Ue: la Cgil contro orari e Bolkenstein preme sulla Ces

26/04/2005

    sabato 23 aprile 2005

    La Confederazione europea tenta la "via politica" ma il testo sui tempi di lavoro potrebbe diventare un pastrocchio legislativo
    Ue, la Cgil contro orari e Bolkenstein preme sulla Ces

      Fabrizio Salvatori

      Orario di lavoro e direttiva Bolkestein mettono sotto pressione i sindacati dell’Europa. E in attesa che la Ces, la confederazione europea dei sindacati, dopo la grande iniziativa del 19 marzo a Bruxelles contro la deregulation della contrattazione, ne convochi un’altra contro l’allungamento della giornata lavorativa, dall’Italia arrivano segnali di netta contrarietà. Contro la modifica, peggiorativa, della direttiva sugli orari si è espressa la segretaria nazionale della Cgil Carla Cantone. La Cgil critica, in particolare, le posizioni dell’Unice, l’associazione degli industriali europei, che pretende deroghe individuali e collettive, un calcolo dell’orario su un periodo di riferimento di 24 mesi e una distinzione tra orario di lavoro effettivo e orario "di attesa". «Una proposta di mediazione o scambio tra questi punti non è praticabile – sottolinea Carla Cantone – anche solo di uno dei tre punti proposti dall’Unice avrebbe pesanti ricadute negative sulle condizioni di vita dei lavoratori».

      La Cgil lancia un avvertimento anche alla Commissione Europea lasciando intendere che non verranno consentiti, almeno dall’Italia, pastrocchi legislativi: «I principi fondamentali per essere applicati concretamente devono essere esigibili, al contrario rimangono delle semplici affermazioni», sentenzia Cantone. «L’efficacia degli stessi passa attraverso la legislazione e la contrattazione collettiva ed il suo rispetto da parte dei soggetti che la devono applicare», conclude.

      Non contenta di aver sfornato una direttiva, la 2003/88, che innalzava la durata delle prestazioni lavorative, l’Unione Europea si appresta a rimetterci mano per andare verso un testo ancora più penalizzante per i lavoratori con possibili "tetti" settimanali di sessantacinque ore e la possibilità che nelle contrattazioni collettive vanga confermato lo scellerato istituto dell’opting out, la scelta individuale.

      Sia il testo sull’orario che quello sulla Bolkestein nei prossime mesi dovrebbero fare la loro entrata nell’aula del Parlamento di Strasburgo riunita in seduta plenaria.

      Cgil, Cisl e Uil, che ieri hanno riunito a Genova alcuni sindacalisti per un convegno sulla Direttiva Bolkestein, dicono un no chiaro anche a questo provvedimento che potrebbe rivoluzionare il mercato del lavoro nei Paesi dell’Unione Europea. Marta Vincenzi, parlamentare europea dei Ds, presente all’incontro, ha assicurato che «lla direttiva sarà modificata a tal punto che potrebbe essere anche ritirata».

      «Riconosciamo la necessità di adottare regole comuni a tutti i Paesi dell’Unione, anche per quanto riguarda il trattamento dei lavoratori e i contratti, ma siamo contrari al livellamento verso il basso, alla cancellazione dello stato sociale e alla liberalizzazione selvaggia», ha sottolineato Carmelo Barbagallo, segretario nazionale della Uil. Barbagallo ha chiesto un intervento di tutti i rappresentanti italiani al Parlamento Europeo contro la Bolkestein.

      La proposta di Direttiva, approvata all’unanimità dalla Commissione Europea nel gennaio 2004, sta per arrivare infatti al voto finale del Parlamento. Elaborata dopo la consultazione di circa 10.000 aziende e di nessun sindacato, la direttiva è inserita, fra l’altro, nell’appello dei movimenti scaturito dal Forum Sociale Europeo di Londra.

      La Bolkestein vuole imporre ai 25 Stati membri dell’Unione le regole della concorrenza commerciale, senza alcun limite, in tutte le attività di servizio, compresi i servizi alla persona, mettendo in discussione il potere discrezionale delle autorità locali.

      Fra le parti più criticate c’è il cosiddetto principio del paese d’origine, contenuto nell’articolo 16, secondo il quale un fornitore di servizi è sottoposto esclusivamente alla legge del Paese in cui ha sede l’impresa, e non a quella del Paese dove lavora.

      «Per fare un esempio – ha aggiunto Barbagallo – un lavoratore dei Paesi dell’Est che nel suo stato d’origine guadagna 100 euro potrebbe lavorare in Italia con lo stesso salario, guadagnando un decimo di un italiano impiegato nello stesso settore. E’ facile immagine cosa implicherebbe una situazione del genere».

      La direttiva, comunque, è contestata anche dai rappresentanti dell’Associazione Industriali che, pur chiedendo maggior spazio per la libera concorrenza, sottolineano la necessità di garantire regole e parametri che evitino lo scontro sociale.

      Secondo Marta Vincenzi ci sono comunque le condizioni per modificare la direttiva. «Al momento si sta discutendo a livello di gruppi politici – ha spiegato l’europarlamentare – poi la direttiva verrà portata all’attenzione del Parlamento in autunno. Il percorso da seguire sarà quello di una bocciatura sistematica delle parti cruciali contestate, in modo da arrivare a un processo di conciliazione o, addirittura, al ritiro della direttiva stessa».