Ultima ricetta: turismo à la mode de la Maison

07/10/2004


            giovedì 7 ottobre 2004
              BEL PAESE. CONTRO LA CRISI DEL SETTORE IL GOVERNO SI AVVIA A SEGUIRE IL MODELLO FRANCESE DI LUCA IEZZI
              Ultima ricetta: turismo à la mode de la Maison
              Verso il varo di una società di promozione di diritto privato che abbia come azionisti Stato, regioni e operatori

              Per risollevare il turismo italiano si tenta la via «francese». La disastrosa stagione estiva ha solo evidenziato una crisi strutturale già chiara e ha convinto tutti: governo, regioni ed operatori che qualcosa andasse fatto per risollevare quello che rimane il settore con il peso specifico più alto sul pil nazionale (11,7%, ovvero 148 miliardi di euro). Così il turismo è diventato un’emergenza e come tale è finita sul tavolo del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta. Il primo effetto, non troppo indolore per gli equilibri del governo, è stato di togliere la questione dalla competenza del ministero delle Attività produttive. D’altronde il ministro Marzano è riuscito ad alienarsi l’appoggio di tutti sia minimizzando la vera entità della crisi, sia proponendo una riforma dell’Enit (ente incaricato della promozione all’estero) che si limitava a «ministerializzare» il baraccone pubblico che è ora in grado di mangiarsi 15 dei già scarsi 24 milioni di euro di budget in costi di struttura.

              Invece, la risposta che sembra mettere tutti d’accordo si chiama Agenzia Nazionale per il Turismo: una società di diritto privato in cui siano presenti come azionisti lo Stato, le regioni (a cui il titolo V della costituzione riserva la competenza sul turismo) e gli operatori privati. Sarebbe questa «la via francese», perché viene presa a modello la «Maison de la France», agenzia transalpina capitale pubblico che coordina e promuove le offerte dall’Esagono per l’estero. Un esperimento rivelatosi vincente grazie alle sovvenzioni dello Stato (75 milioni di euro), ma che ha generato anche nuovo fatturato in proprio: infatti, attraverso un sito web la Maison vende pacchetti turistici. E i risultati si vedono: la Francia è diventata leader mondiale nei flussi turistici dall’estero quando l’Italia, ex-dominatrice, si è fatta sorpassare anche da Spagna e Stati Uniti ed è insidiata – anche qui – dalla Cina.


              Si prospetta un recupero difficilissimo, si stima che solo per riqualificare il brand Italia attraverso l’Agenzia, servano investimenti per 300 milioni di euro. Ma oltre a ripensare la promozione è necessario un’enorme sforzo per razionalizzare l’intera offerta turistica che spesso finisce per cannibalizzarsi. Anche qui si parla di un intervento pubblico e il braccio operativo – come peraltro per l’agenzia – dell’intera operazione sembra essere Sviluppo Italia. La società del Tesoro ha già una buona esperienza nel settore. Tra le molte attività del vecchio «Stato imprenditore», ha ereditato anche una serie di complessi turistici ora riuniti in Sviluppo Italia Turismo.

              La società guidata da Massimo Caputi non si è messa a fare il gestore, ma ha risanato e accorpato le varie attività per poi farle ritornare sul mercato uscendo progressivamente dal capitale (ha appena venduto il 17% di Sit ad una cordata formata da Ifil, Banca Intesa e il gruppo Marcegaglia). Uno schema (aggregazione-razionalizzazione-ritorno sul mercato) che ricorda quello dei fondi di private equity e che può essere utilizzato per molte realtà, visto che il fenomeno comune al settore è una riduzione dei margini a causa di una concorrenza sempre più numerosa. Così i microperatori, cioè la quasi totalità delle aziende italiane, sono a rischio estinzione. Senza contare che l’approccio da fondo di private equity, si prospetta come l’uso più efficiente dei soldi pubblici, molto meglio delle classiche sovvenzioni (tra l’altro sempre al limite della normativa Ue).

              Uno degli esempi più eclatanti dell’inadeguatezza infrastrutturale è proprio la polverizzazione dei tour operator nazionali: il più grande – Alpitour, controllato dall’Ifil – è solo al ventesimo posto nella classifica europea con un fatturato che vale il 4% del leader continentale, la tedesca Tui. Poi seguono gli altri, il rapporto Mercury 2004 sul turismo, presentato all’ultimo salone del settore, ne elenca 400, cui si aggiunge il fatto che la maggior parte delle agenzie di viaggio (oltre 10mila) svolge anche un’attività nell’ambito dei servizi.


              I cosiddetti big non se la passano particolarmente bene a cominciare da Parmatour, ancora in amministrazione straordinaria, per continuare con Cit alle prese con un difficile aumento di capitale, poi c’è il gruppo Ventaglio, quotato in borsa, che ha avviato un piano di controllo dei costi in vista del pagamento di un bond da 100 milioni nella primavera 2005. La Valtur ha riorganizzato le gestioni immobiliari per reperire risorse e consolidare l’attività.


              Le storie dei paesi di successo raccontano di progetti di aggregazione che ha portato nel campo dei tour operator di uno due operatori di taglia internazionale in grado di proporre in maniera visibile l’offerta sul mercato mondiale. L’unica via per farsi trovare pronti alla prossima «invasione»: quella del turismo di massa cinese.