Tutti i mali della sanatoria

09/01/2003





 
   



9 Gennaio 2003
SOCIETÀ




 
Tutti i mali della sanatoria
Le code non si vedono ma è come se ci fossero. I tempi lunghissimi provocano tagli agli stipendi, mentre chi vorrebbe cambiar lavoro non può farlo. Legati al padrone per la Bossi-Fini
MANUELA CARTOSIO
MILANO
La regolarizzazione degli immigrati, diventata parte integrante della Bossi-Fini, prometteva incautamente convocazioni rapide per stipulare i contratti di soggiorno: 20 giorni per colf e badanti, 60 per gli altri lavoratori subordinati. E invece in due mesi solo una microcopica fettina delle 702mila domande di regolarizzazione è stata trasformata in contratti e permessi di soggiorno. I ministeri dell’interno e del welfare si guardano bene dal fornire cifre, ma il dato di Milano e provincia – dove a fronte di 86 mila domande presentate le regolarizzazioni fatte sono solo un migliaio – dimostra che la più grande sanatoria mai fatta in Italia procede con un andamento da lumaca. La Prefettura di Milano aveva approntato sette sportelli per la stipula dei contratti di regolarizzazione. Ne sta funzionando solo uno perché da Roma non tornano i dati per procedere alle convocazioni. «Se si andrà avanti con questo ritmo, non basteranno due anni – prevede Gabriele Messina, dell’ufficio immigrati della Cgil – è un dramma». Il dramma consiste nelle cose che gli immigrati in attesa di regolarizzazione non possono fare. Non possono lasciare l’Italia perché rischiano di non poter rientrare, non possono fare ricongiungimenti familiari, non possono cambiare lavoro, perché sono «vincolati» al datore di lavoro che ha presentato per loro la domanda di regolarizzazione. Impossibilità sopportabili per qualche mese, non per anni. E’ soprattutto la terza che in questi giorni sta provocando grandi resse allo sportello immigrati della Camera del lavoro di Milano. In media 150 immigrati al giorno che raccontano quasi tutti la stessa storia: hanno pagato di tasca loro l’una tantum quando hanno consegnato il kit alle Poste, e fin qui passi; ora, però, si ritrovano con il salario decurtato anche di un terzo perché il datore di lavoro detrae i contributi previdenziali dalla busta paga. Vorrebbero cercarsi un padrone meno taccagno e, magari, l’hanno pure trovato. Purtroppo, però, non possono cambiare padrone perché l’iter di regolarizzazione va portato a termine dal datore di lavoro che ha presentato la domanda. Una circolare ministeriale prevede solo due eccezioni: il decesso del datore di lavoro (caso frequente per chi assiste persone anziane) o l’interruzione del rapporto di lavoro per un giustificato motivo, a discrezione però del padrone. In questi casi all’immigrato viene rilasciato un permesso di soggiorno di sei mesi per ricerca di nuova occupazione. La circolare, in linea con la logica della Bossi Fini che consegna la sorte dell’immigrato nelle mani del datore di lavoro, non risolve il problema di chi vuole cambiare lavoro prima d’essere convocato in Prefettura. La soluzione ci sarebbe ed è «tecnicamente semplice», dice Clemente Elia, della Camera del lavoro di Brescia, basterebbe una circolare del ministero del Welfare che autorizzi gli immigrati a cambiare lavoro, come quella emanata nel `98, dopo la sanatoria Turco-Napolitano. Allora, però, gli immigrati avevano in mano una ricevuta rilasciata dalla Questura. Ora la ricevuta è stata rilasciata dagli uffici postali e «il governo potrebbe accampare l’alibi che quel pezzetto di carta ha meno forza». Ma è sua la responsabilità d’aver messo in piedi una sanatoria macchinosa che si è «ingrippata a Roma e non in periferia». Le regolarizzazioni procedono con il contagocce perché le Poste devono aprire tutti i kit, scannerizzare i dati, trasmetterli a Napoli al Centro dati della Polizia che a sua volta li trasmette alle Questure e alle Prefetture di competenza che, finalmente, convocano le parti per la stipula del contratto di soggiorno. Si è creata una «coda virtuale che durerà due anni». Una coda che non si vede, ma di cui gli immigrati pagano ingiustamente le conseguenze. E’ doveroso porre rimedio con un atto politico che consenta a chi è in attesa di regolarizzazione d’andare a trovare i parenti a casa e di cambiare lavoro. Altrimenti, chi vuole sottrarsi ad un padrone che «tiene giù» i contributi avrà come unica alternativa il lavoro nero, che la regolarizzazione doveva in teoria far emergere.

Anche a Varese, dice Flavio Nossa, il 60% degli immigrati che si presentano allo sportello della Cgil lamentano «taglieggiamenti» in busta paga. Un padrone ha osato di più: pretendeva dall’immigrato 2.400 euro solo per presentarsi in prefettura a firmare il contratto. «E’ stato colto in flagrante». Nel varesotto, negli ultimi mesi, sono stati scoperti tre casi di vera e propria riduzione in schiavitù: una fabbrichetta di cosmetici, un’impresa di pulizia, una ditta che riforniva di legna le pizzerie. Alle «vittime» è stata concessa la «protezione sociale» prevista dall’articolo 18 della Turco-Napolitano, quello che si applica in genere per la prostitute ridotte in schiavitù e che, aggiunge Nossa, «ha bisogno di maggiori finanziamenti perché a queste persone va trovato un alloggio per qualche mese».