Ue: «Più tardi in pensione»

16/07/2002


lunedì 15 luglio 2002



Uno studio del Comitato economico
Ue: «Più tardi in pensione»
BRUXELLES – L’aumento dell’età pensionabile deve «essere al centro di ogni sforzo di riforma della previdenza» in Europa. È quanto sottolinea un rapporto del Comitato di politica economica dell’Ue consegnato ieri a Bruxelles ai ministri delle Finanze dei Quindici e dedicato alle priorità e all’impatto delle riforme pensionistiche. Oltre ad avere un effetto «molto favorevole dal punto di vista dei conti pubblici» l’innalzamento dell’età pensionabile ha «benefici molto marcati in termini di crescita economica» ed evita «grandi modifiche nella distribuzione del reddito». Il documento del Comitato di politica economica (Cpe) fornisce i significativi risultati di una simulazione effettuata dagli esperti. Il Cpe presenta tre simulazioni sugli effetti di altrettante misure di riforma: riduzione dell’indicizzazione delle pensioni, innalzamento del l’età di pensionamento effettiva, taglio delle prestazioni in linea con l’aumento delle aspettative di vita. I risultati sono rilevanti, con un significativo rallentamento della dinamica della spesa. L’aumento di un anno dell’età di pensionamento effettiva (non quella statutaria) «assorbirebbe circa il 20%» dell’aumento della spesa previdenziale atteso nell’Ue entro il 2050. In sostanza, se i lavoratori restassero in attività un anno in più prima della pensione, l’aumento della spesa previdenziale pubblica nell’Ue sarebbe ridotto, in media, fra lo 0,6% e un punto percentuale di Pil. Le stime attuali indicano che entro il 2050 la spesa pensionistica è destinata a lievitare fra i 3 e i 5 punti di Pil nella maggior parte degli Stati membri dell’Unione. Per l’Italia, che parte da livelli molto elevati intorno al 15%, gli incrementi sono relativamente più contenuti (2 punti di Pil). L’innalzamento dell’età pensionabile – sottolinea il rapporto – «non avrebbe un impatto negativo sui relativi standard di vita dei beneficiari» delle prestazioni. Inoltre sarebbero positivi anche gli effetti in termini di maggior crescita economica e di equità sociale. Un altro grave problema per l’Europa sono i prepensionamenti. Una delle sfide prioritarie per l’Italia (e per Paesi come Belgio, Francia, Lussemburgo e Austria) è quella di aumentare il tasso di attività dei lavoratori più anziani (55-64 anni). Nel 2001 – secondo una tabella contenuta nel rapporto – esso è stato pari in Italia al 28% contro il 37,8% della Germania, il 38,9% della Spagna, il 31% della Francia, il 52,3% del Regno Unito, fino al 58% della Danimarca e al 66,9% della Svezia. Il basso tasso di attività – osserva il Cpr – è legato all’età media di pensionamento e agli schemi che permettono l’uscita anticipata dal ciclo produttivo. Una «chiara priorità», sottolinea il rapporto, deve essere data a politiche volte «ad incrementare il tasso di occupazione» dei lavoratori più anziani «fornendole più forti incentivi a restare nella forza lavoro o introducendo disincentivi al pensionamento anticipato». Intanto, in Italia sono tre le ipotesi che saranno al centro dell’incontro Maroni-sindacati, martedi prossimo, per allargare la platea dei fruitori delle pensioni minime: sul tappeto, infatti, vi sono 500-700 milioni di risorse destinate all’aumento a 516,46 euro al mese, rimaste inutilizzate. Per i sindacati, forti anche di quanto emerso dalla riunione del Civ dell’Inps del 25 giugno, sarebbero tre le ipotesi praticabili e sulle quali il ministro del Welfare sembrerebbe convenire: abbassare l’età per avere diritto all’aumento per pensionati che hanno versato contributi previdenziali (da 70 a 65 anni); elevare il reddito di coppia per avere diritto all’aumento (da 11.271,39 a 13.427,88 euro); togliere il limite di età agli invalidi totali beneficiari dell’aumento a 516,46 euro (ora a 60 anni) o, in alternativa, considerare anche livelli inferiori di invalidità.

R.Es