Turismo: schede

20/09/2005
    domenica 18 settembre, 2005

    TURISMO – pagina 18

    I fattori critici

      Prezzi troppo alti

        La competitività dei servizi. L’offerta turistica italiana soffre sempre di più il confronto di convenienza con gli altri Paesi a causa del fatto che i prezzi del settore turistico in rapporto alla qualità dei servizi offerti sono percepiti come poco vantaggiosi. Italiani e stranieri riducono la presenza nel Belpaese e puntano su mete più vantaggiose.
        Secondo i dati Wttc la graduatoria in base all’indice di competitività dell’offerta italiana, che tiene conto dei prezzi, vede il nostro Paese in 17a posizione al di sotto della Spagna. L’indagine Csc sottolinea inoltre che l’offerta ricettiva italiana, per quanto riguarda i prezzi, è penalizzata dalla mancanza, a causa della normativa sugli hotel, di strutture a basso costo molto diffuse invece negli altri principali Paesi. Gli hotel di Milano sono molto più cari di Madrid e Francoforte.

          Tanti hotel ma piccoli

            La struttura ricettiva. In dieci anni su circa 36mila hotel in attività, secondo le stime CsC, si è avuta una riduzione di circa 10mila struttura di fascia bassa, tra una e due stelle, mentre sono in aumento i tre e i quattro stelle. I 5 stelle contano 80 nuove strutture, ma il numero complessivo (un paio di centinaia) resta esiguo. La metà circa della struttura alberghiera italiana è caratterizzata da hotel a tre stelle che però denotano in media un rapporto di prezzo alto. La disponibilità di camere, circa un milione, è frammentata. La media si attesta su poco meno di 30 stanze disponibili per hotel. Molto bassa la diffusione di sistemi di prenotazione via Internet. Ma è sconto aperto tra le Regioni e il Governo sul megaportale turistico nazionale da 140 milioni di euro.

              Pochi fondi alla cultura

                Gli interventi per i poli artistici. Le città d’arte e le aree archeologiche costituiscono, insieme al balneare, i perni dell’offerta turistica italiana. Messa a confronto con altri importanti partner europei l’Italia, secondo una recente ricognizione del Tci, esce con le ossa praticamente rotte. La spesa pubblica per beni e attività culturali (circa 3,3 miliardi di euro) è superiore solo a quella della Spagna ma nettamente inferiore a quello della Francia o della Germania. Guardando però alla quota degli investimenti in rapporto al Pil emerge che l’Italia (insieme con la Francia) spunta un misero 0,16% mentre la Spagna (0,35%) e la Germania (0,39%) fanno davvero molto meglio. Non mancano poi i paradossi; ci sono più visitatori a Gardaland nell’arco di un anno che agli scavi di Pompei.

                  I nodi da sciogliere

                  La sicurezza

                    Il controllo del territorio. Il problema si intreccia con i ritardi dell’industria turistica nel Mezzogiorno e con le problematiche di tipo ambientale. L’emergenza criminalità in regioni come Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, in particolare, costituisce un costante motivo di allarme per gli operatori locali e per la domanda turistica potenziale. A ciò si aggiunge il fatto che vengono meno sufficienti livelli di certezze per gli investitori nel business turistico, sia italiani sia stranieri. Il Mezzogiorno invece per sfruttare le potenzialità avrebbe bisogno di una massiccia iniezione di investimenti visto che le strutture ricettive sono concentrate nel Centro Nord ( quasi i tre quarti del totale) servite dalle infrastrutture di trasporto con i livelli di efficienza più elevati.

                      Il fisco

                        Il problema delle aliquote. Se ne parla da molto ma finora senza risultati: da anni gli operatori del settore lamentano il fatto che le aliquote Iva in Italia, nel comparto turistico, costituiscono una zavorra perchè determinano pressioni sui prezzi, mentre altri Paesi concorrenti hanno livelli di tassazione più favorevoli. In Italia si applica in genere un’aliquota del 10% di gran lunga più alta della Spagna, che si è attestata al 7% e addirittura quasi il doppio della Francia (5,5 per cento). L’Irlanda, ricordano gli operatori, ha avuto grandi benefici in termini di volumi di flussi turistici dall’abbattimento dell’Iva. Invece, nel nostro Paese i tour operator si lamentano perchè nel comparto si applica un’aliquota del 20% che dovrebbe quantomeno armonizzata con la restante parte del settore turistico.

                          Le infrastrutture

                            I trasporti nella paralisi. L’Italia è largamente carente. Una buona parte dell’offerta è modellata sugli arrivi in auto ( sia a livello nazionale che internazionale) ma le grandi arterie sono sempre più congestionate e il trasporto su gomma paga la rincorsa del petrolio. Sul fronte aereo il Paese sconta le difficoltà di Alitalia, che impediscono di far si che gli scali italiani possano essere degli hub per i flussi in arrivo da grandi aree come quelle asiatiche, americane o africane.
                            La deregulation degli scali aeroportuali va a rilento, mentre occorrerebbero strategie mirate sulle nuove forme di trasporto ( low cost) sulle quali la Spagna, ad esempio, ha puntato molto. Asfittica infine l’offerta per il turismo nautico, manca una rete efficiente di porti turistici

                              Un bilancio sempre più in rosso

                                -728
                                I milioni di euro che mancano all’appello già nei primi sei mesi di quest’anno a causa della brusca caduta degli arrivi dall’estero

                                -1.000.000
                                È la stima di massima sulla flessione del numero di viaggiatori stranieri rilevata nell’arco della prima parte di quest’anno rispetto al 2004

                                  41%
                                  Si tratta del tasso medio di occupazione delle camere d’albergo, nettamente inferiore a Francia (59%) e Spagna (57%)

                                    4%
                                    È la quota di mercato delle grandi catene alberghiere in Italia, inferiore a quella di Spagna (18%) e Francia (20%) ma anche alla media Ue (24%)