Turismo, le proposte del sindacato

CGIL – CISL – UIL
e
FILCAMS – FISASCAT – UILTUCS
Sindacati Regionali Emilia Romagna

Convegno sul Turismo

Proposte del Sindacato

Rimini – Grand Hotel – 2 marzo 1995

Turismo – Proposte del Sindacato (Rimini – Grand Hotel – 2.3.95)
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INDICE

Introduzione
* Marcello Pasquarella
Segretario Gen. Reg. FISASCAT CISL E.R.

Relazioni di
* Dino Bonazza
Segretario Reginale FILCAMS CGIL E.R.

* Gilberto Zangari
Presidente ECONSTAT

* Guglielmo Martinese
Ufficio Studi e Ricerche CGIL Rimini

Interventi di
* Marco Marroni
Ricercatore CRESS

* Stefano Landi
Società S.L. & A. – consulente dell’A.P.T.

* Renato Salvo
Amministratore Delegato Innova Hotel S.r.l.

* Franco Albanesi
Albergatore

* Gabriele Guglielmi
Segretario Territoriale FILCAMS Rimini

* Luigi Pieraccini
Segretario UIL Emilia Romagna

* Mario Ricciarelli
Segretario CISL Emilia Romagna

* Gerardo Filiberto Dasi
Segretario Generale Centro Ricerche P. Manzù

* Felicia Bottino
Assessore Regionale al Turismo

* Flavio Sangalli
Presidente CERIT

* Claudio Bottoni
Direttore Grand Hotel di Rimini

* Salvatore Caronia
Segretario Nazionale UILTUCS

* Aldo Amoretti
Segretario Generale Nazionale FILCAMS

Interventi consegnati di
* Massimo Paganelli
Presidente Confesercenti di Rimini

* Loris Mattioli
Segretario Regionale CGIL

Tabelle relative all’intervento del dott. G. W. Martinese


MARCELLO PASQUARELLA – Segretario Gen. Reg. FISASCAT CISL
Diamo corso a questa iniziativa, a questo convegno regionale promosso dal Sindacato confederale CGIL, CISL e UIL dell’Emilia Romagna e dai sindacati di categoria FILCAMS, FISASCAT e UILTUCS regionali di questa regione.
Abbiamo ritenuto necessario e importante promuovere questa iniziativa e metterla in campo per poter produrre dal punto di vista del sindacato, sia confederale che di categoria, una nostra analisi sul settore e proporre quindi una nostra idea di turismo, un’idea di turismo dove centrale non è un fatto privato di un’impresa individuale, magari inserita in un’area produttiva dal punto di vista dell’effetto anche di carattere economico, ma dove è centrale il turismo come risorsa collettiva, una risorsa inestimabile che richiede, però, a nostro avviso, risposte collettive alle esigenze che questa realtà presenta.
Nella nostra regione ci sono moltissime realtà denominabili a prevalente interesse turistico, prevalente e molto forte è la realtà turistica balneare, dove questo produce un effetto di trascinamento ed è, in realtà, un volano per altre vocazioni turistiche che si sommano e si integrano fra di loro in svariate manifestazioni, dalle città d’arte al turismo dell’Appennino, al termalismo, al turismo legato ai parchi e all’agriturismo, alle fiere e ai congressi.
Un prodotto turistico, quindi, molto ricco e differenziato al suo interno, che quindi ha vissuto e sta vivendo esperienze di notevole interesse e significative.
La domanda che ci poniamo all’interno di questo tipo di percorso, di riflessione che vi proponiamo in modo collettivo è quale innovazione del turismo sia possibile e soprattutto in che rapporto questa innovazione turistica debba essere inserita con riferimento all’impresa alberghiera in rapporto con i servizi necessari perché questo funzioni nel territorio, con quali infrastrutture dobbiamo cimentarci e stimolare la relativa presenza perché questo produca effetti positivi.
Importante è il dato ambientale – non è ininfluente, anzi, il contrario – che è primario rispetto al dato del prodotto turistico di cui possiamo fruire e quali politiche di carattere nazionale e regionale per il turismo abbisognano al turismo perché questo possa produrre effetti innovativi sostanziali; in modo concreto anche quale qualità e quale quantità dell’occupazione deve essere presente e correlata all’espressione dell’attività turistica nella sua concretezza.
Riteniamo che questi siano i punti centrali.
La relazione introduttiva e le comunicazioni che gli esperti faranno avranno il compito di dare delle risposte di merito, illustrando un percorso anche solutore dei problemi così posti. Lo stesso dibattito sarà anche un’opportunità di confronto politico vista la partecipazione (anche se con ritardo) dell’assessore al turismo Felicia Bottino: in merito vorremmo segnalare il recente accordo che abbiamo realizzato con l’Assessorato regionale al turismo per la realizzazione dell’osservatorio regionale sul settore, fatto unitamente alla Regione Emilia Romagna, alla Confcommercio e alla Confesercenti, alla Unioncamere regionale.
Riteniamo questo sia un fatto importante quale strumento di monitoraggio del settore, in relazione sia alla realtà dell’impresa sia alla realtà della forza lavoro.
Sono presenti al dibattito anche le associazioni imprenditoriali della Confcommercio e della Confesercenti: in relazione al tema anche con loro vorremmo capire, dando il nostro contributo, quale imprenditorialità sia necessaria per consentire un maggior sviluppo dell’attività turistica nella nostra Regione e se sia possibile, visto che il fatto dell’imprenditorialità è centrale, ipotizzare piani formativi concreti e comuni per i diversi ruoli sia dal punto di vista imprenditoriale sia dal punto di vista delle qualifiche rilevanti presenti nel settore del turismo, utilizzando anche strumenti di carattere contrattuale quali gli enti bilaterali che ci siamo dati in ragione di questo tipo di problema.
Concluderà questo dibattito il Segretario nazionale della FILCAMS Amoretti.
Do ora la parola a Dino Bonazza della FILCAMS regionale dell’Emilia Romagna.

