Tutti contro tutti nella battaglia dei prezzi

15/10/2003




15 Ottobre 2003

NUOVE POLEMICHE DOPO LA CONFERMA DELL’AUMENTO DEL 2,8% DELL’INFLAZIONE DI SETTEMBRE. CONFCOMMERCIO PORTA NELLE PIAZZE IL SUO DOSSIER-VERITA’
Tutti contro tutti nella battaglia dei prezzi
I consumatori all’attacco dell’Istat, gli agricoltori in rivolta
Billè: noi siamo le vere vittime, già chiuse 52 mila imprese

Raffaello Masci

ROMA
L’ala dura dei consumatori non crede più ai dati dell’Istat. I commercianti sono stufi di sentirsi sul banco degli imputati e enunciano di essere, semmai, vittime dell’inflazione e non artefici, con le loro 52 mila aziende costrette a chiudere i battenti negli ultimi 12 mesi. I produttori di generi alimentari negano ogni responsabilità e ostentano numeri e statistiche. I grandi distributori sfidano chiunque a contestare, conti alla mano, la loro innocenza. Le banche giurano di non aver toccato i listini e accusano i sistemi di rilevazione dei prezzi. I produttori di ortofrutticoli (i generi più rincarati) accusano la «filiera» del settore di essersi allungata a svantaggio dei consumatori. I sindacati lamentano, infine, che comunque il potere di acquisto dei salari è diminuito.
Dall’inizio di quest’anno, ogni volta che l’Istituto di statistica diffonde i dati sull’inflazione, scoppia una nuova battaglia della grande guerra dei prezzi. L’ultima puntata di questo dramma si è consumata ieri, quando l’Istituto ha ufficializzato i dati di settembre già anticipati dalla rilevazione delle città campione: + 0,2% come dato congiunturale (settembre su agosto) e più 2,8% come tendenziale (un anno sull’altro). «Nello specifico l’indice dei prezzi – hanno detto i tecnici dell’Istituto – ha registrato aumenti congiunturali decisamente elevati per l’istruzione (+1,1%) e per i prodotti alimentari e bevande analcoliche, che hanno segnato un +0,7%. Su base tendenziale gli ortaggi sono aumentati del 10,2%, la frutta del 6,7% e il pesce del 4,3%. Complessivamente il capitolo prodotti alimentari e bevande analcoliche ha registrato tra settembre 2003 e settembre 2002 un balzo del 4%». L’unica variazione tendenziale negativa si è verificata nel capitolo delle comunicazioni (-1,6% su settembre 2002 e -0,2% su agosto 2003).
Il dato di settembre è identico, sia come congiunturale che come tendenziale, a quello di agosto quindi, se si salva il piccolo incremento di un mese sull’altro (0,2%), non ci sarebbe di che disperarsi. Ma il «percepito» è diverso dal rilevato e i dati Istat continuano ad essere contestati, sia da alcune associazioni dei consumatori, raccolte nell’«Intesa» sia da Eurispes. Ciò nondimeno i vari segmenti della filiera dei prodotti alimentari (i più toccati dall’inflazione) continuano a rimpallarsi le responsabilità.
Confcommercio, già un mese fa ha diffuso una corposa ricerca per dimostrare l’estraneità dei propri iscritti ad ogni spinta inflazionistica e ormai si è perfino stancata di doversi giustificare. «I commercianti – ha detto ieri il presidente dell’organizzazione Sergio Billè – hanno le tasche piene di essere messi sulla graticola e poi bruciati ogni giorno a fuoco lento come se fossero loro soltanto i veri unici responsabili del disastroso andamento della nostra economia con prezzi che salgono e portafogli delle famiglie che si svuotano ogni giorno sempre di più». Se un responsabile c’è – semmai – è la produzione, secondo Confcommercio, i cui listini sono cresciuti in media del 3% con punte del 3,6% per il fresco.
Una lettura che Federalimentare, l’associazione dei produttori aderente a Confindustria, contesta nettamente: «Se si guarda correttamente all’aumento dei prezzi alla produzione del paniere di 39 prodotti censito dall’osservatorio Unioncamere, emerge ad agosto un aumento del +1,9% sull’agosto 2002. Mentre, in parallelo, l’aumento dei prezzi al consumo di agosto 2003 su agosto 2002 è pari al +2,5%. La differenza corretta e aggiornata quindi, a parità di periodo di riferimento, è di 0,6 punti a favore della produzione».
Coldiretti ammette che il «fresco» è aumentato ma – ricorda – la colpa è del fatto che molti prodotti, a causa della siccità, sono stati importati e venduti poi come «italiani»: siamo a un +19,4% di import agricolo. Si mettano le etichette di provenienza – è il consiglio – e chi aumenta a sproposito verrà fuori.
Quanto a «bar, ristoranti e alberghi», l’Istat comunica un incremento del 3,9% tendenziale, ma il dato ha fatto inalberare l’Unai, l’associazione degli albergatori, che – dice una nota – pagano l’aumento della ristorazione, mentre loro sono addirittura diminuiti del 7%. Se usciamo dall’alimentare le cose non vanno meglio. L’Abi, per esempio, l’associazione bancaria italiana, contesta che i propri listini siano cresciuti e fa notare invece – attraverso il suo presidente Maurizio Sella – che a trarre in inganno è stato un cambiamento della base di calcolo, perché loro in realtà hanno praticato aumenti annui al di sotto del 2%.
La questione, dunque torna a bomba: i dati Istat sono giusti? L’Intesa dei consumatori su questo è perentoria: «I dati sull’inflazione di settembre dimostrano che l’Istat continua a dare i numeri. E se non è più in grado di fare i conti, che venga commissariato».