli intervistati sono stati avvicinati nei negozi etnici, nei phonecenter, nei supermercati. «I cinesi non hanno voluto parlare — dice —. Ci hanno risposto che l’Italia sa tutto di loro: lavo rano e pagano le tasse». Ma gli altri si sono raccontati, e ne è venuto fuori un identikit interessante di chi vive da un po’ nel nostro Paese.

            Le mansioni più diffuse sono operaio, badante, colf e cameriere. Il 44% degli immigrati abita con la propria famiglia, in nuclei composti mediamente da 3,7 persone. Stanno, per due terzi, in case in affitto (i proprietari sono il 12%) più piccole delle nostre: 75 metri quadri contro 103. Ma oltre 7 su 10 sono soddisfatti dei propri appartamenti. Dotati di quasi tutti gli elettrodomestici, meno la lavastoviglie, di tv (le reti preferite sono Canale 5 e Rai Uno) e di più antenne paraboliche di quante ne usino gli italiani. E ancora: la metà dei cittadini immigrati ha la macchina, il 20% possiede un motorino, quattro su dieci vanno in bicicletta. Il 50% ha un conto in banca. «C’è tanta integrazione » chiude Goffetti. Ma alla voce progetti per il futuro la ricerca dice: oltre un quarto degli immigrati intende vivere in Italia, circa la metà vuole tornare al proprio Paese.

            La cittadinanza
            Non sempre i segnali di integrazione si traducono nella volontà di diventare italiani. La cittadinanza sarebbe per gli immigrati un «traguardo funzionale», il modo per ottenere «beni» come il welfare o la possibilità di acquisti rateali, e soltanto pochi hanno una reale aspirazione a poter votare. Molti di loro, poi, temono di perdere i propri beni in patria: «sanzione» prevista da alcune legislazioni nazionali per chi decide di cambiare passaporto. A questo si aggiungono la scarsa conoscenza delle nostre leggi, compreso il disegno di legge Amato, e questioni legate alla cultura dei singoli gruppi. Ecco che gli albanesi, spesso in Italia da tempo, con redditi superiori ad altri immigrati e un buon italiano parlato, vivono il nostro Paese come un trampolino di lancio per gli Usa e comunque preferiscono l’idea di tornare a casa a quella di fermarsi qui. Per le badanti ucraine, che pure tendono ad adeguarsi con facilità a usi e costumi del Paese ospitante, il ritorno in patria «è un mito». Ed è in parte simile l’atteggiamento dei filippini, che certo non dipende dall’integrazione. I ricercatori hanno verificato una circostanza curiosa: malgrado la comunità filippina sia la sesta in Italia per numero di persone, noi sembriamo non accorgerci di questa presenza. Perché sono discreti, o perché la parola «filippino» ormai indica una professione più che una nazionalità. Loro lo sentono, ci considerano caldi e affettuosi: «La signora per cui lavoro — dice una donna di 35 anni — è molto carina, si comporta da amica, beviamo il the assieme e chiacchieriamo». Però nutrono dubbi sulla proposta di Amato di poter ottenere la cittadinanza più rapidamente. «Come faccio a sapere dopo solo 5 anni che voglio restare in un Paese?». Sono soprattutto i latino-americani a manifestare l’intenzione di stabilirsi qui. E per loro un ruolo importante lo gioca «l’autopercezione di affinità culturale», dovuta in buona parte al fatto che sono cattolici. I dati dicono che oggi il 55% degli immigrati, poco più di uno su due, sarebbe interessato a chiedere la cittadinanza dopo 10 anni. Mentre il 47% (meno del 51,8% di italiani favorevoli) considera giusti i criteri del disegno legge che porta a 5 anni il periodo necessario, introducendo controlli sulla conoscenza della lingua. «Tante di queste "società immigrate" vogliono sì integrarsi — dice Abis —. Solo che pensano a convivere con gli italiani, mantenendo buoni rapporti, ma restando in una sorta di mondo parallelo».

              Punti forti e criticità
              Gli immigrati sono un soggetto poco omogeneo. Si vedono anche loro così. «Ci sono quelli che non vogliono lavorare» dicono in molti parlando degli altri stranieri. In base alle risposte date a domande sull’immagine che hanno degli italiani e di se stessi, sono stati individuati 5 gruppi portatori di orientamenti diversi verso la nostra società. Il primo (36,7%) è composto da chi valuta positivamente gli italiani e desidera assimilarsi. Il secondo (33,2%) da chi pensa che gli italiani siano razzisti. Poi viene chi non ha una grande opinione degli italiani ma non pensa che siano razzisti e critica gli altri immigrati; chi non desidera assimilarsi; e infine chi ritiene che gli italiani non siano razzisti e difende la reputazione degli immigrati. I problemi di presunto o reale razzismo riguardano soprattutto i rapporti con gli arabo-musulmani. «Ci chiamano animali, bestie, non ci rivolgono il saluto», dice una giovane donna marocchina. «Ti vogliono imporre la loro cultura» replicano alcuni italiani pensando alle popolazioni dell’Africa del Nord. E i ricercatori ammettono: «Parte della comunità marocchina è arroccata a difesa della propria identità». Una cosa sembra mettere tutti d’accordo: i bambini. Sono un veicolo di integrazione per gli adulti; per madri che spesso lavorano nelle case degli italiani e contribuiscono a creare stabilità. E a tutti pare giusto dare la cittadinanza a chi nasce in Italia e ha almeno un genitore regolarmente immigrato qui da 5 anni. «Per ora — dice Goffetti — ne sono già nati 620 mila».