Tute blu contro tute blu così ci si divide in fabbrica

04/10/2010


ROMA – Non si parlano. Alcuni si ignorano addirittura quando si incontrano ai tavoli delle trattative. Improvvisamente torna d´attualità una domanda antica nella storia sindacale italiana: qual è l´avversario? «Dovrebbe essere la controparte», risponde uno dei leader. Ma usa il condizionale. E spiega: «Si è rotto qualcosa che è molto difficile rimettere insieme». Sono gli stessi vertici di Fim, Fiom, Uilm e Fismic a riconoscere che la spaccatura non è confinata alla base. È un virus che ha colpito in alto. «Venduti», gridano i cortei della Fiom a chi ha firmato gli accordi separati voluti dal Lingotto. «Squadristi», risponde la Fim dopo i lanci di uova contro le sue sedi annunciando «la preparazione di un dossier su tutti gli attacchi e le violenze subite negli ultimi mesi».
«Quella che è cambiata è la mentalità di fondo, quell´idea che c´era un tempo quando pensavamo che puoi dividerti su tutto ma esiste una solidarietà tra chi fa sindacato, dedica la vita a difendere i diritti dei lavoratori. Una solidarietà decisiva anche nelle vertenze più difficili, anche quando si arriva ad accordi separati». Il ricordo è di Giorgio Benvenuto, leader carismatico dalla Uil negli ultimi decenni del Novecento. Parla sfogliando i ricordi di trent´anni fa, quando i sindacati erano unitari. Anche sui volantini Fim, Fiom e Uilm erano una sola sigla, l´Flm, e ai cancelli di Mirafiori persero insieme. Oggi che le sigle si dividono, è più facile vincere?
Domanda difficile. Sono certamente cambiati i rapporti di forza tra i sindacati. Secondo Giuseppe Farina, numero uno dei metalmeccanici della Cisl, «le tensioni di queste settimane sono cose che accadono quando la Fiom sente che sta perdendo la sua egemonia nelle fabbriche». Gli incidenti nascono dunque dalla fine di un´era, quella della Cgil che detta legge nelle fabbriche italiane? È una spiegazione che naturalmente non convince la Fiom: c´è una lunga guerra di cifre sul numero degli iscritti delle singole organizzazioni ed è un fatto che, nonostante tutto, la Fiom è di gran lunga il sindacato più rappresentativo. Ma spesso non ha più, da solo, il 51 per cento dei consensi nelle fabbriche. E dunque tutti gli altri, magari mettendo insieme le storie non sempre compatibili tra loro di Fim, Uilm, Fismic e Ugl, possono mandare in minoranza gli uomini di Landini. La battuta di Farina chiarisce comunque qual è, per ciascuno, la vera posta in gioco: quella dell´egemonia nelle grandi e piccole aziende di una categoria che continua anche oggi a fare la storia del sindacato in Italia. La tensione nasce dalla situazione di stallo: la Fiom non è più maggioritaria da sola ma nessuno può pensare di tenere fuori a lungo l´azionista di maggioranza relativa del sindacalismo metalmeccanico italiano. Può anzi accadere che isolare i metalmeccanici della Cgil sia controproducente proprio per chi, nei sindacati e tra gli stessi imprenditori, vorrebbe far diminuire il loro peso in fabbrica.
Gli scontri tra organizzazioni sindacali, soprattutto nei metalmeccanici, non sono una novità del terzo millennio. A Torino, nel luglio del 1962, decine di migliaia di operai uscirono dagli stabilimenti Fiat e marciarono contro la sede della Uilm, nella centrale piazza Statuto. Nella notte precedente, quella tra il 6 e il 7 luglio, Uil e Sida, il sindacato considerato filopadronale («giallo», si diceva allora) avevano firmato un accordo separato con la Fiat. Gli scontri intorno alla sede della Uil furono violentissimi, durarono tre giorni con il fermo di oltre 1.200 manifestanti e 90 arresti. «Ma allora – ricordano i vecchi sindacalisti torinesi – non ci fu la copertura di Cgil e Cisl». I cortei partirono spontaneamente dagli stabilimenti. «Questa volta invece – si indigna Farina – l´assalto alla sede Cisl di Treviglio era guidato dal locale segretario della Fiom».
