Tutti alla larga dall’ex amico Chicco

13/01/2006
    venerdì 13 gennaio 2006

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    IL CUORE DI BANCOPOLI - SNOBBATO ANCHE DALLA SUA HOLDING, GLI RESTA SOLTANTO LA STORICA «QUINTA G»

      Tutti alla larga dall’ex amico Chicco
      Ora i big temono il raider bresciano

        Francesco Manacorda

          MILANO
          Vae victis. E guai specialmente a Emilio «Chicco» Gnutti, passato nel giro di qualche settimana da capitalista rampantissimo il cui pur noto debole per l’insider trading – certificato anche da una sentenza del Tribunale di Brescia – non gli aveva finora impedito in alcun modo di accomodarsi nei salotti più o meno buoni del capitalismo nostrano fino a rivestire la non trascurabile carica di vicepresidente del Montepaschi, a sostanziale monatto della finanza italiana. Guai a Chicco, dunque, a chi lo ha toccato – professionalmente parlando – nel corso della sua lunga e per lui proficua carriera, ma anche a chi teme adesso di essere da Gnutti anche solo sfiorato venendo così trascinato in un gorgo giudiziario che appare ben lontano dall’aver esaurito la sua potenza.

            Certo non suona confortante per molti l’indiscrezione secondo cui il raider bresciano, pur sofferente di cuore tanto da farsi assistere da un medico nel suo interrogatorio prenatalizio, starebbe chiarendo ai pm molti particolari delle sue operazioni passate e presenti, compresa la «madre di tutte le scalate» alla Olivetti attraverso la finanziaria lussemburghese Bell controllata dalla brescianissima Hopa e la successiva cessione della stessa quota Olivetti alla Pirelli. L’uomo, infatti è di temperamento sanguigno e la difesa di due avvocati di lungo corso e comprovata esperienza nei rapporti con la Procura milanese come Marco De Luca e Giuseppe Frigo, unita alla non leggera ipotesi di reato dell’associazione a delinquere potrebbe rivelarsi una miscela esplosiva. Del resto è stato proprio Frigo, mercoledì scorso, a definire «carte che parlano da sole» i documenti consegnati dal loro cliente ai pm. E così, mentre Gnutti si dimette senza batter ciglio da tutte le cariche sociali che ricopriva affidando a qualche amico accorati appelli alla sua onestà, scatta la fuga dall’uomo che dopo una lunga stagione nel capitalismo italiano – decisamente più lunga di quella degli altri protagonisti delle scalate estive – ha perso molto e non sembra aver più molto da perdere. Largo ai distacchi espliciti e sbandierati dal Chicco nazionale, quindi, ma largo anche alle dichiarazioni fatte davanti ai pm dallo stesso Gnutti che cadono come bombe sulle strategie di eventuali co-indagati. Lui, infatti, non è che si risparmi. Va davanti ai giudici e arriva la notizia dei 48 milioni creati con operazioni su titoli assai sospette e poi girati come pagamento per la consulenza – manco fossero guru aziendali della McKinsey – di Gianni Consorte e Ivano Sacchetti proprio per l’operazione Bell del 2001. Parla della scalata all’Antonveneta e spiattella papale papale che quando a inizio 2005 fu ricevuto a palazzo Koch da Antonio Fazio e «compresi che il governatore era favorevole all’acquisizione», salvo ricevere smentita dello stesso Fazio a stretto giro di posta. Tratta ancora di Antonveneta e si rimpalla con il deus ex machina di Lodi Gianpiero Fiorani la responsabilità di aver avuto l’idea geniale della scalata alla banca padovana.

              In quanto alle prese di distanza, negli ultimi tempi non c’è che l’imbarazzo della scelta. Qui si può agevolmente inserire l’intervista al Sole 24 Ore del presidente di Pirelli e Telecom Marco Tronchetti Provera nel quale dichiara che «la presenza di Gnutti non è più compatibile con Olimpia», cioè la holding che ha una quota di maggioranza relativa della stessa Telecom, chiarendo anche che la strada dell’uscita della Hopa dall’azionariato di Telecom è ormai ampiamente percorribile. E nel genere conviene citare anche la mossa dello stesso Silvio Berlusconi, già evocato in quelle intercettazioni in cui proprio Gnutti raccontava a Fiorani di aver ricevuto i complimenti del premier per l’operazione Antonveneta, scattata in risposta a chi gli ha fatto notare nei giorni scorsi che la sua Fininvest è – anzi era – socia di Hopa. «Non sono socio di Gnutti e Consorte, sono cose assolutamente infondate e false», è stata la replica. E detto, fatto, ecco Fininvest e la controllata Mediaset sciogliere l’altroieri in tutta fretta qualsiasi rapporto con Hopa cedendone il 5% che avevano in portafoglio alla Fingruppo dello stesso Gnutti, anche a costo di dover mettere in bilancio una minusvalenza di quasi cento milioni.

                Perfino la stessa Hopa, la finanziaria che per Gnutti non è stata tanto una società quanto una proiezione della sua personalità, si affretta – probabilmente per ragioni di sopravvivenza – a prendere le distanze dal padre-padrone. Appena mercoledì l’ufficialità dell’uscita di Gnutti e già ieri il vicepresidente vicario Stefano Bellaveglia si sente in dovere di sottolineare che la società «non è più Gnutti, avendo voltato pagina». Una catastrofe relazionale, un deserto dove qualsiasi rapporto pare rinsecchire all’istante, mitigata appena – a garanzia dei legami azionari se non delle cariche societarie che non ci sono più – dalla visita del figlio Thomas nella sede di Corso Zanardelli proprio il mercoledì del fatidico consiglio. Adesso manca solo che la mitica finanziaria Quinta G, quella che riuniva i sedici compagni di classe di Gnutti che passarono l’esame di maturità all’Itis «Castelli» di Brescia nel 1966 e che dai tempi della scalata a Telecom distribuiva dividendi nell’ordine dei 500 mila euro annui, sfiduci il suo fondatore e benefattore.