DINO BONAZZA – Segretario Regionale FILCAMS CGIL
Questo è un periodo intenso di attività sul tema del turismo, infatti sia le forze politiche che le associazioni hanno presentato le loro proposte e fatto convegni, la stessa Regione Emilia Romagna, in preparazione della Conferenza del 28 marzo, ha fatto alcuni seminari molto interessanti e si è fortemente caratterizzata nella BIT a Milano la settimana scorsa.
Noi stessi, come Sindacato, non partiamo da zero: sono state fatte in questi anni proposte e piattaforme con specificità e particolarità molto approfondite.
Faccio alcuni esempi e alcuni titoli: le osservazioni al progetto di legge della Giunta sulla organizzazione turistica (progetto che riguardava prevalentemente la riorganizzazione delle aziende di promozione), il piano dei servizi di spiaggia del ’90, il piano regionale di settore dell’86, la piattaforma risanamento Po e Adriatico, eccetera.
Il mio compito, in questo convegno, è prevalentemente quello di illustrare e sintetizzare i temi che abbiamo approfondito molto meglio nel documento che trovate in cartella e quindi, in linea di massima, potete anche seguirlo.
Per scelta non parliamo del tema dell’APT e della promozione o anche di previsione sui flussi turistici, argomenti sempre di grande interesse e spesso privilegiati nel dibattito che però, in questo momento, rischierebbero di sviare il discorso che intendiamo e vogliamo fare.
Quello che presentiamo è uno schema propositivo per relazioni e confronti duraturi sia con le istituzioni che con le nostre controparti.
Riteniamo sia necessario abituarsi a relazionarci su diversi punti di vista senza, ogni volta, pensare a schemi del passato: succede, ad esempio, che se la Regione si relaziona con le associazioni degli operatori turistici è considerata consuetudine, se lo fa con il sindacato è visto come consociativismo.
Riteniamo, invece, sia necessaria una valorizzazione del metodo di concertazione non solo tra le istituzioni e le forze economiche ma anche tra queste e il sindacato ad ogni livello.
Troppo spesso il sindacato è visto come intruso nella discussione sulla programmazione: noi vogliamo cercare di sfatare e con questa proposta usciamo da uno schema solo rivendicativo, la piattaforma, in quanto riteniamo sia necessario accettare anche la sfida che l’Assessorato al turismo regionale lancia quando sostiene l’esigenza del passaggio dalla cultura degli strumenti a quella dei risultati.
Noi accettiamo questa sfida e ci misuriamo su un piano più delicato e rischioso: vogliamo dare un contributo fattivo a relazioni stabili, a far sì che il "settore turismo" sia considerato nella sua importanza economica e strategica fino in fondo, sia considerato una risorsa almeno al pari dell’industria, un settore trainante che importa ricchezza nella nostra regione.
Da questo punto di vista è necessario anche inquadrare l’immagine che vogliamo dare quando parleremo di locomotiva e di filiere dei prodotti turistici: noi non vogliamo stabilire soltanto maggiore o minore importanza, ma ci teniamo alla concretizzazione di sinergie al posto della concorrenzialità, ci teniamo a stimolare collaborazioni ed iniziative, ci teniamo a che il futuro sia inteso con proposte di sviluppo e sia intriso di proposte di sviluppo al posto – come spesso purtroppo succede – di trucchi per la sopravvivenza.
Tentiamo, quindi, di proporre un piano alto di discussione, un piano che faccia uscire da logiche corporative, da rendite di posizione troppo spesso presenti in questo settore, intendiamo condurre una battaglia contro chi vuole restare sul mercato a danno di qualcun altro, contro chi vuole stare sul mercato fuori dal rispetto delle regole, regole tra le quali noi pensiamo ci debbano essere i contratti di lavoro e il rispetto della dignità dei lavoratori: proprio da queste parti è nata e sta facendo grossi danni l’invenzione di sindacati di comodo.
Voglio cominciare – mi aiuterò con qualche lucido – a presentare in forma schematica quello che è l’obiettivo, il succo del discorso che noi facciamo: c’è l’esigenza di migliorare la qualità del turismo attraverso l’innovazione del prodotto, l’innovazione della struttura, attraverso l’innovazione tecnologica, attraverso la diversificazione dell’impresa, l’elevamento qualitativo dell’impresa, l’aumento dimensionale dell’impresa con l’obiettivo di garantirne la remuneratività, con l’obiettivo di migliorare le condizioni di lavoro e di salvaguardare e tutelare l’ambiente.

