Ue divisa su orario di lavoro e interinali

06/12/2007
    giovedì 6 dicembre 2007

      Pagina 9 – capitale &lavoro

        Ue divisa su orario di lavoro e interinali

          I ministri del lavoro dei 27
          approvano la flexicurity.Ma su
          orario di lavoro e diritti dei
          lavoratori interinali,la Gran
          Bretagna fa ostruzionismo

          Alberto D ’Argenzio Bruxelles

            Nulla di fatto, i ministri del lavoro dei 27 non hanno trovato un’intesa sulla direttiva sull’orario di lavoro e nemmeno su quella sui diritti dei lavoratori interinali, due dossier sotto trattamento comunitario ormai da diversi anni. «Il risultato è molto deludente – ha detto il commissario al lavoro Vladimir Spidla -sono preoccupato perché questi temi sono
            importanti per la costruzione dell’Europa sociale». Destino assai diverso, quasi radioso, per il testo sulla flessicurezza che ha superato ieri il vaglio ministeriale e procede spedito verso il vertice dei capi di Stato e di governo del 14 dicembre. La Confindustria applaude al cammino spedito.

            Tornando alle due direttive, l’unico passo avanti conquistato dalla Presidenza portoghese è che in futuro cammineranno a braccetto, in pratica gemellate in un unico pacchetto, in modo da lasciare maggior margine di negoziazione alla prossima Presidenza slovena. E ce ne sarà bisogno visto che l’Europa appare quanto mai divisa su questo doppio terreno, da un lato Regno unito, Germania e gran parte dei nuovi Stati membri; dall’altro Italia (che ha cambiato bando con il governo Prodi), Spagna, Francia, Grecia, Cipro, Belgio e Lussemburgo. In mezzo due questioni, una per dossier.

            Sulla direttiva orario di lavoro la pietra del contendere è costituita dall’opt out, ossia l’esenzione che permette di superare il limite massimo settimanale di 48 ore lavorative. In pratica ogni impresa può accordarsi con un dipendente su base «volontaria» (o imporgli come accade più spesso, denuncia la Ces, la Confederazione europea dei sindacati) di lavorare fino a 60 ore a settimana (si parla anche di 65). Fin qui tutti d’accordo (ogni paese può fissare limiti inferiori e non accettare l’opt out), il nodo da sciogliere è la durata nel tempo di questa esenzione. Londra e soci vuole che sia infinita, l’Italia e gli altri che duri un massimo di 10 anni dall’entrata in vigore della direttiva. Poi basta.

              La frattura è ancor più profonda nella seconda direttiva. Il Regno unito pretende infatti che venga applicato al lavoratore interinale un livello di protezione inferiore a quello di un dipendente, ossia un salario più basso, meno giorni di vacanza, orari più lunghi…. D’altronde la legislazione britannica permette questo sistema a due velocità per gli interinali con un contratto inferiore ai 15 mesi, ossia tutti. Roma, Parigi e Madrid chiedono invece che vengano «uniformate le tutele fin dal momento dell’assunzione», spiega il ministro Damiano, come «già avviene in Italia», assicura. Nei negoziati la Presidenza portoghese ha messo sul tavolo una proposta di compromesso che avrebbe permesso un regime differenziato per i contratti interinali inferiori alle 6 settimane, ma niente,
              per Londra è troppo poco. Il Regno unito ne ha fatto una questione di vita e di morte, tanto che secondo la stampa britannica il premier Gordon Brown avrebbe minacciato i soci comunitari di bloccare il nuovo Trattato
              della Ue qualora non avesse raccolto quanto chiedeva. Brown è pronto
              a scendere sotto i 15 mesi, ma non sotto i 6. Poca cosa. Con il nulla di fatto di ieri, il Regno unito potrà continuare a fare come vuole, in attesa
              di un’intesa rimandata, chissà, al 2008.

              Discorso diverso per la flessicurezza che pare convincere tutta la Ue.
              Ieri i ministri hanno indicato 8 linee guida su cui basare le politiche del lavoro dei 27. «Abbiamo approvato un testo positivo – il commento di Damiano – con un bilanciamento tra la flessibilità e la tutela per il posto di lavoro ed il mercato del lavoro e con un riferimento esplicito al dialogo con le parti sociali». Tra i punti anche un chiaro riferimento «alla promozione dell’uguaglianza tra i sessi», ad «una politica socialmente equilibrata», di «rispetto per chi è integrato nel mercato del lavoro e per chi è escluso». Insomma, tanti principi generali e generici, che poi ogni Stato membro sarà chiamato a declinare come meglio crede.