Tutti contro tutti. In nome della politica

04/02/2003



lunedì 3 febbraio 2003


Tutti contro tutti. In nome della politica

L’idea del partito divide le associazioni dei consumatori. Tra accuse reciproche e pochi fondi rischia di svanire la credibilità appena acquisita

      I giochi si stanno facendo duri nella galassia delle associazioni italiane dei consumatori, da sempre considerate troppo numerose, piccole e divise tra loro. E ora ulteriormente scosse dal resuscitato progetto di un «partito dei consumatori», che vedrebbe protagoniste le due organizzazioni più combattive, più discusse e più presenti sui mass media (Adusbef e Codacons), riunite con Federconsumatori e Adoc nell’Intesa. «Io alla politica ho già dato – dice in realtà Elio Lannutti, presidente di Adusbef, candidato con Di Pietro, e come lui non eletto, nel 2001 -. Sono contrario a un partito, ma a favore del movimento dei consumatori rappresentato nei due rami del Parlamento. Come? Ne stiamo discutendo ma non è per adesso: forse alle prossime europee del 2004». Carlo Rienzi, presidente Codacons, si sbilancia di più: «Preferisco un movimento autonomo. Quella del partito è una richiesta che ci viene da tante parti e che ora fa paura a molti. Ne stiamo parlando, ma non vogliamo ancora che si sposti il dibattito, abbiamo altre battaglie da portare avanti, quella della Rc auto non è finita. Anzi…».
      Ma battaglie sono in corso anche all’interno del Cncu, il Consiglio nazionale dei consumatori e degli utenti, creato nel 1998 dal governo Prodi come organismo consultivo dell’allora ministero dell’Industria (e di fatto oggi congelato dal ministro Marzano), che raggruppa le 14 associazioni che superano i 29 mila iscritti. Per la prima volta nella loro storia si è arrivati a una denuncia penale «in famiglia», depositata il 10 gennaio da Cittadinanzattiva contro Adusbef. «Su Famiglia cristiana ci hanno definito "prezzolati dalle imprese", paragonati ai sindacati gialli di Valletta – dice Giustino Trincia, vice segretario generale di Cittadinanzattiva e portavoce della Coalizione che riunisce otto associazioni (vedi tabella) -. Ma noi siamo gli unici a pubblicare il nome dei nostri partner, con cui abbiamo rapporti regolati da norme rigide di indipendenza e trasparenza. I nostri 36.402 iscritti sono veri. Le nostre battaglie, tutte vinte, vanno a favore di tutti i consumatori e non finiscono in transizioni miliardarie tra imprese e associazioni come è stato tra Enel e Federconsumatori o tra Telecom e Codacons. E queste sono quelle note, solo la punta dell’iceberg, chissà quante ce ne sono state più modeste».
      Da parte sua Lannutti, che si autodefinisce «intransigente», annuncia di essere «in attesa della denuncia» e ribadisce le accuse. Ed è appoggiato in questo dal Codacons che continua nel frattempo la sua battaglia contro AltroConsumo, la più ricca e la più grande (270 mila iscritti) tra le organizzazioni. «E’ un gruppo editoriale controllato da una holding lussemburghese, altro che tutela dei consumatori, già abbiamo vinto il ricorso al Tar perché avevano ottenuto fondi con la legge per l’editoria. Ora vogliamo che escano dal Consiglio», dice Rienzi. «Sono massimalisti e non a caso le quattro associazioni dell’Intesa parlano oggi di partito politico, dopo la vicenda Rc auto che hanno cavalcato in modo scellerato convincendo migliaia di persone a far causa – risponde Paolo Martinello, presidente di AltroConsumo -. L’Intesa sta tentando di delegittimare le altre associazioni, tra cui la nostra, ma noi siamo fuori da ogni gioco, abbiamo uno stile diverso…»
      Ma cosa sta succedendo tra queste associazioni, che hanno combattuto (e spesso vinto) molte battaglie importanti, ma che in fondo, ad essere generosi, non contano in tutto più di 800 mila iscritti contro gli svariati milioni dei movimenti in Usa o negli altri Paesi europei? Perchè tanta litigiosità in un movimento così piccolo? «C’è sempre stata competizione, ma ora lo scontro sta aumentando – dice Antonio Lubrano, guru del consumerismo italiano e artefice della fama di molte organizzazioni grazie alla tv -. Il motivo non è economico, ma di potere. Era già assurda la frantumazione in tutte queste sigle, dovuta anche a motivi politici; l’idea che si possa andare a un partito dei consumatori lo è ancora di più, e sta creando ancora più conflitti».
      Finiti i tempi dei già citati grandi indennizzi delle imprese alle singole associazioni, passati anche quelli dei convegni sponsorizzati (se qualcosa è rimasto è ben poco, visto il controllo incrociato tra i 14 gruppi e la diversa strategia delle aziende), i fondi da spartirsi non sono in effetti molti. L’Unione europea ogni anno finanzia in tutta Europa al 50% qualche decina di progetti (circa 100-150 mila euro ciascuno), ma non sono a fondo perduto e la selezione è rigida. Qualcosa arriva dalle Regioni, sempre per progetti specifici. Un milione di euro viene stanziato dallo Stato per il Cncu, ma niente arriva alle singole associazioni, che alla fine possono contare come stanziamento pubblico solo sul mezzo milione di euro all’anno della legge per l’editoria. Quasi tutte le associazioni sono così abbastanza povere, anche perché molti degli iscritti dichiarati spesso non rinnovano il pagamento delle quote annuali, come ammette Rienzi. «Il Codacons è vissuto finora con i miliardi ottenuti in risarcimento dalla Telecom nei primi Anni Novanta, che non potevano tecnicamente essere distribuiti ai consumatori – dice Rienzi -. Ma anche questi soldi sono ormai quasi finiti per le perdite in Borsa e qualche problema interno».
      Intanto, la paralisi che ha colpito il Cncu da un anno e mezzo non solo ha reso più difficili e labili i rapporti tra associazioni consumeristiche e governo (la vicenda Rc auto la dice lunga), ma ha privato le prime di un forum di incontro e di scambio interno al movimento. Da cui ognuna cerca adesso di emergere a modo suo, anche combattendo contro le altre, anche tentando di usare l’arma della potenziale capacità di muovere voti. Ma che questo possa accadere non è affatto detto. «La associazioni italiane restano al di sotto della soglia che dovrebbero avere perché molte istanze tipiche di movimenti analoghi all’estero da noi sono state intercettate da partiti, sindacati, altre associazioni come quelle più recenti dei no global – dice Marco Gambaro, economista e autore del libro "Consumo e difesa dei consumatori" -. Non sono mai riuscite a diventare interlocutori stabili e a trasformare in virtuoso il circolo vizioso di pochi iscritti, pochi finanziamenti, poca capacità di mobilitare nuovi iscritti e finanziamenti. Qualcosa sta cambiando, ma ci vorrà tempo».
Cecilia Zecchinelli


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