MIGLIORARE LA QUALITA’ DEL TURISMO

ATTRAVERSO:
* INNOVAZIONE > DI PRODOTTO
* INNOVAZIONE > DI STRUTTURA
* INNOVAZIONE > TECNOLOGICA

* DIVERSIFICAZIONE > DELL’IMPRESA
* ELEVAMENTO QUALITATIVO > " "
* AUMENTO DIMENSIONALE > " "

CON L’OBIETTIVO DI:
* GARANTIRE LA REMUNERATIVITA’ DELL’IMPRESA
* MIGLIORARE LE CONDIZIONI DI LAVORO
* SALVAGUARDARE E TUTELARE L’AMBIENTE

Tavola n. 1

Queste sono, in sintesi e schematicamente, le priorità che noi intendiamo dare.
Vi illustrerò per punti il documento che rappresenta lo schema generale delle analisi e delle proposte. Chi ha lavorato con noi in queste settimane ha notato che è un po’ sbilanciato, soprattutto sul tema del turismo balneare: noi però riteniamo che questa proposta possa ricevere l’innesto di ulteriori proposte settoriali e tematiche su cui costruire poi, come sindacato, anche vertenze specifiche.
Allegato alla cartella c’è l’esempio delle terme, oggi è stata distribuita anche una scheda sul parco, noi pensiamo, nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, che sarà possibile completare anche con altri documenti.

