Ulivo, la Cgil: non è un ultimatum

11/10/2004


            lunedì 11 ottobre 2004

            Ulivo, la Cgil: non è un ultimatum
            La Cisl contro l’iniziativa della maggiore organizzazione sindacale. Ma è solo la proposta di un «programma alternativo»

            Bruno Ugolini


            ROMA Non è molto comprensibile, davvero, lo scandalo suscitato dal recente documento reso noto dalla Cgil. Non è altro, ci sembra, che l’accoglimento dell’appello di Romano Prodi. Quello alla costruzione di un programma per lo scontro politico elettorale non costruito in stanze chiuse, tra vertici ristretti, bensì aperto ai contributi di movimenti, associazioni, forze politiche, istituzioni.
            La scelta di Guglielmo Epifani e compagni è quella di partecipare a questo possibile dibattito di massa «attraverso», come scrivono «un processo d’ascolto della società». Un’obiezione possibile, da rivolgere ai dirigenti del più grande sindacato italiano, potrebbe essere quella di non aver a loro volta «interpellato la base», come si usa dire in questi casi. Un’obiezione, però, che trova subito una risposta nella lettura, che forse pochi hanno fatto, dell’intero documento. Esso, infatti, non fa altro che riassumere note scelte congressuali, elaborazioni sostenute da ampi movimenti di massa, spesso non estranee nemmeno alle elaborazioni di Cisl e Uil. È vero che la sortita della Cgil avrebbe avuto un ancora più efficace peso politico se fosse stata concordata con le altre
            Confederazioni. Resta comunque il fatto che non sembra davvero possibile impedire ad un’organizzazione di massa di dire la sua su scelte determinanti per l’intero mondo che rappresenta. Certo, premettendo di stare nel campo del centrosinistra, come succede per i sindacati di quasi tutta Europa. È preferibile un tale modo di far politica, alle luci della ribalta, piuttosto che intessere oscuri giochi politici o trasformare magari – come può essere successo nel passato – i propri apparati in galoppini elettorali per questo o quel partito o questo o quel candidato.

            Non si tratta, comunque, di un «ultimatum», come qualcuno ha detto. E sarebbe utile discuterne più il merito che il metodo. Il nocciolo della differenza, secondo le prime letture affrettate, consisterebbe in una richiesta «radicale» d’abrogazione di tutte o quasi le leggi promosse dal governo Berlusconi, in contrasto con posizioni di «riformisti» più teneri, presenti nell’Ulivo, disponibili a semplici correzioni. Capita però. spesso, che quando si vanno a guardare certe correzioni «riformiste» ci si accorge della loro radicalità, incompatibile con le posizioni del centrodestra. È vero, ad ogni modo, che la Cgil auspica, nella premessa, «un programma di governo esplicitamente alternativo» ma non crediamo che nel vasto campo del centrosinistra ci sia qualcuno disposto a sostenere una campagna elettorale che abbia come fulcro un programma in qualche modo parente di quello del centrodestra.


            Anche sui singoli temi scottanti non ci si limita ad indicare un sì o un no e non si annunciano svolte improvvisate. La Cgil spiega, come ha sempre fatto – e, nell’ultimo voto in Parlamento, in sintonia con l’Ulivo – che la richiesta di un ritiro immediato delle truppe dall’Iraq, è per favorire il ritorno alla politica come strumento di governo. Sul trattato costituzionale europeo non sposa certe posizioni presenti nell’estrema sinistra, lo considera un passo avanti, utilizza una chiave di lettura positiva, senza tacerne le contraddizioni. Appoggia, per fare un altro esempio, la scelta del referendum, cara all’Ulivo, sulla devolution del centrodestra. E certo aggiunge tra leggi da cancellare o da rifare quelle sulla giustizia, sul conflitto d’interessi, sull’informazione (legge Gasparri).


            Trattasi, insomma, leggiamo «di agire in modo diametralmente opposto a quanto sta facendo il Governo Berlusconi, anche superando la legislazione prodotta in questi anni». Dunque «anche superando». Gli occhi degli osservatori, a questo proposito, si fermano sulla famosa legge 30, quella che ha devastato il mondo del lavoro. Qui si afferma che «vanno cancellate tutte le norme che hanno precarizzato il rapporto di lavoro, favorito la destrutturazione e l’impoverimento dell’impresa, indebolito la contrattazione collettiva e sono necessarie nuove norme più avanzate ed innovative, coerenti fino in fondo con quanto indicato e secondo i contenuti dei progetti di legge sui quali sono state raccolte oltre cinque milioni di firme». Il riferimento preciso dunque non è a leggi altrui da cancellare, bensì ad una propria proposta da approvare. Ed è bene comunque ricordare – anche a chi come Michele Tiraboschi proprio ieri sul "Sole 24" ore contrapponeva la Cgil all’Ulivo – che lo stesso Ulivo con i suoi responsabili nel campo dei problemi del lavoro (da Tiziano Treu a Cesare Damiano) hanno presentato indicazioni che intendono sfuggire ad ogni parentela con la legge 30. Per non parlare dell’elaborazione programmatica racchiusa nel progetto elaborato per i Ds da Bruno Trentin. Così come tutto l’Ulivo è d’accordo, ci sembra, sul fatto che «va rivista la controriforma» previdenziale varata dal centrodestra, se non altro perché ancora una volta ignora un mondo di lavori atipici che hanno di fronte un avvenire previdenziale tragico. Un altro punto che ha fatto discutere è quello relativo ad un’asserita richiesta di una tassa patrimoniale secca. Il documento, a dire il vero asserisce: «Deve essere rispettato il principio della progressività del sistema fiscale anche in campo patrimoniale». Non sembra un delitto che un sindacato rappresentante del mondo del lavoro salariato speri in tale impostazione.


            Non possiamo qui soffermarci su tutti gli altri obiettivi trattati da documento Cgil. Sono certo temi e parole che possono trovare consensi, dissensi, approfondimenti nel variegato schieramento del centrosinistra. Proprio ieri un noto studioso, Ilvo Diamanti, scriveva di una recente indagine. Hanno assodato che alcune parole sollevate dal sindacato come «pensioni lavoro flessibilità licenziamento scuola servizi pubblici» suscitano un giudizio positivo nel 55 per cento nel centrosinistra. I pareri negativi sono maggioritari nel centrodestra «anche se di poco». Ecco un risultato sul quale meditare. Per scegliere.