Quella che si sta smarrendo è la grammatica delle relazioni tra organizzazioni sindacali: «Non era mai accaduto – osservava quest´estate il segretario della Fiom di Melfi – che di fronte al licenziamento di tre operai non scattasse la solidarietà delle altre organizzazioni e che anzi Fim, Uilm e Fismic rifiutassero di concedere le assemblee per discuterne». Insomma, anche nelle famiglie più divise è opportuno continuare a seguire regole minime di convivenza. Basta questo a spiegare le tensioni? Giorgio Airaudo, che si occupa di Fiat per la Fiom nazionale, premette che «nessuna divergenza sindacale può giustificare l´assalto alle sedi e la violenza. Se invece vogliamo provare a capire, penso che una ricetta per far scendere la tensione potrebbe essere quella di tenere le assemblee in fabbrica e i referendum anche sugli accordi separati. I sindacalisti di un tempo avevano il coraggio di andare in fabbrica anche a prendersi i fischi. E´ capitato a Trentin, a D´Antoni, a Pezzotta, a Cofferati, a Epifani. Quei fischi servivano non solo far conoscere il proprio punto di vista ma anche a far scendere la rabbia. Temo che non riusciremo a uscire da questa situazione se il sindacato non tornerà a presentarsi unitariamente di fronte ai lavoratori, anche con posizioni diverse e fino a quando non avremo un meccanismo di certificazione della rappresentanza: sapere quale sindacato rappresenta quanti lavoratori».
Altre epoche non furono meno facili. Nel ‘92, quando Cgil, Cisl e Uil approvarono i sacrifici imposti dalla manovra di Amato, i comizi si facevano in piazza con scudi di plexiglas per difendere i segretari generali dal lancio di bulloni e ortaggi. Il 14 ottobre, a Milano, Sergio D´Antoni venne colpito al viso in piazza Duomo. Le cronache dell´epoca riferiscono che ad animare le contestazioni erano gli autonomi, come era successo nel ‘77 con Lama all´università di Roma. E come è successo di recente alla feste del Pd con il lancio di un fumogeno contro il leader della Cisl, Raffaele Bonanni da parte dei centri sociali torinesi. «Che ci sia nell´area antagonista una strategia per colpire una parte del sindacato, è un fatto certo di cui sono testimone oculare», racconta Paolo Pirani, segretario confederale della Uil. Che ricorda «un´assemblea sindacale a Vicenza dove centri sociali e sindacati di base lanciarono contro il palco gli stessi volantini gettati a Torino contro Bonanni». Anche per Pirani «colpisce che a certe manifestazioni contro sedi di altri sindacati partecipino dirigenti della Fiom». Per il sindacalista della Uil «la tensione nasce dalla fine dell´egemonia dei metalmeccanici della Cgil», ma anche Pirani riconosce che «sono necessarie nuove regole per certificare la rappresentanza».
Basterà una legge che regoli la contrattazione, che stabilisca chi e a quali condizioni può firmare i contratti, per ricucire il rapporti tra le organizzazioni? Roberto Di Maulo, segretario generale del Fismic, è piuttosto scettico. Conosce bene come funziona la categoria del tradimento nel sindacalismo italiano: anni fa ha lasciato la segreteria della Uilm per passare al sindacato concorrente. «Non vedo come si possano rimettere insieme i cocci. La divisione non riguarda solo i rapporti con la Fiom ma anche con Fim e Uilm. C´è chi non mi saluta dopo aver lavorato con me per decenni. E c´è chi pensa che, in fondo, è meglio rimanere divisi per guadagnare un briciolo di visibilità. Questo criterio non vale solo per la Fiom ma anche per gli altri due sindacati. Francamente è una gara che mi appassiona poco».