PUNTI DI FORZA

FLESSIBILITA’ DEL LAVORO
PREZZO
ACCOGLIENZA
ATTRAZIONI NATURALI
> SOLE, MARE ecc.
IMMAGINE
ACCESSIBILITA’ DEL LUOGO
SERVIZI PUBBLICI MEDIAMENTE BEN ORGANIZZATI
DEBOLEZZA DEI CONCORRENTI

PUNTI DI DEBOLEZZA

BASSO UTILIZZO IMPIANTI
RIGIDITA’
> AD INNOVARE E DIVERSIFICARE
> BLOCCHI CORPORATIVI
> RENDITA

PRECARIETA’ DELLA CONDIZIONE DEL LAVORO
> SCARSA APPLICAZIONE DI LEGGI E CONTRATTI
> RELAZIONI SINDACALI
> LEGISLAZIONE PENALIZZANTE PER LAVORATORI E IMPRESE

STRUTTURA DI IMPRESA
> ASSETTI PROPRIETARI
> RICAMBI GENERAZIONALI

Tavola n. 2

L’analisi che noi facciamo parte dai punti di forza e dai punti di debolezza: ovviamente tra i punti di forza (faccio una sintesi) si tratta dei pregi naturali, della posizione geografica e della facile raggiungibilità dei nostri luoghi, dei prezzi mediamente bassi e della buona qualità dei servizi sia privati che pubblici, dell’accoglienza come caratteristiche principali di una generazione di imprenditori che ha rischiato ed investito in questo settore del turismo; ancora, la flessibilità totale della forza lavoro, anche se c’è chi sostiene, soprattutto in alcune aree della nostra regione, che ciò ancora non sia sufficiente.
Contribuisce una positiva immagine internazionale, capace di attrarre turisti e a questo, negli ultimi anni, si sono aggiunti fattori congiunturali, alcuni dei quali non si possono condividere, come la drammatica guerra nella ex Jugoslavia, oppure il rafforzamento di alcune monete, tipo il marco ed altre.
Per quanto riguarda i punti di debolezza notiamo lo scarso utilizzo degli impianti, con molte strutture che anche a causa di ciò non sono remunerative, alcuni prezzi dei servizi diventano fattori di debolezza, alcune rigidità dell’offerta (la maggior parte, per esempio, offre soltanto la pensione completa), una ristorazione non troppo modernizzata, chiusure corporative, tentativi di creare mercati protetti nei vari segmenti di questo settore e una rendita di posizione.
Vi leggo integralmente (così come è nel testo) un passaggio – un po’ delicato peraltro – della legge numero 28 del ’90, "Disciplina del vincolo di destinazione delle aziende ricettive in Emilia Romagna", che va sotto il nome di legge Chicchi: "E’ una legge che, in materia di ristrutturazione alberghiera, si è dimostrata un elemento di debolezza, proprio perché valorizzare la rendita immobiliare in situazioni dove la stessa è già sopravvalutata favorisce la rendita e non invece l’investimento, l’innovazione, l’accorpamento di più strutture per aumentarne la dimensione e migliorarne la qualità.
Ciò determina la situazione assurda che il valore dell’immobile, di un albergo ormai fuori mercato sia simile a quello di un albergo che produce. In questo contesto il mercato è distorto e l’imprenditore che intende investire nella sua azienda, magari ampliandola al fine di renderla più competitiva, acquisendo aziende confinanti non più produttive, si trova nell’impossibilità di farlo visti gli elevatissimi costi.
Appare quindi opportuno operare una netta distinzione fra due tipi di impresa alberghiera, quelle che per la loro collocazione, aziende isolate e situate nella parte non turistica della città, possono essere svincolate dalla destinazione d’uso, svincolo non incentivato nè con premi di volume nè di altro tipo, e quelle imprese alberghiere collocate in una situazione tipicamente turistica, le quali devono mantenere la destinazione d’uso e, in caso di riqualificazione, ristrutturazione, accorpamento, diversificazione, miglioramento dei servizi, eccetera, dovranno essere incentivate non solo dal punto di vista urbanistico ma anche con finanziamenti alla progettazione, sconti sugli oneri di urbanizzazione, finanziamenti in conto interesse", eccetera.
Ulteriore elemento di debolezza riteniamo sia il basso utilizzo degli impianti, utilizzo della forza lavoro concentrata soltanto in stagioni brevi, con ritmi ed orari molto intensi.
