Un buco da due miliardi nei conti di Parmatour

08/01/2004


08 Gennaio 2004

ANCORA UN INTERROGATORIO PER TONNA. I MAGISTRATI OTTIMISTI SULLA POSSIBILITÀ DI RECUPERARE I FONDI A VANTAGGIO DEI CREDITORI
Un buco da due miliardi nei conti di Parmatour
I pm: «Un’altra discarica finanziaria». Sentiti gli uomini di Deutsche Bank

Brunella Giovara
inviata a PARMA

E’ un buco da due miliardi di euro o anche di più – sospettano gli investigatori – quello di Parmatour, società del turismo della famiglia Tanzi, che gli stessi uomini della Procura di Parma definiscono «un’altra pattumiera del gruppo Parmalat». Un’altra sorpresa, insomma, e di di sicuro non l’ultima, nel giorno in cui i pm concludono l’interrogatorio dell’ex direttore finanziario del gruppo, Fausta Tonna, e avviano gli accertamenti sulle banche, ascoltando come testimoni alcuni manager di Deutsche Bank. Ma i magistrati che conducono l’inchiesta sono anche ottimisti sulla possibilità di recuperare, per la parziale soddisfazione dei creditori, alcune somme che sono ancora nella disponibilità del gruppo Tanzi. «Pensiamo di sì», rispondono infatti a chi fa una domanda in questo senso, anche se la cifra esatta «è un calcolo che ancora non possiamo fare».
Parmatur, «una specie di discarica finanziaria», per dirla con un investigatore che sta cercando di ricostruirne i movimenti. Una società dove venivano dirottati milioni di euro che poi sparivano nel nulla, e anche questo è un bel capitolo della faccenda: nella disponibilità di chi, finivano tutti quei soldi? Il sospetto di chi indaga è che il denaro tornasse ai Tanzi, a costituire una sorta di riserva aurea per i tempi difficili. Ma è solo un sospetto, ora come ora. Mentre le carte parlano chiaramente di un dissesto che è di molto superiore a quanto ipotizzato in precedenza. Calisto Tanzi, durante l’interrotorio di fine anno, aveva ammesso la «distrazione» di 500 milioni dai bilanci Parmalat, in un arco di tempo di sei-sette anni, proprio pe rirpinare le perdite di Parmatour. Oggi si parla invece

di 750 milioni, forse addirittura il doppio, un miliardo e mezzo di euro, quel «buco senza fondo» che non finisce di stupire gli investigatori, ieri negato con forza dai vertici della società, che in serata diffondevano un comunicato per spiegare «la società è stata costituita solo nel 2002, e deve ancora approvare il suo primo bilancio».
Ma per chi ha messo le mani nelle carte dell’affaire Parmalat, questo è solo un altro esempio (il primo è Bonlat) del modello Tanzi-Tonna, alleati a declinare una finanza estremamente creativa di cui l’ex direttore finanziario della Parmalat sta giusto ora finendo di fornire i particolari ai magistrati inquirenti. Ieri i pubblici ministeri hanno concluso l’interrogatorio fiume (32 ore in tre giorni) di Fausto Tonna e l’hanno rispedito nella sua cella al carcere della Burla, da dove l’uomo spera di uscire presto visto che – spiega il suo difensore Oreste Dominioni – «il mio cliente ha un atteggiamento collaborativo, e perciò mi accingo a chiedere per lui gli arresti domiciliari».
«E’ molto provato per quanto sta accadendo», raccontava ieri Dominioni, e in effetti Tonna mostrava sì viso truce e aria afflitta, ma forse in fondo in fondo soddisfatta per aver infine delineato compiti e responsabilità, le sue e quelle di Calisto Tanzi. Non ha parlato delle tangenti a uomini politici, ma piuttosto dei rapporti tra il gruppo e le banche, anzi il sistema bancario italiano e internazionale. Le «prassi» seguite per fare affari in giro per il mondo – il Sudamerica in primis – e in particolare ha focalizzato la sua giornata di approfondimento sul famigerato fondo Epicurum, la prima spiea dell’imminente crac.

«E adesso abbiamo molta carne al fuoco, perciò bisognerà verificare tutto quello che ha detto», commentavano a fine giornata gli inquirenti, mentre gli uomini della Guardia di Finanza facevano la spola tra la sede Parmalat di Collecchio e la procura della Repubblica, in un via vai di faldoni e documenti che via via certificano l’allegro andazzo finanziario della Parmalat e dei suoi responsabili.
Ma la giornata ha visto anche l’arrivo al palazzo di giustizia di Parma dei primi esponenti di quel mondo bancario chiamato in causa proprio da Tonna: la Deutsche Bank, arrivata per prima a chiarire ai magistrati la propria posizione, e decisa a difendersi dai sospetti che si addensano sui dirigenti che tenevano i contatti con i vertici della Parmalat.
Al centro del colloquio alcune «stranezze» emerse nel corso dell’inchiesta ed evidenziate prima che dalle dichiarazioni di chicchessia e dalla documentazione acquisita, da una singolare circostanza su cui i magistrati intendono fare quanto prima chiarezza: il collocamento di un bond da 350 milioni di euro, il 12 settembre, quando negli ambienti finanziari internazionali erano già molte ed insistenti le voci di una crisi del gruppo di Collecchio.
Ma c’è anche dell’altro. La decisione improvvisa della Deutsche Bank di scendere nella sua quota in Parmalat, in un giorno molto speciale dell’intera vicenda, ovvero il 19 dicembre. Quel giorno la Bank of America annunciò al mondo che Bonlat non aveva alcun conto presso le sue filiali, e la Deutsche Bank dichiarò che la sua quota – salita repentinamente al 5,157 per cento qualche giorno prima – era scesa in modo altrettanto improvviso all’1,57 per cento. Un velocissimo dietrofront del quale ieri pomeriggio hanno spiegato le ragioni il capo della filiale di Londra della banca (che si occupa di bond) e due altri dirigenti suoi colleghi. All’incontro ha partecipato anche il capo dell’ufficio legale italiano della banca. Ma gli esiti dell’incontro non hanno soddisfatto gli inquirenti: «Ci hanno detto il minimo indispensabile con un atteggiamento molto tecnico. Bisognerà risentirli». Commentavano ieri sera. E questa tranche dell’inchiesta fa sentire i suoi effetti anche in Germania, dove ieri l’autorità di controllo dei mercati finanziari ha aperto un’indagine.