Ultima chiamata per le riforme

11/03/2002
La Stampa web





(Del 11/3/2002 Sezione: Economia Pag. 17)
Ultima chiamata per le riforme

La ripresa si fa sentire con i primi vagiti; l´America, da cui parte, si attrezza a sfruttarne al massimo le potenzialità a colpi di mini-riforme targate Bush; a Barcellona l´Europa tenterà di porre rimedio alle più vistose lacune di efficienza e di efficacia. Nel frattempo l´Italia discute, tergiversa, si scontra: consuma il tempo e disperde le forze in mille rivoli, senza approdare a risultati concreti. Il vascello del BelPaese, che prometteva di salpare l´ancora per affrontare il mare aperto della modernizzazione, non solo è costretto a navigare a vista per il venir meno della bussola rappresentata dalla leva fiscale (se ne riparlerà a fine legislatura, quando la riforma Tremonti dovrebbe essere a regime); ma rischia di restare definitivamente in porto per mancanza della residua strumentazione, fatta essenzialmente di flessibilità. Per il momento il suo diario di bordo, infatti, è ricco solo di interventi cancellati, di punti interrogativi e di pause di sospensione.

All´origine dell´incertezza c´è, innanzitutto, l´incrocio perverso di due variabili destinate a produrre la paralisi: la necessità di salvare le apparenze da un lato e, dall´altro, il persistere delle contrapposizioni ideologiche e del clima di sospetto che inquina la normale dialettica tra posizioni diverse. Sta tutta qui l´anatomia del corto circuito tra governo, imprenditori e sindacati, sulla riforma dell´articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: uno scontro che blocca il confronto su tutta la tematica del lavoro, con enorme danno per il Paese. Lo ha, indirettamente, sostenuto in margine al workshop Ambrosetti su «Lo scenario della finanza per il vantaggio competitivo» chiusosi sabato a Villa d´Este, Mario Monti. Il commissario europeo alla concorrenza – pur attento ad evitare qualsiasi coinvolgimento in diatribe prettamente nazionali – ha ribadito, infatti, senza mezzi termini «l´assoluta necessità di un percorso di modernizzazione, di aumento della flessibilità, di crescita dell´efficienza e dell´efficacia» in Italia dove resistono ancora troppe ingessature in molti campi, tra i quali quello del lavoro: da noi, qualcosa si è inceppato davvero se, in Europa, l´Italia – con il 52% – ha il più basso tasso di partecipazione al lavoro, rispetto al 60-70% degli altri partners. Benché importante per gli imprenditori, il nodo dell´articolo 18 per loro stessa ammissione, non è tutto. Non lo è perché, nella versione minimale offerta dal ministro del Lavoro Roberto Maroni (che ha annunciato proprio per questa settimana una nuova proposta), può risultare utile quasi esclusivamente nel Mezzogiorno per le imprese che emergono: dato e non concesso che nel cosiddetto «sommerso» del Sud siano prevalenti attività capaci di avere una loro coerenza economica, una volta sottoposte a tutti i vincoli normativi, contributivi e fiscali propri delle imprese emerse. Non lo è, soprattutto, perché il vero obiettivo degli imprenditori «è la riforma complessiva del mercato del lavoro, per creare più occupazione, più sviluppo, più inclusione», sottolineava pochi giorni fa Luigi Rossi Luciani – che guida, ad un tempo, gli industriali di Padova e la Federazione degli industriali del Veneto – ricordando inoltre che «al Paese non servono mezze riforme, perché mezze riforme non fanno mezzo sviluppo». Eppure su quel nodo un´intesa sembra impossibile. Assolutamente fuori portata, nonostante il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi – in un´intervista a «La Vanguardia on line», in vista delle scadenze europee del prossimo fine settimana – dopo aver rimarcato la natura «politica» dello «sciopero generale proclamato dalla Cgil», abbia ripetuto che «se gli imprenditori e i sindacati riuscissero a raggiungere un accordo, il governo è disposto ad adottarlo e a rinunciare al proprio progetto». Per riannodare i fili del confronto sull´articolo 18 ormai diventato terreno incandescente, sarebbe necessario che almeno una delle parti in causa, ricorrendo al buon senso, facesse un passo indietro: nell´interesse del Paese. Il paradosso tutto italiano è che il clima politico ha fatto sì che a quella fragilissima riforma trasformata in un totem, tutti siano