Il lavoratore stagionale vive una condizione particolare che noi pensiamo che meriti più attenzione di quanto non ne riceva sia dentro che fuori il sindacato.
C’è una legislazione sociale del lavoro che riconosce diritti molto limitati per la maternità, per la malattia in termini di previdenza ai lavoratori stagionali, ci sono inasprimenti fiscali, c’è l’assurdità del prelievo fiscale sulla indennità di disoccupazione, ci sono scarse garanzie di continuità del lavoro da una stagione all’altra e tanti altri temi che riguardano il lavoratore stagionale.
Io alla conclusione di questa mia introduzione presenterò su questo tema alcune proposte precise, anche ad integrazione del documento.
Tutto questo disincentiva l’interesse dei lavoratori a permanere nel settore e quindi ad essere stimolati ad accrescere la propria professionalità.
La competitività e il tentativo di stare sul mercato con ogni mezzo da parte di molte imprese si scarica sui lavoratori e sulle stesse imprese.
In questi anni sono sorti sindacati di comodo, che hanno stipulato contratti collettivi nazionali di lavoro peggiorativi, che provocano un’ulteriore riduzione complessiva dei diritti dei lavoratori che secondo noi contribuiscono a dequalificare le stesse imprese.
Ulteriori elementi di debolezza sono l’abusivismo commerciale, il cambio generazionale, la scarsa integrazione con l’entroterra e la sua cultura (tema di grandissimo interesse), i ritardi nel risanamento ambientale, i ritardi nell’adeguamento nella rete dei trasporti (c’è moltissimo lavoro rispetto a questi temi e a queste integrazioni necessarie che vanno sicuramente oltre la promozione). Micidiale è la mancanza di una politica turistica nazionale, la riforma dell’ENIT che non è stata fatta, la non valorizzazione delle Regioni con adeguate risorse conseguenti al superamento del Ministero del Turismo.
Quale scenario si presenta quindi di fronte a noi? Su questo c’è un interessante documento in cartella: secondo l’Organizzazione mondaile del turismo il numero dei turisti che si sposteranno nel mondo entro il 2010 sarà quasi raddoppiato rispetto ad oggi, toccherà un miliardo di presenze straniere, il turismo interno, la gente che si sposta nello stesso paese, potrebbe essere addirittura 10 volte più numeroso.
Uno dei principali cambiamenti in Europa e nelle Americhe sarà il forte afflusso di visitatori asiatici, con conseguente aumento dei turisti e della concorrenza, con conseguente aumento del traffico e di una domanda di qualità.
Come si colloca la nostra Regione in questo scenario?
La cornice progettuale che noi presentiamo ha alcuni riferimenti precisi: il recupero ambientale, la remuneratività dell’impresa, la qualità del lavoro.
L’ambiente: ovviamente il tema del risanamento del Po e dell’Adriatico e la lotta alle erosioni marine è uno dei temi principali su cui credo ci sia un concorso delle forze di tutti quanti.
L’esigenza della salvaguardia delle aree non cementificate, la riconversione ecologica delle aziende turistiche e delle città, progetti di qualità ambientale integrati, il tema dei parchi su cui c’è una visione spesso distorta, visti come imbalsamazione del territorio.
In alcune realtà della nostra Regione, in modo particolare nel delta, sono organizzate addirittura ribellioni da parte di agricoltori e di imprenditori che non colgono le grandi opportunità di sviluppo che ci sono in quell’area, in virtù proprio della risorsa ambientale.
E’ necessario altresì migliorare la qualità urbana e sociale, è necessario migliorare la vivibilità e l’integrazione residenti-turisti, anche attraverso uno sforzo della scuola e della cultura (tema caro ai nostri amici della Regione), una diffusione della cultura per amare e far amare il proprio territorio.
Questi temi so che sono di grande interesse, speriamo che vengano ripresi successivamente nel dibattito.

