Un appello con poche speranze

17/10/2001

Logo Repubblica.it

Pagina 30
UN APPELLO CON POCHE SPERANZE

Quando il presidente della Repubblica lancia un appello non c’è mai nessuno disposto a non sottoscriverlo. Dopo aver riabilitato i «ragazzi di Salò» e invitato i Poli a ritrovare un confronto politico costruttivo, Ciampi chiede ora di «riprendere il dialogo sociale». Giustamente, il Capo dello Stato non si impicca alla formula magica, ma ormai poco più che totemica, della «concertazione». E’ stata un metodo. Ha funzionato per 10 anni. Ma oggi è solo una parola, svuotata dal contesto e dalle scelte confuse già fatte dal governo di centrodestra. Sul piano tattico, Berlusconi ha un’opportunità. Senza la tragedia dell’11 settembre non sarebbe sfuggito alla morsa dell’«autunno caldo». E avrebbe trovato sulla sua strada un Cofferati isolato, ma anche rafforzato da un ruolo improprio di leader «supplente» di un’opposizione scompaginata. In questa cornice, la prova di forza su Welfare e pensioni sarebbe stata carica di insidie per il governo.
Oggi, nella cornice diversa dentro la quale i terroristi di Bin Laden hanno precipitato il mondo, Berlusconi può invece sostenere la sfida con il sindacato. I riflettori dell’opinione pubblica sono puntati altrove. L’economia vacilla su un crinale pericoloso, tra un sentiero di crescita moderata e l’abisso di una recessione. La Finanziaria di carta varata da Tremonti è lo specchio di un Paese sospeso. Per ora niente stangate, ma neanche sgravi fiscali allegramente «spacciati» prima del 13 maggio. Le incognite del ciclo impongono misure severe. Soprattutto se, a dispetto delle solite tentazioni tardoliberiste, urgono piuttosto ricette neokeynesiane, cioè risorse da dirottare al sostegno del reddito e dell’occupazione. In questo scenario emergenziale tutto si può giustificare. Anche gli alibi. Il ministro Maroni, prima dell’11 settembre conciliante col sindacato, ha cambiato linea. E la solitaria resistenza della Cgil sul sistema previdenziale o sulla flessibilità del lavoro diventa meno sostenibile.
Questa fase delicatissima dovrebbe permettere un aggiornamento condiviso del «patto sociale», scambiando le riforme da ultimare con una politica della domanda da rilanciare. Ma il governo non è capace. E il sindacato non è disponibile. Berlusconi può osare, per Cofferati è più difficile battersi. Stavolta concertare può essere inutile. Al Cavaliere conviene investire sulla spaccatura del sindacato, captando in qualche modo la benevolenza di Angeletti e Pezzotta, e lasciando solo il Cinese dentro le mura assediate della sua Cgil. Il leader del più grande sindacato italiano sembra legato a un suo destino ormai ineluttabile. Può solo provare a resistere. Per coerenza personale e politica, non può concedere al governo del «nemico» Berlusconi ciò che, inflessibilmente ma colpevolmente, negò ai governi «amici» di D’Alema e Amato. Ciampi può lanciare tutti gli appelli che vuole. Ma per ora, anche in politica, sono tempi di conflitto e non di dialogo.
(m.gia.)