Tutto chiarito: avevamo ragione noi

15/10/2004


            venerdì 15 ottobre 2004

            Tutto chiarito: avevamo ragione noi
            Nessun intento riformatore, governo e industriali volevano sconfiggere e isolare il sindacato

            Oreste Pivetta

            Una svolta storica, strombazzava Maroni. Quella dell’articolo 18 è solo una delle riforme di cui l’Italia ha urgente bisogno, incalzava D’Amato, l’intrepido presidente di Confindustria. Un blocco conservatore che sclerotizza il nostro mercato del lavoro… una guerra tra padri e figli, chiudeva il primo della classe, il cosiddetto premier, Silvio Berlusconi, sempre attento non solo alle definizioni che fanno effetto, al lodo Schifani e al falso in bilancio, ma anche alle sorti felici e progressive dell’industria italiana e all’armonia delle famiglie.

            Tutti e tre s’erano armati, dandosi di spalla, contro i “veti” del solito Cofferati, che allora faceva ancora il segretario generale della Cgil. Al centro del ballo, a scandire la marcetta, s’era messo il socialista Sacconi, che passa per il furbo e l’esperto della compagnia, per gli anni di militanza a sinistra (ma sempre coltivandola sua psicosomatica antipatia per la Cgil). Il sottosegretario, anima culturale della rivoluzionaria battaglia, preferiva le poltroncine di Vespa: da lì, a toni suadenti e tecnici, cercava di ammaliarci con i suoi sorrisi e con la seducente tesi: via l’articolo 18 e vedrete come crescerà l’impresa italiana, vedrete quali business nel mondo quando saremo un po’ meno nani.


            Chiamati in causa, fidandosi, Maroni, D’Amato, Berlusconi hanno seguito la mente ed eseguito il compito con inusuale testardaggine. Tre anni ci hanno tenuto in ballo con l’articolo 18, ci hanno fatto subire puntate e puntate di Porta a porta, ci hanno regalato comizi, assemblee confindustriali, spot televisivi, hanno schierato i loro amanuensi, hanno mobilitato schiere di intellettuali del pensiero laico ed efficiente, panebianchi e gallidella loggia, hanno cercato di rompere il sindacato, hanno tentato gli accordi separati. Di tutto hanno provato. E noi a rispondere, con gli articoli, con le manifestazioni, con gli scioperi, persino con quei semplicissimi numeri che con chiarezza spiegavano come l’articolo 18 non fosse quel «blocco conservatore» e che non sarebbe stato la abolizione dell’articolo 18 a spronare l’industria italiana verso la sognata grandeur e verso i primi posti delle classifiche mondiali. Ci voleva altro, per questo, altro che non aveva nulla a che vedere contro una leggina che tagliava soltanto i diritti dei lavoratori o, vista dalla parte della politica, con una rozza, volgare manovra per affossare l’unità sindacale, creare un bipolarismo che avrebbe dovuto stringere all’angolo dell’opposizione ininfluente una “minoranza” di milioni di lavoratori.


            Siamo arrivati, dopo tre anni, a una resa dei conti, conti banali e facili che la “nuova” Confindustria di Montezemolo e Bombassei non ha rinunciato a fare (ma che conosceva anche la “vecchia” Confindustria di D’Amato, che sospettava: «Sono molte altre le innovazioni che vanno fatte», disse a Bruxelles nel 2002), facendo intendere al nostro piccolo mondo che di fronte alla crisi proprio non è più il caso di andare avanti così, a colpi di blitz antisindacali. Montezemolo promette concertazione e questo è un passo che rende credibile l’idea.


            Giusto tre anni fa, novembre 2001, si tagliava il nastro inaugurale dell’epica e monumentale lotta contro l’articolo 18, quando il governo presentò al Parlamento una proposta di delega sul mercato del lavoro, per introdurre in via sperimentale una modifica all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (che era stato varato nel 1970), sostituendo un risarcimento economico all’obbligo di reintegrazione nel posto di lavoro al dipendente licenziato senza giusta causa. Secondo la triade Maroni-D’Amato-Berlusconi, Sacconi nell’ombra, di lì al miracolo poco sarebbe mancato: tutte le aziendine “nane” sarebbero d’improvviso cresciute, per la semplice ragione che non avrebbero temuto di superare la soglia dei quindici dipendenti, oltre la quale lo Statuto si applica. Fatica sprecata a spiegare che le aziendine a cavallo, quelle cioè vicine a quindici dipendenti con un piede nella fascia superiore, erano poche migliaia e che comunque non si sarebbe dovuto toccare per delega un sacrosanto diritto alla salvaguardia di un posto di lavoro, cancellando una “giusta causa” che è in fondo la ragione di un vivere civile. Cisl e Uil si adeguarono, con la giustificazione che quella mossa avrebbe consentito un’utile flessibilità, e firmarono il Patto per l’Italia, un oggetto ormai misterioso di cui nessuno sa più dire.
            Restarono la Cgil, Cofferati, Epifani e milioni di lavoratori e cittadini: dieci milioni e mezzo quelli contati al referendum per il mantenimento dell’articolo 18 (fallito, per mancanza di quorum), tre milioni quelli che parteciparono alla manifestazione di Roma del 23 marzo 2002, milioni ancora quelli che aderirono ad altri due scioperi generali, il 16 aprile e il 18 ottobre di due anni fa.


            Chissà se siamo arrivati davvero alla fine della storia, una storia che dice del tempo sprecato, di un conflitto che ha consumato energie e tempo, che sarebbe stato meglio utilizzare per mettere in piedi la politica industriale che manca, mentre il declino (parola che non piace neppure a Montezemolo) elenca ogni giorno nuove vittime. La storia, ultima, spiega anche che la guerra all’articolo 18 fu ideologica, tanto è vero che la parte prima coinvolta, gli industriali, ha deciso di chiuderla, pretendendo ben altro che possa aiutarla nel proprio cammino di progresso. E che fu ideologica quella guerra perchè s’era data semplicemente lo scopo di sconfiggere un movimento, di cancellare una norma di giustizia e di civiltà. Poteva essere un inizio, probabilmente lo è stato. Fatevelo raccontare dai disoccupati o dai pensionati. Oppure dai “figli”, ostaggi della flessibilità, candidati alla precarietà perenne, senza neppure l’ombra di una crescita professionale. Miracoli della maroniana legge 30.

            Che conoscono anche gli imprenditori di Confindustria: dove finisce la qualità del prodotto, vera via alla competizione internazionale, se chi produce non ha neppure il tempo per imparare a produrre, bocciato alla scuola del lavoro da troppi contratti a termine, da troppi contratti a progetto, dalla convinzione di vivere perennemente da “usa e getta” della catena di montaggio?