INNOVAZIONE DI PRODOTTO

* OBIETTIVO: AUMENTARE L’UTILIZZO DELLE STRUTTURE IN PERIODI DIVERSI DA LUGLIO E AGOSTO

* MOLTIPLICAZIONE DI NUOVI PRODOTTI TURISTICI COMPETITIVI NEL LORO SEGMENTO E NON RIPETITIVI es.:
- CONGRESSI
- FIERE
- ECOTURISMO
- ARTE-CULTURA
- AFFARI
- WEEK END

* INCENTIVAZIONE DELLE FILIERE LEGATE AD OGNI PRODOTTO TURISTICO

Tavola n. 3

L’innovazione di prodotto.
E’ necessaria la innovazione e la diversificazione di nuovi prodotti turistici che siano competitivi nel loro segmento, prodotti che si aggiungono e che si integrano con la struttura turistica esistente.
A giudizio di molti, per esempio, le zone umide del delta del Po sono più belle della Camargue in Francia, però la Camargue è più nota nel mondo rispetto alle zone del parco del delta: questo è un esempio che spiega un po’ il concetto che intendiamo esprimere quando diciamo che Rimini può essere la locomotiva che trascina il resto della regione.
I tour operators capiscono bene che prima di vender la Francia si vende Parigi in Francia, quindi è possibile pensare che il turismo balneare possa trascinare i prodotti turistici dei congressi, delle fiere, delle discoteche, dell’Appennino, dei parchi, dell’ecoturismo, dell’agriturismo, delle terme, dell’arte, della cultura, degli affari, del week-end, eccetera, cioè tutto quello che noi abbiamo come risorsa.
Noi pensiamo sia possibile e necessario favorire lo sviluppo di filiere di ogni singolo prodotto turistico, finalizzate ad un maggior utilizzo delle strutture e alla creazione di lavoro in settori anche non direttamente turistici.
Nel testo trovate l’esempio delle fiere, si pensi alla filiera delle fiere: oltre agli alberghi e alla loro filiera tipica attiva la ristorazione, il catering, le lavanderie, mette in moto una struttura fieristica, gli allestitori, le hostess, gli standisti, la pubblicità, i parcheggi, i trasporti.
Lo stesso ecoturismo è strategico e induce una riprogettazione aziendale e urbana, la stessa produzione di prodotti biologici: anche qui, ovviamente, il concetto che noi vogliamo esprimere è che debbono esservi delle formule ripetitive in territori limitrofi, cioè bisogna fare delle scelte e i punti di eccellenza vanno ulteriormente qualificati, cioè va valorizzata la risorsa e la vocazione nella concezione di un processo di integrazione e non di imitazione e della creazione, appunto, delle sinergie.

INNOVAZIONE DI PROCESSO E ORGANIZZATIVA

* OBIETTIVO:
AUMENTO DEL NUMERO DI IMPRESE CON
> ALTA QUALITA’
> MAGGIORI DIMENSIONI
> SEPARAZIONE FRA ASSETTO PROPRIETARIO E GESTIONE
> GESTIONE MANAGERIALE

>> SITUAZIONE AZIENDALE CHE MEGLIO PUO’ SINTETIZZARE LA CONVERGENZA DI INTERESSI FRA IMPRESA E LAVORATORI

* INCENTIVAZIONE "CLUB DI PRODOTTO"

* DIMINUZIONE DELLA RENDITA

Tavola n. 4
Innovazione di processo organizzativo.

C’è l’esigenza che le imprese turistiche facciano un salto di qualità a partire da quelle alberghiere, raggiungendo la massima qualità ognuna nel proprio segmento. Va dato maggiore spazio ai meublé e alla mezza pensione, incentivando una diversificazione della ristorazione, rendendola più moderna e caratterizzandone le diverse tipologie, ovviamente sempre in un buon rapporto qualità-prezzo.
Diciamo che il cambio generazionale può essere colto positivamente se la gestione delle aziende sarà manageriale: aziende più grandi, assetti proprietari separati dalla gestione diretta, aziende in grado di essere competitive in un mercato sempre più concorrenziale ed internazionale, aziende che realizzino gli obiettivi di maggiore utilizzo degli impianti, una maggiore redditività, una migliore organizzazione del lavoro nel rispetto dei contratti, ovviamente contratti veri e non quelli inventati dai sindacati di comodo di cui dicevo prima.
E’ questa una situazione aziendale che può sintetizzare – noi pensiamo – una convergenza di interessi tra imprese e lavoratori.

