“Ue” L´Europa divisa sull’orario di lavoro

14/11/2006
    marted� 14 novembre 2006

    Pagina 35 – Economia

      Il cambio di schieramento del nostro governo impedisce il prevalere della contrattazione individuale sulle deroghe all�attuale limite

      L�Europa divisa sull’orario di lavoro

        Italia e Francia contro la richiesta inglese di superare il tetto di 48 ore

          ROBERTO MANIA

            ROMA – L�Europa si infrange sull�orario di lavoro. Anche la presidenza finlandese, dopo quelle olandese, lussemburghese, inglese e austriaca, ha alzato bandiera bianca di fronte alle spaccature che impediscono di trovare un compromesso per modificare la direttiva sul tempo di lavoro, che risale al 1993 e che fissa l�orario medio settimanale a 48 ore. Si contrappongono due visioni dell�Europa sociale che appaiono difficilmente conciliabili: da una parte il gruppo dei liberisti, con la Gran Bretagna in testa e con il sostegno dei nuovi membri dell�est, che punta a esaltare il negoziato diretto tra singolo lavoratore e azienda per superare il tetto dell�orario; dall�altra il blocco dei paesi mediterranei con la Francia, la Spagna, la Grecia, Cipro e l�Italia, in rappresentanza di oltre il 40 per cento della popolazione europea, che non vuole deroghe, ed � ancorato all�idea di rafforzare il ruolo della contrattazione collettiva e dunque del sindacato nell�organizzazione del lavoro.

            Ma la novit�, oltre all�ennesimo fallimento, sta proprio nella posizione che ha assunto il nostro paese: il governo Prodi ha cambiato linea, abbandonando lo schieramento guidato da Tony Blair, e tornando nell�alveo della sua tradizione in materia di rapporti di lavoro. Nell�ultimo vertice di Bruxelles, la scorsa settimana, tra i ministri del Lavoro, Cesare Damiano ha tenuto una posizione per nulla disponibile al compromesso e che alla fine � risultata decisiva. N� sono serviti i tentativi diplomatici di Londra di dare il proprio assenso alla linea del commissario Peter Mandelson, e sostenuta anche dal nostro ministro per gli Affari europei, Emma Bonino, favorevole alle quote sull�importazione delle calzature cinesi e vietnamite, in cambio del s� italiano alla modifica della direttiva sull�orario. Nulla di fatto.

            E per molto tempo la riforma della direttiva � destinata a restare nel cassetto. Ha gi� detto che non sar� una priorit� della prossima presidenza tedesca, il ministro del Lavoro di Berlino, Gerd Andres; n� sembrano particolarmente sensibili al tema la Slovenia e il Portogallo che assumeranno successivamente la guida dell�Unione. Su tutto il dibattito, pesa poi, e non poco, l�appuntamento elettorale di aprile con le presidenziali francesi. Difficile, infatti, immaginare un�apertura di Parigi dopo il conflitto sociale che provocato un anno fa il progetto di introdurre i contratti di primo impiego che rendevano pi� facile il licenziamento dei giovani lavoratori.

            La parola chiave nello scorcio di una vicenda che va avanti da oltre due anni � opting out, cio� la possibilit� di uscire, derogando, dalla normativa generale. L�impostazione britannica prevede proprio di fare leva su questo meccanismo per permettere al singolo lavoratore di concordare con la sua azienda orari di lavoro superiori alle 48 ore settimanali fino anche a 78. Si stima che in Gran Bretagna siano circa 3,2 milioni i lavoratori che hanno fatto ricorso alla deroga. E Londra considera il meccanismo dell�opting out, strappato a Bruxelles dal premier John Major, appena succeduto a Margaret Thatcher nei primi anni Novanta, un fattore importante per la sua competitivit�. Da qui la sua totale contrariet� ad abbandonarlo, mentre il "gruppo dei 5" mediterranei proponeva di fissare anche un vincolo temporale (dieci anni) al suo utilizzo.

            Lo scontro � anche su un altro aspetto, e riguarda il periodo di riferimento sul quale calcolare il limite medio delle 48 ore settimanali. E anche qui gli schieramenti sono gli stessi: da una parte chi, come la Gran Bretagna ritiene che la media settimanale vada definita nell�arco di dodici mesi; dall�altra chi, come l�Italia, intende circoscrivere questa eventualit� a casi molto particolari.

            E, ora, la Commissione di Bruxelles non esclude nemmeno di avviare le procedure di infrazione per i 23 paesi (ad eccezione di Italia e Lussemburgo) che non hanno ancora recepito la direttiva sulle 48 ore perch� si rifiutano di considerare nell�orario normale anche il tempo dei turni di guardia in alcune attivit�, come quella dei medici.