Ue: politiche sociali utili all’impresa

13/11/2003


      Giovedí 13 Novembre 2003

      ITALIA-LAVORO


      Ue: politiche sociali utili all’impresa

      Secondo uno studio della Commissione possono aumentare la competitività

      ENRICO BRIVIO


      DAL NOSTRO INVIATO
      BRUXELLES – Agevolare con orari di famiglia flessibili le madri di famiglia, organizzare stanze dedicate al culto musulmano in azienda o facilitare l’accesso dei disabili al luogo di lavoro può aiutare a migliorare la competitività dell’impresa. Le aziende che intraprendono politiche a favore delle minoranze e promuovono la "diversità" all’interno della propria forza lavoro possono infatti acquisire non solo vantaggi dal punto di vista dell’immagine, ma anche benefici economici. A queste conclusioni giunge lo studio svolto dalla Commissione europea «Costi e benefici della diversità», che verrà presentato domani a Venezia alla conferenza sulla responsabilità sociale delle aziende organizzata dalla Presidenza italiana della Ue, preceduta oggi dal forum delle parti sociali. L’analisi di Bruxelles prende in esame le ricadute nel breve e lungo periodo delle scelte aziendali a favore della presenza di dipendenti di diverse origine etniche e credi religiosi e che non attuano alcuna discriminazione nei confronti di donne, lavoratori con disabilità, anziani o in base all’orientamento sessuale. Lo studio si basa su un sondaggio svolto tra 200 imprese in quattro Paesi europei e si focalizza su otto casi di promozione della diversità. Il 69% delle imprese "pilota" interrogate ha indicato che la reputazione dell’azienda è migliorata, il 62% ha affermato che le politiche anti-discriminazione hanno aiutato a trattenere personale qualificato, il 58% che si sono migliorate motivazioni ed efficienza, mentre il 57% ha registrato benefici per l’innovazione e i livelli di soddisfazione dei consumatori. Tra gli ostacoli interni da vincere lo studio identifica le resistenze culturali e la mancanza di consapevolezza da parte degli stessi lavoratori. Tra quelli esterni le restrizioni sulla privacy, che impediscono di classificare origini etniche o religione dei lavoratori, e le carenze normative.
      «Lo studio dimostra che introdurre legislazione contro la discriminazione in Europa non è solo questione di principio, ma può essere anche un affare – ha commentato il commissario europeo agli Affari sociali, Anna Diamantopoulou – spero che le aziende recepiscano il messaggio e che i Governi facciano la loro parte attuando le due direttive contro la discriminazione». Solo sette Paesi Ue (tra cui l’Italia) hanno notificato un recepimento in corso di una prima direttiva che doveva essere trasposta entro luglio e ritardi di vari Governi si prospettano anche per una seconda, dedicata alla pari opportunità sul lavoro, da recepire entro dicembre.