L’innovazione organizzativa deve riguardare tutti i settori del turismo, anche attraverso quei "club di prodotto", per realizzare una unica strategia di qualità, fino a giungere a quel "club di prodotto" globale in grado anche di realizzare quella marca regionale ed interregionale che è stata definita Adria, che sia immediatamente visibile ed identificabile in tutto il mondo. L’innovazione deve tener conto delle diversità dei prodotti turistici e contribuire a spalmare le presenze che oggi sono concentrate in agosto in un periodo più lungo e anche in un territorio più vasto.
La liquidità prodotta dal sistema deve essere reinvestita nel settore, così come deve essere favorito l’intervento di capitali esterni puliti anche attraverso catene alberghiere internazionali.
Diminuzione della rendita di posizione.
Ci sono una serie di fattori contraddittori che concorrono alla formazione dei prezzi: andiamo dall’offerta di pensioni a prezzi bassi, che si reggono anche su evasioni ed elusioni sia fiscali che contributive e contrattuali, ad un’offerta di alcuni servizi molto cari sui quali incidono quei fattori di rendita e di mercati protetti e di chiusura corporativa.
La cultura del turismo è una risorsa, la cultura dell’accoglienza e della ricettività, arricchite da una buona Università, da buoni istituti professionali ed alberghieri e per il turismo, la formazione professionale unita alla cultura del turismo sono sicuramente l’opportunità per un salto di qualità.

GRANDI INVESTIMENTI

>> AMBIENTE

>> SPIAGGIA

>> CULTURA

>> TRASPORTI

>> INFRASTRUTTURE PER FAVORIRE
LA DIVERSIFICAZIONE DEL PRODOTTO

Tavola n. 5

Quali grandi investimenti sono necessari?
Chiaramente l’investimento nella qualità ambientale deve essere la parte più consistente dell’intervento pubblico: l’esempio del risanamento del Po e dell’Adriatico e della riconversione ecologica delle città, la cultura del recupero e del riciclo, la vivibilità dell’ambiente urbano, l’arredo urbano e gli spazi verdi, l’attuazione dei piani di spiaggia; ed in spiaggia il potenziamento dei servizi individuali e collettivi deve essere un elemento di competitività, i servizi collettivi essenziali possono essere disgiunti dalla gestione delle concessioni, gestioni consorziate su servizi omogenei, per servizi omogenei e garantiti in tutta la costa, al cui costo partecipino i soggetti pubblici e le imprese private che dal settore turistico traggono beneficio.
Grandi investimenti sono altresì necessari nei trasporti, negli aeroporti, nella rete ferroviaria, per migliorare la viabilità stradale e la viabilità urbana.
Investimenti devono essere fatti anche per le infrastrutture, per lo sviluppo di precisi prodotti turistici, per le fiere, le darsene, gli impianti sportivi, eccetera: anche qui nel concetto che dicevamo prima di non ripetitività ma di selezione ed esaltazione delle vocazioni.
Riteniamo fondamentale investire in cultura: l’Università e la formazione professionale devono essere strumenti in sintonia con l’idea dello sviluppo del settore turistico e in sintonia con l’evoluzione dei mercati internazionali.
La formazione professionale pensiamo non debba essere solo tecnica e fredda ma anche debba essere relazionale e comunicativa: l’esigenza, cioè, di sviluppare quella cultura dell’accoglienza e dell’amore per il proprio territorio che dicevo prima.
Soggetti della innovazione e specifici ruoli: qui ritorniamo, un po’, a ricapitolare il succo del nostro intendimento.

