Tutti i danni di una semplice firma

02/07/2002




02.07.2002
Tutti i danni di una semplice firma

di 
Massimo Roccella


Anche le cose più complesse, alla fine, possono rivelarsi semplicissime, se si evita di girarvi attorno, mettendo da parte i discorsi sul metodo per affrontare il merito del problema. Ed invece, sarà un caso, ma gli approcci di tipo metodologico alla vicenda della lacerazione sindacale e dell’imminente intesa fra Governo, Confindustria, Cisl ed Uil sembrano largamente prevalenti su ogni altra considerazione.
Il segretario della Uil Angeletti ha scritto qualche giorno fa una pacata ed argomentata lettera al quotidiano la Repubblica per spiegare gli orientamenti della propria organizzazione.
Una lettera, che ha tuttavia il difetto di non andare molto al di là di una valutazione di metodo sui migliori criteri che dovrebbero reggere l’azione sindacale, spinta sino al punto di preconizzare nessun futuro per il modello di sindacalismo proprio della Cgil. Quanto all’impostazione seguita nelle vicende recenti da Uil e Cisl, essa si giustificherebbe in ragione dell’obiettivo di marginalizzare le lesioni all’art. 18 e, più in generale, al sistema dei diritti dei lavoratori. Detta in questi termini si sarebbe quasi tentati di consentire: se non fosse che, per giudicare della bontà di un’impostazione del genere, resta pur sempre da chiedersi dove essa vada a parare.
Vale la pena di ribadire, allora, che la modifica dell’art. 18, cui Cisl ed Uil sembrano apprestarsi a dare il loro consenso, non è affatto marginale. Non vale obiettare che la legislazione vigente conosce già ipotesi (sono stati ricordati gli assunti con contratto di reinserimento e i lavoratori socialmente utili, ma si sarebbero potuti menzionare anche apprendisti ed interinali) di non computabilità di certi lavoratori nell’organico aziendale al fine del superamento della soglia dei quindici addetti, da cui dipende l’applicazione dell’art. 18. Quest’argomento, infatti, di per sé potrebbe servire soltanto per dimostrare la pretestuosità della deroga che si vorrebbe introdurre al regime dell’art. 18: le piccole imprese che vogliono crescere, senza rischiare di dover applicare quel regime, possono già farlo oggi, assumendo lavoratori «trasparenti» (ovvero non computabili). Questa possibilità è sicuramente assai discutibile ed anzi al limite dell’incostituzionalità, stando alle indicazioni di una ben nota sentenza della Corte costituzionale (citata in questi giorni a sproposito dal sottosegretario Sacconi), la quale sin dal 1988 ha invitato il legislatore a superare la tecnica della non computabilità. In ogni caso si tratta di una possibilità con confini ben precisi, dipendenti dal carattere circoscritto delle categorie di lavoratori non computabili e dagli ulteriori limiti quantitativi variamente previsti da legge e contratti collettivi ai fini della loro assunzione. La deroga che il governo si appresta a varare, viceversa, riguarderebbe qualsiasi, normalissimo lavoratore assunto dopo la sua entrata in vigore: e va contestata non solo (e non tanto) per la sua palese irrilevanza rispetto all’obiettivo dichiarato di favorire la crescita dimensionale delle piccole imprese e per le disparità di trattamento, lesive del principio costituzionale d’uguaglianza, che essa, a parità di ogni altra condizione, introdurrebbe sia fra le imprese sia fra i lavoratori; quanto soprattutto per la sua attitudine a promuovere la diffusione della frode nel mercato del lavoro. L’argomento è già stato sollevato da altri, ma forse vale la pena di ritornarvi e ribadire che, al di là delle intenzioni proclamate, la deroga in questione, anziché al superamento della soglia dei 15 addetti da parte delle imprese minori, rischia soprattutto di giovare a quelle medie e grandi, che si troveranno a disposizione uno strumento per operazioni truffaldine di aggiramento delle regole in materia di licenziamento. Un’impresa con alcune centinaia di dipendenti, invero, potrebbe essere tentata di deliberare la cessazione della propria attività, per poi risorgere dalle ceneri, a breve distanza di tempo, assumendo inizialmente non più di quindici dei vecchi dipendenti e, subito dopo, tutti gli altri: vedendo premiata la propria propensione alla crescita con la disapplicazione per tutti dell’art. 18. Domanda: ai lavoratori in questione come si farebbe a spiegare che i loro diritti acquisiti non sono stati toccati?
Il meccanismo fraudolento più pericoloso, in ogni caso, dipende dall’intreccio fra la deroga all’art. 18 e la nuova disciplina del trasferimento d’impresa, contenuta anch’essa nel disegno di legge delega sul mercato del lavoro. Poiché con le regole che si vorrebbero approvare sarebbe possibile precostituire un ramo di azienda ad hoc, del tutto privo di quell’autonomia funzionale richiesta dalla normativa vigente (e dal diritto comunitario), al solo scopo di esternalizzare (cioè, più semplicemente, espellere) un certo numero di lavoratori, questi ultimi potrebbero essere trasferiti ad un’impresa, anch’essa costituita ad hoc e sotto la soglia dei quindici addetti, libera poi di crescere senza applicare a nessuno l’art. 18. Tutte le grandi imprese, in sostanza, potrebbero precostituirsi proprie imprese satelliti, ove concentrare le nuove assunzioni (o spostare ulteriori quote di personale) al riparo dall’applicazione dell’art. 18.

