Tutto il potere al partito democratico

18/10/2007
    giovedì 18 ottobre 2007

      Pagina 13 – Politica

      Retroscena
      Come controllare il Paese con un terzo dei voti

      Tutto il potere
      al partito democratico

      Dal Colle alle Regioni; tra imprenditori vicini, coop, sindacati amici

        ROBERTO GIOVANNINI

        ROMA
        I numeri lasciano poco spazio alle chiacchiere: il Partito democratico di Walter Veltroni, consacrato dalle primarie, gode di una forza nelle istituzioni davvero impressionante. Roba da vecchia Democrazia cristiana del tempo che fu: una vagonata di ministri, sottosegretari, parlamentari, sindaci, presidenti di Regione. Una preponderanza per certi versi imbarazzante, se si ricorda che le liste dell’Ulivo raccolsero alle elezioni del 2006 il 31,3% dei suffragi: con meno di un terzo dei voti – scontando, in più, l’uscita della nutrita pattuglia della Sd di Fabio Mussi – il Partito Democratico inizia la sua corsa con una dotazione di partenza davvero più che notevole. Presidente della Repubblica; Presidente del Senato; Presidente del Consiglio; sei dei sette ministri senza portafoglio; dieci dei diciotto ministri con portafoglio; otto viceministri su dieci; quaranta sottosegretari su sessantacinque. Sono democrats 13 dei 22 presidenti di Regioni e province autonome. 64 dei 109 presidenti eletti di provincia. Tredici dei ventidue sindaci di città capoluogo di Regione. Senza contare una vera e propria marea di primi cittadini sparsi per il Belpaese.

        Si potrà obiettare che questa massiccia presenza è frutto della semplice sommatoria dei due partiti costituenti, di Democratici di Sinistra e Margherita. Se dovesse «giocare» in proprio partendo da zero, naturalmente, il Pidì non potrebbe certo sfruttare la sovrarappresentazione generata dal Manuale Cencelli (insita nella moltiplicazione dei partiti e delle poltrone). Vero è che tirando le somme, e persino scontando la possibilità che proprio i Democratici potrebbero essere le «vittime» dell’ipotetica riduzione dei ministeri e dei sottosegretari, sulla carta il Pd ha la forza parlamentare e gli strumenti esecutivi per condizionare in modo determinante la politica italiana nei prossimi mesi.

        Una prospettiva che probabilmente non garba più di tanto a Romano Prodi, che a ben guardare trova pochi amici nella mappa del potere istituzionale del Partito democratico. Una pattuglia di fidati collaboratori, e qualche riferimento importante come il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa: un altro personaggio cui Goffredo Bettini (eminenza grigia del neoleader Pd) ha promesso a tempo debito un secco e duro ridimensionamento. Una presenza poco più che simbolica.

        Già: per adoperare efficacemente (per emarginare un Prodi visto come fattore che sottrae consensi, o per erodere il vantaggio del centrodestra nei sondaggi) questo imponente potere istituzionale servirebbe al Pd un «piano», una lista coordinata di cose da fare. Gli «otto mesi» di riformismo che lasceranno a bocca aperta gli italiani di cui ha parlato il sindaco di Roma. E oltre al «piano», ci vorrebbe anche una forte e concentrata volontà politica. Quella che finora mancava, evidentemente, all’agglomerato Ds-Margherita, frantumato in correnti, «anime», potentati locali, antipatie ed ostilità. Bisognerà vedere, sin dalle prime mosse del nuovo partito, se queste due condizioni necessarie si verificheranno, o se anche Veltroni dovrà segnare il passo come altri prima di lui.

        Non c’è dubbio che un teorico governo del Pd incontrerebbe davvero pochi ostacoli per imporre la sua volontà. Con le sette commissioni parlamentari chiave di Palazzo Madama e Montecitorio, con i ministeri più importanti a disposizione, con il controllo della Conferenza Stato/Regioni e dell’Associazione dei Comuni italiani. Con l’alleanza strettissima delle due centrali cooperative anch’esse democrats: la Lega di Giuliano Poletti e la Confcooperative di Luigi Marino. Potendo appoggiarsi (almeno in parte, i sindacati hanno logiche lontane dalla politica) sulla Uil di Luigi Angeletti (elettore delle primarie) e su qualche «nuovista» in casa Cisl e Cgil. Sapendo di trovare ascolto in alcune grandi aziende di Stato o partecipate dalla mano pubblica: le Ferrovie di Innocenzo Cipolletta e Mauro Moretti, l’Anas di Pietro Ciucci, la Cassa Depositi e Prestiti di Alfonso Iozzo, l’Acea di Fabiano Fabiani, i giganti «locali» delle utilities, Hera e Iride. Con il saldo controllo della Rai: sono Democratici il presidente Petruccioli, l’ad Cappon (prodiano), i consiglieri Rizzo-Nervo, Rognoni e Fabiani. Con la possibilità di dialogare con i giudici, attraverso il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura Nicola Mancino, o con i rappresentanti indicati direttamente o «di area» nelle principali autorità garanti, dalla Consob all’Agcom, dalla Privacy all’Antitrust. Con l’amicizia di importanti esponenti dell’economia, personalità che hanno votato alle primarie o considerati vicini o interessati al Pd: Carlo De Benedetti, Bazoli, Corrado Passera, Alessandro Profumo, Enrico Salza, Pietro Modiano, Giuseppe Mussari, Luigi Abete, Franco Bernabè. Forse il giovane (e per adesso fuori dai giochi) Matteo Arpe. Qualcuno descrive interessato anche Luca Cordero di Montezemolo. E poi, poi ci sono i molti che stanno alla finestra, pronti a riposizionarsi, a diventare «Democratici».