Un esercito di 400 mila bimbi operai

02/11/2000



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2 Novembre 2000Oggi in edicola Pagina 13
Un esercito di 400 mila bimbi operai
Hanno tra 11 e 14 anni, prendono meno di 200 mila lire e non fanno ferie
Ecco il dossier della Cgil frutto di un’inchiesta durata 2 anni. Lavoro minorile diffuso sia al Sud che al Nord

di RICCARDO DE GENNARO


ROMA – È facile incontrarli in Brasile, in Nepal, nelle Filippine. Ancora più facile in India e nel Bangladesh. Ma non è neppure difficile trovarli molto più vicino. A casa nostra. I bambini che lavorano in Italia sono oltre 400 mila e, a dispetto, dei luoghi comuni, sono nascosti nel Sud più povero, ma anche nel Nord-Est più opulento, dove il primo comandamento è fare i soldi, altrimenti non sei nessuno. Potrebbero essercene nel capannone alla periferia della vostra città, nel retrobottega di un artigiano del centro, nella cucina del ristorante di prestigio, nello scantinato del palazzo di fronte.
"Lavoro e lavori minorili" è il titolo della prima inchiesta condotta in un Paese industrializzato sul lavoro minorile (il 97 per cento del campione ha un’età tra gli 11 e i 14 anni). L’ha voluta, fortemente, la Cgil. Era stato il leader Sergio Cofferati, un paio di anni fa, in occasione di un suo viaggio in India, a lanciare il primo allarme: "Guardate che i bambini-lavoratori ci sono anche da noi", disse. Ora sappiamo chi sono, dove sono e che cosa fanno. Aggiustano, controllano, assistono, lavano, puliscono. La maggior parte, si legge nella ricerca curata da Gianni Paone e Anna Teselli che sarà presentata il 7 novembre a Roma, non svolge mansioni particolari. Il 47 per cento di loro lavora nei negozi, nei bar, nei ristoranti. Il 15 per cento nelle officine, ai distributori di benzina, nei parcheggi. Il 17 per cento fa l’ ambulante o cuce vestiti o tomaie in famiglia, come negli anni del boom economico, il 12 per cento fa il garzone da un calzolaio o da un parrucchiere, il 10 per cento è muratore, idraulico, elettricista, operaio. Quattro sui dieci guadagnano meno di 200mila lire al mese. Soltanto il quattro per cento va sopra il milione, i baby- ricchi.
"Nel Sud i bambini lavorano nelle imprese che cercano manodopera a bassissimo costo, nel Nord aiutano il padre nella micro-impresa di famiglia", dice Luigi Agostini, responsabile del dipartimento diritti di cittadinanza ed economia sociale della Cgil. La sorpresa è che sono di più al Nord: "È un fenomeno della modernità, non dell’arretratezza", aggiunge con una formula efficace Agostini. Molti hanno abbandonato la scuola, ma molti altri sono studenti-lavoratori in pantaloni corti. È il caso dei cinesi. Basta chiedere agli insegnanti: gli scolari-lavoratori sono quelli che si addormentano con la testa sul banco. E hanno tutti gli occhi a mandorla. Accade questo: la notte lavorano per ore nelle cantine davanti alla macchina da cucire, non appena si addormentano il guardiano provvede a svegliarli.
È un salto indietro di 250 anni. Non è il 2000, ma l’ era della prima rivoluzione industriale in Inghilterra. Da un lato c’è il rutilante mondo della new economy, dall’altro la miniera. Non due paesi separati, ma gente che lavora pressochè gomito a gomito, Renato Soru a braccetto con Dickens. Oltre la metà dei piccoli lavoratori fa più di otto ore al giorno. A uno su quattro non fanno fare neppure la pausa pranzo, uno su tre stacca per meno di mezz’ora e poi torna a lavorare. Diritti zero, altro che battaglia per le 35 ore. Le vacanze? Scordatevele. Il 46 per cento dei bambini interpellati dai ricercatori della Cgil non ha le ferie e comunque non vengono pagate. Se non c’è miseria materiale c’è miseria culturale. Dice Agostino Megale, presidente dell’Ires-Cgil: "Non si capisce come mai il Parlamento non abbia ancora approvato la legge che impone a tutti i prodotti il marchio sociale dei diritti per certificare che non si è fatto ricorso al lavoro minorile". I bambini si sono fermati in Senato.