Ultimatum dei sindacati «Con la delega è rottura»

31/10/2001
La Stampa web








(Del 31/10/2001 Sezione: Economia Pag. 27)
LE TRATTATIVE SONO DIFFICILI, POTREBBE INTERVENIRE BERLUSCONI
Scontro sulla previdenza
Ultimatum dei sindacati «Con la delega è rottura»
Il governo prende tempo: «Si va verso un rinvio al 15 dicembre» Cgil, Cisl e Uil compatte: «Non ci sono contenuti, il tavolo è inutile»

ROMA Ultimatum dei sindacati al governo: se non ci sarà una marcia indietro dell´esecutivo sulla delega legislativa sulle pensioni, sarà scontro. Al termine del secondo round di discussione sulla previdenza e il mercato del lavoro, la rottura sembra vicinissima, e solo una decisione politica – che non può che spettare al Presidente del Consiglio, che potrebbe vedere a stretto giro i leader di Cgil-Cisl-Uil – potrebbe raffreddare il clima. I sindacati ieri hanno protestato col sottosegretario al Lavoro Alberto Brambilla, titolare del negoziato: «E´ impensabile – spiega il numero due della Uil Adriano Musi – che un ministro dica sulle pagine dei giornali che la delega è già pronta, e che al tavolo con i sindacati si dica il contrario». Si tratta del ministro Maroni, che insiste nel ribadire che i contenuti della delega sono già delineati e che non spetta al sindacato decidere lo strumento legislativo da utilizzare. Anche per Pier Paolo Baretta, segretario confederale della Cisl, «sarebbe sbagliato e inaccettabile l’utilizzo di uno strumento eccezionale. La prossima volta ci devono dire chiaramente se la delega ci sarà o non ci sarà, e uscire da questa ambiguità sul metodo e sul merito del confronto». Dello stesso avviso Beniamino Lapadula, responsabile per le politiche sociali della Cgil: «Abbiamo ribadito a Brambilla che se l’idea è quella di una delega, peraltro senza contenuti, questo tavolo diventa inutile. Ci auguriamo, quindi, che il governo non cerchi lo scontro». Sulla stessa linea gli autonomi di Ugl e Cisal. Problemi in vista anche sulla prospettata privatizzazione dell´Inail, l´ente che gestisce l´assicurazione contro gli infortuni dal lavoro. Nell´Esecutivo non tutti sono convinti dell´opportunità di una rottura all´insegna dei tagli alle pensioni, certo poco «popolari». Sarebbe sicuramente sciopero generale, proclamato compattamente da un sindacato che invece il ministro Maroni sembra vedere più diviso di quanto appaia; sciopero che si aggiungerebbe a quelli già in programmazione nella scuola, nel pubblico impiego, e in altri settori produttivi (metalmeccanici ed edili). Ieri il viceministro all´Economia Mario Baldassarri ha spiegato che la data del 15 novembre per il varo delle deleghe non è fondamentale, per ragioni macroeconomiche: slittare a metà dicembre permetterebbe di verificare meglio le reali tendenze congiunturali. Un rinvio di un mese secondo gli esperti di procedure parlamentari sarebbe discutibile, ma non inammissibile. E consentirebbe di guadagnare tempo, e di allentare la tensione con le confederazioni. Nell´esecutivo, molte voci suggeriscono prudenza; altrettante invece spingono ad andare alla resa dei conti. Dovrà decidere il Cavaliere. Il tavolo della previdenza così non ha fatto grandi passi in avanti, nonostante gli sforzi del sottosegretario Brambilla: i sindacati contestano le analisi della omonima Commissione, e per giunta si dividono sugli eventuali correttivi da applicare. Confindustria invece incita ad andare avanti. Brambilla però promette una risposta chiara per il 6 novembre. Diversa la situazione al tavolo sulla flessibilità. Qui il governo vede con evidenza le forti distanze tra Cgil e Cisl-Uil, e potrebbe quindi stringere sulla delega con meno remore. Per la Cgil, Giuseppe Casadio parla di dissenso totale sul metodo e sul merito delle proposte; il cislino Raffaele Bonanni e Fabio Canapa (Uil) vedono come un passo avanti la disponibilità del sottosegretario Maurizio Sacconi a varare insieme alla delega misure sulla formazione e gli ammortizzatori sociali. Si parla di obbligare i lavoratori in cassa integrazione a seguire corsi di formazione, pena la perdita del sostegno economico, e di limitare il ricorso al reddito minimo d´inserimento, che alimenterebbe il lavoro nero. La sensazione è che nei prossimi incontri (separati, il 7, in sessione plenaria l´8) il governo chiuderà la partita. Del resto, come dice il ministro Maroni, «l’accordo si raggiunge certamente. Temo che non si raggiungerà con tutti. Non si è raggiunto con tutti sulla precedente riforma delle pensioni, non si è raggiunto con tutti sui contratti a termine, non si è raggiunto con tutti sul contratto dei metalmeccanici».

Intanto, slitta a oggi la comunicazione di Maroni sulle modalità di assegnazione dell´aumento delle pensioni minime. Le anticipazioni diffuse dal «Nuovo.it» sono piaciute poco ai sindacati dei pensionati, che – non consultati – hanno criticato il «ministro del monologo sociale». Queste le ipotesi per distribuire i 4.200 miliardi disponibili. Primo, verrà aumentata la «maggiorazione sociale» che già i pensionati «poveri» percepiscono a seconda dell’età (80, 160 o 180.000 lire). Secondo, l´aumento toccherà agli invalidi civili totali e ciechi con più di 65 anni, ai titolari di pensione sociale e ai titolari di pensione minima con più di 71 anni di età. Niente bonus per chi ha più di 13 milioni di reddito individuale, casa di abitazione esclusa, o di 21 milioni di reddito familiare. In pratica, l´aumento sarà dato solo a chi ha un coniuge con pensione sociale di 656.000 lire al mese. Pronta anche la sanatoria per chi ha percepito prestazioni non dovute dall´Inps.
Roberto Giovannini


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