Un compromesso per salvare il nuovo Tfr

07/11/2005
    lunedì 7 novembre 2005

      Pagina 34 – Economia e Finanza

        VERSO UNA MEZZA RIFORMA IN SETTIMANA IL VOTO SUL DECRETO. PRONTO L’ACCORDO PER LA PORTABILITÀ AI FONDI PRIVATI. MA C’È GIÀ L’IMPEGNO PER L’ENNESIMA CORREZIONE

          Un compromesso per salvare il nuovo Tfr

            Il ministro La Malfa: «Il testo così come è non mi piace». Spunta la pensione a 70 anni su base volontaria

              Marco Sodano

              La riforma della liquidazione dovrebbe essere in vista del traguardo, resta da superare il braccio di ferro con le compagnie d’assicurazione. È un mucchio di denaro che si sposta, 13 miliardi l’anno secondo il ministro del Welfare Roberto Maroni, il muro contro muro è sempre dietro l’angolo: si chiude giovedì in consiglio dei ministri, giura Maroni, e «il testo del Tfr non si cambia». Però il decreto può sempre oscillare, ottenuto il via libera del governo, entro i confini dei «poteri correttivi» previsti dalla delega di legge.

              Sui quei poteri si fa conto per sciogliere gli ultimi nodi e far passare subito la riforma, almeno nella versione di prova. Per il contributo del datore di lavoro le società di assicurazione hanno giurato battaglia: se resterà appannaggio esclusivo dei fondi negoziali, quelli trattati con i sindacati di categoria, dovranno rinunciare a una buona fetta del nuovo mercato della previdenza integrativa. Al due per cento l’anno – nel corso di una vita di accantonamento – i loro clienti perderebbero tra il 20 e il 30 per cento del capitale.

              Una disparità di trattamento sulla quale ha insistito anche il ministro delle Politiche comunitarie Giorgio La Malfa. Dice: «Non mi piace il meccanismo del silenzio assenso, se non fai una scelta il tuo denaro va automaticamente nei fondi negoziali. Ma questa è un’obiezione politica».

              I tecnici del suo ministero ne Pongono altre due: «Uno sul contributo e uno sul fondo di Stato per garantire credito bancario alle aziende che perderanno le quote Tfr dei dipendenti». Potrebbero essere bocciati a Bruxelles, spiega La Malfa. «Nel primo caso perché si crea una distorsione della concorrenza, nel secondo perché il fondo potrebbe passare per aiuto di Stato».

              D’altra parte, continua il ministro, «ho già detto che non ho intenzione di fare una battaglia per la riforma del Tfr. Resto perplesso ma sarò con la maggioranza». Le obiezioni europee non sempbrano preoccupare Maroni, ricorda La Malfa: «Quando le abbiamo sollevate ha risposto che per sapere se Bruxelles ci boccia bisogna mandare testo». Dunque, intanto approvare e «se poi c’è qualcosa da rivedere lo facciamo con le correzioni previste dalla delega di legge».

              Così dice anche il consigliere economico di Palazzo Chigi Renato Brunetta – che nelle scorse settimane definì un «regalo» ai sindacati la regola sul contributo del datore di lavoro -: procedere avanti piano. «Non è un grande testo, ma è essenziale dare il via adesso. Se poi ci saranno aggiustamenti da fare, tra un paio d’anni si potrà provvedere a migliorare la riforma».

              Intanto si lavora a una sorta di accordo ponte con le assicurazioni: con il consenso dell’interessato (si intende) le quote di Tfr andrebbero parcheggiate per due anni in un fondo negoziale. Trascorsi i ventiquattro mesi l’interessato potrà cambiare idea e ritrasferire la liquidazione ad un fondo privato. Mantenendo il diritto al contributo del datore di lavoro.

              Contenti i sindacati, che non vedono minacciata l’influenza del loro potere contrattuale nella nuova previdenza. E contente le assicurazioni, che scongiurano il rischio di restar tagliate fuori del tutto. Contento Maroni che vedrà decollare la sua riforma.

                Intanto si torna a parlare anche di pensione a 70 anni: solo in forma volontaria. Questa settimana il governo dovrebbe presentare un progetto che permetterà di restare al lavoro fino ai settanta, con quarantacinque anni di contributi. È tornato a parlarne il sottosegretario al Welfare Alberto Brambilla, per spiegare che dovrebbero esser superati i dubbi sulla copertura espressi a suo tempo dalla Ragioneria di Stato.