Ue: Libro verde, sindacati e sinistra preferiscono la contrattazione

19/01/2007
    giovedì 18 gennaio 2007

    Pagina 9- LAVORO-ECONOMIA

    Ue, seminario del Gue sulla proposta della Commissione che apre la strada alla flexicurity

    A giugno l’esecutivo europeo pubblicherà il libro bianco e consulterà le parti sociali

    Libro verde, sindacati e sinistra
    preferiscono la contrattazione

      di Roberto Lopriore
      Strasburgo (nostro servizio)

        Tredici paesi hanno partecipato ieri a Strasburgo al primo "botta e risposta” con la Commissione Europea sul Libro verde che aveva come parola d’ordine: «modernizzare la legislazione sul lavoro in Europa». Era
        un’audizione organizzata dalla Sinistra Unitaria Europea e Sinistra Verde nordica Gue Ngl, la prima che si è tenuta nel Parlamento Europeo. La Gue si appresta a dare battaglia alla nuova filosofia della Commissione sulla individualizzazione dei rapporti di lavoro e l’ineluttabilità del precariato.

        Per ora la Commissione ha lanciato un Libro verde ed una consultazione
        rivolta ai soggetti sociali, ma il suo intento è dar vita ad un Libro bianco sulla ”flexicurity”, la cui uscita è già stata annunciata per giugno 2007.

        Come hanno reagito i diversi sindacalisti presenti di fronte all’esplicita affermazione che contratti e sindacati sono obsoleti e ciò che conta è
        salvaguardare la creatività delle imprese e, se possibile, del lavoratore? Un’unica preoccupazione li ha accomunati tutti: la difesa e il rilancio della contrattazione collettiva e del ruolo del sindacato. «I diritti collettivi
        sono la base della coesione sociale, di un diritto di cittadinanza condiviso» è stata la risposta.

        Una breve introduzione di Roberto Musacchio, capogruppo del Prc, ha sottolineato come il nocciolo centrale dell’approccio del libro verde
        è proprio la individualizzazione del rapporto di lavoro in uno scenario europeo dove il 48 % del lavoro economicamente subordinato è coperto
        da contratti atipici e dove più di un terzo sono contratti part-time
        nei quali sono maggioritari i giovani e le donne. Alla precarietà e all’intermittenza dei rapporti di lavoro, così ben descritti dalla Commissione Europea, non vengono date risposte. Si lascia mano libera alle imprese per la ”produzioni flessibile” e si chiede invece la
        «socializzazione delle protezion nei periodi di disoccupazione». Anche abbassando tutele e diritti. Il rappresentante della Commissione ha insistito proprio su questo aspetto, sollecitando gli Stati membri a
        «rafforzare le tutele nei periodi intermedi di inattività» tra i nuovi tipi di lavoro precario. Partito dall’analisi delle discrepanze tra le legislazioni nazionali di tutela e le norme contrattuali in vigore, il rappresentante
        della Commissione è giunto a chiedere che anche le leggi siano flessibili quanto la produzione, in maniera da ridurre discrepanze o contenziosi.
        Unanimi sono state le reazioni: i francesi hanno ricordato come un movimento di milioni di giovani ha contestato un progetto legislativo, il
        Cpe, che sostituendosi alla contrattazione, peggiorava le condizioni di lavoro e discriminava i nuovi occupati. I tedeschi hanno risposto che il
        ”governo della flessibilità” è compito della negoziazione sindacale e degli accordi collettivi: le crisi governate nel settore dell’auto ne sono l’esempio. Persino l’Olanda, patria di grandi esempi di flessibilità, si trova oggi di fronte ad una crescita impressionante di nuovi poveri.

        Significativo è stato il commento di Pierluigi Alleva responsabile del centro studi della Cgil: «La precarietà diffusa descritta dal libro verde è già cosa nota in Italia e le contromisure immaginate dalla legge 30 si sono dimostrate fallimentari: non è questa la strada da percorrere». Con la frammentazione dei diritti o creando soglie di tutela minima non si
        contrasta il declassamento del lavoro, né si sviluppa nuova occupazione.
        In Belgio le multinazionali hanno imposto una prestazione massima lavorativa di 48 ore settimanali, mentre nel 2004 si sono lavorate 400mila milioni di ore straordinarie su una popolazione di appena 4 milioni di lavoratori, nonostante nel sud del Belgio il tasso di disoccupazione raggiunga punte del 30%.

        Anche i sindacati nordici e la Finlandia hanno puntato il dito contro i
        costi sociali di un mercato del lavoro caratterizzato solo da scampoli di contratti a tempo determinato. Un modello liberista intollerabile e che non sta portando sviluppo né crescita della formazione, e crea solo
        marginalizzazione, anche in quei paesi che avevano assicurato sinora un modello di stato sociale sostenibile. Nel contempo non si sviluppano politiche europee comuni contro le delocalizzazioni, nè si controllano gli appetiti finanziari delle grandi istituzioni finanziari dei Fondi internazionali pronte ad operazioni di acquisto e smembramento di imprese grazie a disponibilità liquide private inimmaginabili.

        «In Francia – ha denunciato Obadia, del Comitato Economico e Sociale – si stimano in oltre 2mila milioni di euro le disponibilità sul mercato dei
        Fondi americani in grado di condurre operazioni devastanti per il tessuto sociale e produttivo del paese». A norme di regolamentazione europee
        non si pensa, ma alla flexicurity ed a meno diritti per tutti sì: l’Europa alternativa presente ieri ha invece dimostrato che le alternative anche economiche esistono e che soprattutto il tessuto sociale non è disponibile
        ad essere cancellato nei suoi diritti.