Con la firma del patto fra governo e parti sociali, d’altro canto, si darebbe il via libera all’introduzione di molte altre regole ed istituti, pesantemente peggiorativi dell’assetto normativo vigente, ed in parte incidenti, seppur indirettamente, sulla questione dei licenziamenti. Solo per memoria, e senza pretesa di esaustività, si può ricordare che, a parte la già richiamata modifica della disciplina del trasferimento d’impresa, con il patto e la susseguente approvazione parlamentare della delega:
- si introdurrebbe nel sistema lo staff leasing, ovvero si legittimerebbe l’appalto di manodopera. Con la conseguenza pratica che un’impresa potrebbe operare con diverse centinaia di addetti, limitandosi ad assumerne direttamente non più di quindici e ricorrendo, quanto agli altri, alla stipulazione di un contratto di fornitura di personale a tempo indeterminato: il che le permetterebbe di non applicare a nessuno lo Statuto dei lavoratori (non solo sui licenziamenti, ma anche sui diritti sindacali); si darebbe spazio all’arbitrato d’equità. È strano che non si senta più parlare della questione. Eppure la cancellazione della norma in proposito era stata rivendicata unitariamente dai tre sindacati confederali: a giusta ragione, dato che l’arbitrato d’equità consentirebbe di dirimere ogni controversia, a partire proprio da quelle in materia di licenziamenti, prescindendo da leggi e contratti collettivi;
- si cancellerebbe la riforma del part-time voluta dal governo di centrosinistra, per lasciare campo aperto ad una deregolazione dell’istituto, legittimando le forme più estreme di flessibilità (dal lavoro a chiamata al contratto a zero ore): con quale beneficio per il lavoro delle donne non è difficile immaginare;
- si sancirebbe una modifica del regime dell’orario di lavoro, che consentirebbe giornate lavorative quasi senza limiti di durata (prolungabili, a quanto pare, anche sino a 13 ore): davvero un bel tocco di modernità ottocentesca;
- si lascerebbe passare, infine, un’evanescente regolazione delle collaborazioni coordinate e continuative, che sembra avere il solo scopo di imprimere un sigillo di legittimità ad una delle peggiori distorsioni dell’attuale mercato del lavoro.
Il modestissimo ritocco dell’indennità di disoccupazione offerto dal governo non sembra davvero, neppure alla lontana, potersi considerare una contropartita adeguata per simile sconquasso. D’altro canto è davvero impensabile aspettarsi un vero potenziamento del sistema degli ammortizzatori sociali da parte di un governo che, nel momento stesso in cui finge di discutere questo problema, progetta una riforma fiscale che, a parte gli effetti redistributivi a vantaggio dei ceti più abbienti, provocherà una voragine nei conti dello Stato e quindi, necessariamente, imporrà tagli compensativi di spesa pubblica (a partire da quella sociale). Se a tutto ciò si aggiunge la destabilizzazione del sistema previdenziale pubblico, conseguente alla ventilata decontribuzione per i nuovi assunti (che il governo non sembra neppure disposto a discutere con i sindacati), il quadro di merito dell’intesa verso la quale ci si sta avviando risulterà più chiaro. Né si dica che il mestiere del sindacato è comunque quello di firmare accordi. Ciò può valere per un compromesso salariale. Allorché si tratti di regole che incidono nel profondo nella vita delle persone, viceversa, un accordo purchessia non indebolisce soltanto i lavoratori nel presente; li indebolisce anche per il futuro, perché priva le loro organizzazioni rappresentative, ove esse di quell’accordo risultino firmatarie, della legittimità politica di contestarne gli effetti, una volta che questi abbiano rivelato tutta la loro carica demolitrice di diritti e tutele.
Le posizioni della Cgil, d’altro canto, vengono contestate anche da qualche settore della sinistra: ad esempio da chi, sull’Unità di venerdì scorso, le critica sostenendo che «a noi di sinistra devono premere le ragioni dell’equità, riformare un mercato del lavoro tra i peggiori del mondo, spaccato in una dicotomia radicale». Estrapolata dal contesto, l’affermazione potrebbe essere agevolmente attribuita ad un membro del comitato promotore del referendum per l’estensione generalizzata dell’art. 18. Il che conferma quali e quanti equivoci possano nascere quando si preferisce volteggiare nei cieli del metodo, trascurando di precisare il merito sottostante. Nel merito, infatti, il ben noto esponente della sinistra liberal, cui si deve la paternità di quell’affermazione, va proponendo da anni – ma si guarda bene dal ricordarlo ai lettori dell’Unità – un modello di equità in forza del quale dal mercato del lavoro dovrebbe essere radicalmente soppressa per tutti la regola della giusta causa e restituita alle imprese la più piena discrezionalità in materia di licenziamenti. Nello stesso contesto, richiamando uno scritto d’annata (1996) di Michele Salvati, si sostiene che «non è impossibile pensare a evoluzioni del capitalismo in cui la disoccupazione non fa paura… e in cui il livello di civiltà degli imprenditori è molto più alto e dunque le crisi dovute a imperizia, arroganza e speculazione sono fortemente ridotte e pesantemente sanzionate dalla stessa collettività degli imprenditori». Certo è che suona male riproporre oggi idee del genere nel paese dove il falso in bilancio è stato equiparato ad una irrilevante marachella. Né il suono può migliorare, quando si abbiano occhi laicamente aperti per guardarsi attorno ed accorgersi che vicende, come quelle di Enron e Worldcom, forse sono qualcosa di più di un incidente di percorso.
Di fronte a suggestioni del genere il problema, in ogni caso, non sembra essere della Cgil. Semmai è dell’opposizione, e della sinistra in particolare. Che non potrà continuare all’infinito a pretendere di tenere insieme posizioni così divaricate su questioni fondamentali: accreditando un’idea distorta del pluralismo, che può solo servire a proiettare all’esterno l’immagine di un partito dall’identità confusa, lontano dalla sua storia e dalle sue più feconde radici sociali.