Tutti precari, il lavoro è a chiamata

24/03/2004





 
   
24 Marzo 2004


 
Tutti precari
il lavoro è a chiamata
Senza avvisare i sindacati, il governo fissa per decreto le indennità dovute ai nuovi lavoratori in affitto. Pochi euro se l’azienda ti lascia a casa, ma può «ordinarti» con un solo giorno di preavviso. La Cgil: è la mercificazione massima
ANTONIO SCIOTTO


ROMA
Il supermarket della flessibilità ha un nuovo scaffale, e i cartellini del prezzo sono già stati sistemati. Il governo ha fissato, in due decreti, le indennità dovute ai lavoratori in «somministrazione di manodopera» e a quelli «a chiamata» previsti dalla legge 30. I primi, quando sono messi in stand by (in pausa) perché non servono al ciclo produttivo, valgono 350 euro mensili, i secondi il 20% di una retribuzione contrattuale. La Cgil attacca i provvedimenti dell’esecutivo, e definisce le nuove tipologie contrattuali «la massima mercificazione del lavoro». Una contestazione sul contenuto, ma anche rispetto al metodo: «I sindacati – denuncia sempre la Cgil – hanno saputo dei due decreti soltanto da notizie di stampa». Ma entriamo nello specifico dei nuovi prodotti freschi disponibili da oggi sul bancone delle imprese.

Il «job on call»

Il lavoro a chiamata (o «job on call») prevede un rapporto di tipo subordinato tra impresa e lavoratore: quando lavoro, l’azienda mi retribuisce come un normale dipendente. Quando non le servo, vengo messo in stand by, come un qualsiasi elettrodomestico che non funziona ma che ha la spia rossa accesa. Insomma, sono sempre pronto all’uso, e vengo «attivato» con una telefonata. Nel contratto dò la disponibilità a rientrare in produzione quando sarà necessario e con il preavviso di un solo giorno; nei momenti di ferma percepirò il 20% della paga giornaliera: è la cosiddetta «indennità di disponibilità». Se non avrò dato disponibilità, però, nei giorni di pausa non guadagnerò nulla. Mi verrà difficile, con questo sistema, fare più contratti contemporaneamente: «Teoricamente sarebbe possibile – spiega Claudio Treves, coordinatore politiche attive del lavoro Cgil – Ma solo nell’eventualità poco realistica che il lavoratore sia tanto forte da imporre la propria disponibilità per una sola fascia oraria». Il lavoro a chiamata può essere attivato già da oggi, ma solo per i lavoratori sotto i 25 anni e per gli ultraquarantacinquenni in mobilità. Per tutti gli altri, è necessaria una serie di causali da indicare nei contratti di categoria: le parti avrebbero dovuto trovare un accordo entro questo mese, ma, dato che non c’è stata intesa, il governo può convocare nei prossimi 4 mesi i diversi tavoli di categoria. Se anche questa via non andrà in porto, l’esecutivo potrà stabilire tali causali per decreto. «A quel punto, potremo escludere esplicitamente dai contratti questa ed altre tipologie che non ci piacciono – spiega Treves – Oppure, appena si verificheranno i primi casi di applicazione, fare ricorso per incostituzionalità. In una sentenza del 1992 la Corte ha vietato un part time senza orari perché impediva al lavoratore di stipulare contratti con altre imprese e arrivare a una retribuzione dignitosa». I rinnovi delle farmacie private e dei grafici hanno già escluso il ricorso al job on call: linea che i tre sindacati dovrebbero (è d’obbligo il condizionale) tener ferma anche nelle prossime firme.

La somministrazione

Il contratto di somministrazione è anch’esso a tempo indeterminato, ma si stipula prima di tutto tra due aziende: la prima è quella di «somministrazione di manodopera» – che procura i lavoratori «in affitto» – mentre l’altra è l’impresa che ne farà uso. Le due aziende si mettono d’accordo per un pacchetto di lavoratori, per esempio 300, che potranno operare soltanto nei settori di manutenzione e implementazione informatica, nella commercializzazione e marketing, nelle pulizie, nel trasporto. Quando lavora, l’addetto è retribuito normalmente; quando non lavora, prende un’indennità di 350 euro mensili (o una frazione di essa, secondo le ore non lavorate). «Siamo contrari anche alla somministrazione – conclude Treves – Rompe l’unità dei lavoratori nelle aziende e il loro diritto a essere rappresentati sindacalmente nei luoghi dove prestano effettivamente la loro opera. Inoltre, è inutile anche dal punto di vista delle imprese: la stessa legge 30, infatti, ha liberalizzato gli appalti di manodopera, rendendo disponibili tipologie di lavoro poco garantito e meno costoso».