Un caso politico – di Ezio Mauro

28/06/2002


VENERDÌ, 28 GIUGNO 2002
 
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UN CASO POLITICO
 
 
 
 
EZIO MAURO

Nel momento più acuto dello scontro sociale, con i sindacati divisi e il governo all´attacco della Cgil, scoppia il caso delle lettere di Marco Biagi, cento giorni dopo l´assassinio del giuslavorista da parte delle Brigate Rosse.
Si sapeva che la Procura di Bologna lavorava su un dischetto del computer dal quale il professore, collaboratore del ministro del Welfare Maroni, scriveva i suoi messaggi. Adesso, quel dischetto è arrivato ad una piccola rivista dell´area no global ("Zero in condotta"), che oggi pubblica le lettere di Biagi. "Repubblica" è in grado di anticipare il testo, dopo aver cercato riscontri con tutti i destinatari delle e-mail, e anche con la vedova di Marco Biagi. Sulla base di questo materiale, nascono alcune domande inquietanti, che attendono una risposta pubblica e urgente.
Le cinque lettere sono state scritte dal 2 luglio 2001 al 23 settembre dello stesso anno e sono indirizzate al direttore di Confindustria Stefano Parisi, al sottosegretario al Lavoro Maurizio Sacconi, al presidente della Camera Pierferdinando Casini, al Prefetto di Bologna e al ministro Maroni. Nei testi c´è l´angoscia lucida e disperata di un uomo che si sente bersaglio del terrorismo, che riceve telefonate minatorie, che teme di fare la fine di Massimo D´Antona: e che vede revocata la sua scorta senza un motivo spiegabile, "per ragioni che ignoro", come scrive impotente a Casini.
E´ un documento terribile. Mentre si susseguono le telefonate anonime, informatissime sui suoi spostamenti e sulla sua inermità, Biagi si preoccupa per l´angoscia in cui vive la sua famiglia, e chiede a tutti di aiutarlo a portare avanti il suo lavoro, ripristinando la protezione: invano. Nella lettera a Maroni, il 23 settembre, Biagi conclude sconfortato: "Qualora dovesse malauguratamente occorrermi qualcosa, desidero si sappia che avevo informato inutilmente le autorità di queste ripetute telefonate minatorie senza che venissero presi provvedimenti conseguenti." Nessuna "autorità", dopo la tragica morte di Biagi, ha sentito il bisogno – e il dovere – di rispettare questo desiderio.

Ma dentro le lettere, oltre ad un atto d´accusa che chiama in causa il governo e lo Stato, c´è un caso politico clamoroso. Nella lettera a Casini, infatti, il professore chiama in causa Cofferati: "Sono molto preoccupato – scrive – perché i miei avversari (Cofferati in primo luogo) criminalizzano la mia figura". E´ il 15 luglio 2001, Biagi si sente nel mirino del terrorismo, scrive di avere "avversari" che lo "criminalizzano", e fa il nome del segretario della Cgil, che verrà poi accusato nei mesi successivi con gli stessi argomenti dal presidente del Consiglio Berlusconi e – ancora l´altro ieri – dai ministri Scajola e Giovanardi.
Cofferati spiega a "Repubblica" che in quel periodo non aveva avuto alcuna occasione di scontro o di polemica con Biagi: perché, si domanda, Biagi si sentiva "criminalizzato" dal segretario della Cgil tre mesi prima della polemica sul "Libro Bianco" del governo, che li oppose aspramente? Ma c´è di più. Al nostro giornale il direttore di Confindustria, Parisi, rivela che una lettera è uscita incompleta o manipolata dal dischetto: dal messaggio a lui spedito da Biagi il 2 luglio 2001, infatti, è stato espunto un passaggio che contiene un nuovo esplicito e pesante riferimento a Cofferati, e in particolare a "minacce" del segretario Cgil "riferitemi – scrive il professore – da persona assolutamente attendibile".
Dunque a luglio qualcuno ha parlato a Biagi di "minacce" di Cofferati. Chi, perché, in riferimento a che cosa? Perché quel passaggio – che "Repubblica" ha ricostruito, pubblicando il testo integrale della lettera – è stato omesso nel dischetto o nella sua trascrizione? "Vogliono coprire chi strumentalizzava le paure di Biagi – domanda Cofferati – indirizzandole verso di me? Vogliono rendere note le accuse nei miei confronti, nella lettera a Casini, nascondendo il suggeritore di quelle accuse, nella lettera a Parisi"?
Ma c´è un´ultima domanda. Se Cofferati "minacciava", perché la Procura non lo ha interrogato, pur conoscendo i testi di quel dischetto? Perché non ha cercato di ricostruire la storia di quelle minacce, il profilo di quella fonte "assolutamente attendibile" che le rivelava, la verità dei fatti esposti da Biagi? L´angoscia di un uomo che si sentiva – ed era – condannato a morte, merita considerazione e rispetto, e il governo e la polizia non hanno avuto n´è l´una n´è l´altro, lasciando Biagi solo. Oggi le parole del professore devono far riflettere tutti, a partire dal sindacato e dal governo, troppo spesso abituati nel loro linguaggio a scambiare gli avversari per nemici. Ma intanto, la Procura faccia chiarezza, riveli tutti i testi di Biagi, porti alla luce le sue accuse, e cerchi le responsabilità: senza riguardo per nessuno ma anche senza lasciar filtrare spezzoni di accusa, omissioni interessate, usi politici postumi di lettere private. Nella peggior tradizione italiana.