convinti di aver legato indissolubilmente la propria faccia. Un passo indietro autonomo – che dovrebbe tradursi nel derubricare dalla delega sul lavoro la riforma del famigerato articolo – non lo fa il premier: sospettando che l´opposizione, disposta ad appigliarsi a tutto pur di costruire qualcosa di somigliante alla perduta unitarietà di intenti, strumentalizzi l´atto di buon senso per gridare che «il governo si pente e fa un marcia indietro». Autonomamente, non arretrerà il ministro del Welfare che – prossimo a diventare preda della sindrome da sorpasso, dopo il presunto scavalcamento tentato dal suo vice Brambilla (prontamente esautorato) – teme di restare con il cerino acceso in mano, davanti ai colleghi del consiglio dei ministri, irritati per il cul de sac in cui si è infilato l´esecutivo. Quando dal governo si passa alle parti sociali la situazione si ingarbuglia ulteriormente. A Palermo il presidente della Confindustria ha già dimostrato di non voler scalare spontaneamente di un´ottava i toni della polemica. Antonio D´Amato – quand´anche il carattere glielo consentisse – indietro non tornerà, perché prigioniero di due sensazioni: il timore delle aspettative calanti della base confindustriale per lo scarso bottino strappato al governo in questo primo anno di legislatura, che solo l´en plein sul terreno della flessibilità del lavoro potrebbe, forse, compensare; il sospetto che il suo gesto venga frainteso dall´universo delle piccole imprese associate alla Confederazione romana di viale dell´Astronomia e sia letto come una concessione ai big del capitalismo nostrano che, disponendo di altri strumenti, possono prescindere dalle quisquiglie dell´articolo 18. Nemmeno il disagio per l´impasse in cui è precipitato il confronto sulle tematiche del lavoro, espresso da quote crescenti della media imprenditoria del Centro – Nord ha la possibilità di diventare un coro percepibile dall´opinione pubblica: di tradursi in un invito pressante al vertice della Confindustria, perché accetti di accantonare la vexata quaestio per riprendere in mano il gioco della più ampia partita delle flessibilità, con la discussione sul collocamento, la riforma degli ammortizzatori sociali e l´arbitrato. Lo impediscono due preoccupazioni. Da un lato gli industriali tutto vogliono salvo che rischiare di fornire all´esterno l´immagine di una Confindustria spaccata e, dunque, più debole nel rapporto con il sindacato ma anche con il governo, già di suo più sensibile (almeno nella componente leghista) alle ragioni del cosiddetto «popolo delle partite Iva» che a quelle delle imprese. Gli industriali vogliono evitare, inoltre, che un´eventuale loro adesione alle richieste di stralcio dell´articolo 18 avanzate dal sindacato possa essere letta dalle forze di maggioranza come arrendevolezza all´opposizione che fiancheggia la Cgil. In Veneto hanno già sperimentato l´effetto devastante del clima di sospetto dilagante sulla scena politica, a proposito della loro proposta di gestire con geometrie variabili il problema dell´immigrazione. Accolta favorevolmente dai parlamentari veneti, sia del Polo sia dell´Ulivo, e tradotta in due emendamenti assolutamente identici, quella proposta è diventata lettera morta in Senato, perché all´atto della discussione, la Casa delle Libertà – quando si è accorta che, tramite l´identità degli emendamenti, avrebbe votato in sintonia con l´opposizione – ha ritirato il proprio testo e impallinato quello degli avversari. La notizia ha fatto in fretta il giro delle strutture territoriali della Confindustria per cui, scottati una volta, gli imprenditori non hanno intenzione di esporre il fianco ad altre sorprese. Il sospetto di perdere la faccia, insomma, impedisce il passo indietro indispensabile per trovare l´accordo. E le singole «facce» delle parti in causa sembrano, purtroppo, più rilevanti dell´interesse del Paese. L´Italia è anche questo. Quanto, infine, alla possibilità che fosse il sindacato a tornare sui propri passi, va detto subito che le speranze erano nulle. Il coraggio di Pezzotta e di Angeletti ha retto ai dibattiti ma non alla piazza: è svanito non appena si sono accorti che, nelle prime agitazioni, ad incrociare le braccia non c´erano solo gli iscritti alla Cgil.

Flavia Podestà


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