Ultras (G.Minà)

24/03/2004





 
   

24 Marzo 2004







 

Ultras
GIANNI MINA’


Silvio Berlusconi lo aveva detto «Se non variamo il decreto che spalma in cinque anni i debiti del calcio professionista italiano col fisco e l’Enpals, può scoppiare la rivoluzione». Il cavaliere, che oltre a essere un presidente operaio, un affarista, un posteggiatore e un tecnico di calcio è anche un indovino, evidentemente lo prevedeva e puntualmente domenica scorsa, a Roma, è scoppiato l’inferno all’Olimpico, a metà del derby cittadino, e alcuni pretoriani del tifo sono scesi in campo indisturbati per ingiungere a Totti e compagni di andarsene a casa «…se non volevano che succedesse qualcosa». A quel punto Adriano Galliani, vicepresidente esecutivo del Milan e presidente della Lega, Confindustria del calcio, si è autonominato ministro dell’interno ed esautorando tutti insieme, in un attimo, il prefetto di Roma Achille Serra, il questore Cavaliere e il colonnello dei carabinieri di zona, oltre alla Federcalcio, ha consigliato, via cellulare, all’arbitro Rosetti, di accettare il ricatto. Ora passi per il giovane direttore di gara le cui decisioni in campo, per regolamento non avrebbero dovuto però essere influenzate da nessuno, meno che mai dal vice presidente del club che contende alla Roma (ma, per ora, anche alla Lazio) lo scudetto. E’ inaudito invece che una decisione d’ordine pubblico riguardante settantamila persone sia stata presa per telefono, in due minuti, da un signore che non ha nessuna autorità per farlo e non ha nemmeno la sensibilità di consigliare all’arbitro turbato di chiedere almeno consiglio alle autorità di pubblica sicurezza preposte a tutela di quell’evento. D’altronde chi governa (si fa per dire) il calcio dei club ricchi (di cosa?) del nostro paese accettando da anni il falso in bilancio come abitudine e così pure l’elusione di ogni regola (compresa quella di una credibile lotta al doping e alla violenza) che cosa poteva consigliare? La fuga, ovviamente, dalle proprie responsabilità approfittando del fatto che il capo di governo è il suo presidente al Milan oltre a essere il premier di un governo che ha depenalizzato il falso in bilancio, ha affermato che è giusto violare le tasse e ha intenzione, a breve, di tagliare tutti i lacci e i lacciuoli che frenano, in parlamento, i progetti balzani e le «trovate creative» che i suoi ministri più disinvolti propongono. Questo panorama non ha niente a che fare con la più elementare democrazia, il rispetto dei ruoli, il rispetto delle regole, la tutela dei cittadini e nemmeno con la difesa dei diritti dei consumatori dello spettacolo calcio. E’ invece la spia di una decadenza morale, sociale e politica. La stessa per cui, ieri, a un determinato segnale si è riempito il parlamento per far passare, con un colpo di mano, la iniqua legge Gasparri che assicura, per sempre, a un solo soggetto, il presidente Berlusconi, il dominio della comunicazione nel nostro paese. Il coordinamento nel mettere in atto il colpo di mano parlamentare è stato perfetto come quello degli ultras di Roma e Lazio che, domenica all’Olimpico, all’inizio del secondo tempo hanno ritirato all’unisono gli striscioni nelle rispettive curve come succede solo quando una azione è preordinata.

Quando si dice la coincidenza. Sono cose che possono succedere solo una volta nella vita o in un derby romano, magari in tempo di elezioni, quando c’è il pericolo di perdere, non c’è più perfetta sintonia con alcuni alleati e non si può rischiare una guerra in nome del calcio. A pensar male – sostiene Andreotti – si fa peccato, ma spesso si indovina.