Turismo: rallenta la seconda voce del pil (G.Ajassa)

14/09/2007
    lunedì 10 settembre 2007

    SUPPLEMENTO AFFARI & FINANZA

      ATTUALITA

        Turismo, rallenta la seconda voce del pil

          Ha ormai superato il tessileabbigliamento per valore del giro d’affari prodotto, ma il confronto internazionale mostra una preoccupante tendenza al declino che va oltre alcuni fattori congiunturali. Al settore serve una ristrutturazione

            Giovanni Ajassa*

              Per l’Italia il turismo conta. Il peso del settore ammonta a circa il 10% del PIL e dell’occupazione. Parliamo di un valore aggiunto annuo di 150 miliardi di euro e di un bacino di occupati di 2,6 milioni di persone. Il turismo è molto importante anche per i conti con l’estero. Nel 2006 la bilancia turistica dell’Italia – che è una componente della bilancia dei servizi è risultata attiva per circa 12 miliardi di euro, con un miglioramento di 1,6 miliardi (+15%) rispetto al surplus registrato nel 2005. Per memoria, nel 2006 il deficit della bilancia commerciale italiana, ha raggiunto i 21 miliardi di euro con una bolletta energetica in rosso per ben 50 miliardi di euro. Guardando congiuntamente all’industria e ai servizi, il turismo ha conquistato il secondo posto, dopo il settore delle macchine e apparecchi meccanici, nella classifica dei settori con i più alti avanzi sull’estero.

              Non diversamente dall’industria manifatturiera, anche il settore turistico italiano sta partecipando a un processo strutturale di cambiamento. Nuovi paesi e nuovi mercati si affermano dal lato dell’offerta come da quello della domanda. La Cina, nel volgere di una decina d’anni, ha quasi raddoppiato (da 27 a 50 milioni di arrivi all’anno) le dimensioni del proprio "inbound" turistico collocandosi al quarto posto della classifica mondiale, scavalcando l’Italia e insidiando da vicino il terzo posto degli Usa. La Spagna ha sorpassato gli Stati Uniti per numero di arrivi di turisti dall’estero. La Francia continua a mantenere un’indiscussa leadership nella classifica dell’inbound turistico misurato per numero di arrivi. Negli ultimi undici anni l’Italia ha visto ridursi di circa due punti percentuali la propria quota sul mercato mondiale del turismo internazionale in entrata, passando dal 6,8% del 1995 al 4,9% del 2006. Cali paralleli sono stati mostrati dalla Francia, dalla Spagna e dagli Usa. Insieme ai cambiamenti strutturali, l’industria turistica italiana si trova ad affrontare le conseguenze del consistente apprezzamento dell’euro sul dollaro. L’effetto del rincaro dell’euro non mancherà di ripercuotersi sull’inbound turistico proveniente dagli Usa. Gli Stati Uniti occupano il 7° posto nella classifica dei paesi dai quali giunge il più alto numero di turisti in Italia ed il 2° posto nel ranking relativo alla spesa in Italia di viaggiatori stranieri. Un esercizio econometrico compiuto presso il Servizio Studi di Bnl indica come un apprezzamento di 10 centesimi dell’euro sul dollaro si accompagni ad un calo degli arrivi di turisti internazionali nel nostro paese dell’ordine degli 1,6 milioni di unità, pari a circa il 4% dei 40 milioni di ingressi registrati nel 2006. Viceversa, le stesse stime statistiche segnalano come il turismo internazionale in entrata in Italia sia particolarmente sensibile all’andamento dei redditi personali in Germania, nostro principale cliente anche nel settore dei viaggi e delle vacanze. Un aumento di 1.000 euro del pil reale procapite dei tedeschi si traduce in una crescita di 2,2 milioni di arrivi di turisti dall’estero, pari a circa il 5,5% dei 40 milioni di ingressi del 2006.

              Per risultare meno esposta alle alee dei cambi e della congiuntura, l’industria turistica italiana ha di fronte l’obiettivo di puntare ancor di più sulla qualità, l’innovazione, sull’aumento dell’efficienza e della dimensione. L’Italia è la terra delle microimprese e il turismo non fa eccezione. Il nostro paese annovera il numero più alto in Europa di strutture ricettive: 130mila contro le 90mila del Regno Unito, le 35mila della Spagna e le 29mila della Francia. Solo un quarto delle nostre strutture è però costituito da alberghi, che rappresentano invece il 50% del totale in Spagna e nel Regno Unito ed una quota ancora maggiore in Francia. Gli alberghi italiani sono più piccoli degli alberghi francesi e spagnoli. Alla ridotta dimensione si lega l’insufficiente tasso di utilizzazione che non arriva in media al 40% in Italia contro il 5060% di Spagna e Francia. La dimensione media e il livello dei servizi offerti dai nostri alberghi stanno però crescendo. Tra il 2000 e il 2005 a fronte di un aumento del 9,4% del numero totale dei posti letto negli alberghi italiani, la capacità ricettiva degli esercizi a 5 e a 4 stelle è aumentata rispettivamente del 78% e del 35%. Altri interessanti segnali vengono anche dal fronte dell’innovazione. Pensiamo, ad esempio, alla nascita in Italia prima che altrove dei cosiddetti "alberghi diffusi" che coniugano in maniera originale servizi alberghieri di qualità con una valorizzazione fine dei nostri borghi. I dati finali del 2007 aiuteranno a comprendere se e quanto questi progressi sul terreno della dimensione e dell’innovazione sono serviti a compensare i segni meno che gravano sulle prospettive del settore. Nell’attesa dei riscontri nazionali, appaiono di buon auspicio i risultati realizzati in luglio dagli alberghi di Roma e provincia che hanno visto gli arrivi di turisti stranieri crescere di poco meno del 18% rispetto allo stesso mese del 2006. La provincia di Roma è titolare da sola di circa ¼ del surplus annuo nazionale della bilancia turistica italiana. Sommando Roma, Venezia e Firenze si giunge a spiegare oltre il 50% del saldo attivo del turismo. Chiusi gli ombrelloni, la stagione turistica non va in vacanza.

              *Responsabile del Servizio Studi di BNLGruppo BNP Paribas,