NEL TURISMO PUO’ MIGLIORARE LA CONDIZIONE DEL LAVORO

> INCENTIVANDO
la QUALITA’ dell’IMPRESA perchè si favorisce la QUALITA’ del LAVORO
* MAGGIORE PROFESSIONALITA’
* PIU’ DIFFICILE FUNGIBILITA’
> FAVORENDO
LA MAGGIORE DIMENSIONE E LA MANAGERIALITA’
* MIGLIORE ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO
> PREMIANDO
IMPRESE che stanno APERTE PIU’ A LUNGO e che danno PIU’ OCCUPAZIONE
* MAGGIORE UTILIZZO DEGLI IMPIANTI
* IMPRESE REMUNERATIVE
* MINORE DISOCCUPAZIONE
> GARANTENDO
TRASFERIMENTI PUBBLICI SOLO A IMPRESE IN GRADO DI CERTIFICARE LA PROPRIA QUALITA’ E INDIVIDUANDO FRA I CRITERI DI QUALITA’ ANCHE:
* CORRETTA APPLICAZIONE DI CONTRATTI E LEGISLAZIONE SOCIALE E DEL LAVORO
* EFFICIENTE ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO
* ADEGUATA PROFESSIONALITA’ DEGLI ADDETTI

Tavola n. 6

Vengono richieste più professionalità e più flessibilità, alle imprese viene richiesta innovazione rispetto a delle regole, anche gli istituti di credito locali possono e debbono avere una parte attiva negli investimenti per lo sviluppo e all’innovazione, lo Stato deve riconoscere pari dignità alle imprese e, ovviamente, riconoscere certi diritti anche ai lavoratori stagionali.
Qui veniamo alla parte propositiva che comprende tre lucidi e una parte che integra il documento sul tema del lavoro in modo particolare. Noi diciamo che nel turismo può migliorare la condizione del lavoro: può essere migliorata incentivando la qualità dell’impresa, perché si favorisce la qualità del lavoro, maggiore professionalità, più difficile sostituibilità; favorendo la maggiore dimensione, la managerialità per una migliore organizzazione del lavoro; premiando le imprese che stanno aperte più a lungo e che danno più occupazione, maggiore utilizzo degli impianti, imprese remunerative, minore disoccupazione; garantendo trasferimenti pubblici solo a imprese in grado di certificare la propria qualità ed individuando fra i criteri di qualità anche una corretta applicazione dei contratti e della legislazione sociale del lavoro, una efficiente organizzazione del lavoro, un’adeguata professionalità per gli addetti.

LO SVILUPPO DELL’IMPRESA DIPENDE IN MANIERA CRESCENTE DALLA VALORIZZAZIONE DELLA CREATIVITA’ DELLA RISORSA LAVORO

LA QUALITA’ DEL PRODOTTO TURISTICO E’ PER GRANDE PARTE QUALITA’ DELLA PRESTAZIONE LAVORATIVA E DEL SOGGETTO CHE LA SVOLGE

> IL LAVORATORE STAGIONALE DEL TURISMO NON E’ CATALOGABILE QUALE "PRECARIO"
> HA UNA SUA SPECIFICITA’ FONDAMENTALE PER IL TURISMO
> DEVE ESSERE FAVORITO IL SUO RIMANERE NEL SETTORE:
* CON UNA STAGIONE SEMPRE PIU’ LUNGA
* REMUNERANDONE LE FLESSIBILITA’
* ELEVANDONE LA PROFESSIONALITA’
* GARANTENDOGLI LA CONTINUITA’ DEL LAVORO E UN EQUO SOSTEGNO SOCIO-PREVIDENZIALE

Tavola n. 7

Lo sviluppo dell’impresa noi pensiamo possa avvenire e dipendere in maniera crescente dalla valorizzazione della creatività della risorsa lavoro. La qualità del prodotto del turistico è per gran parte qualità della prestazione lavorativa e del soggetto che la svolge. Noi sosteniamo che il lavoratore stagionale del turismo non sia catalogabile come un qualsiasi lavoratore precario, ma che abbia una sua specificità fondamentale in questo settore, e pensiamo che debba essere favorito il suo rimanere in questo settore. Questo può essere fatto agendo su più fattori: con una stagione sempre più lunga, remunerandone la flessibilità, elevandone la professionalità, garantendogli la continuità del lavoro e un equo sostegno previdenziale.

PER UNA TUTELA DEL LAVORO STAGIONALE
TUTELE DI LEGGE

* TRATTAMENTO ECONOMICO E NORMATIVO MINIMO AVENTE FORZA DI LEGGE

* RICONOSCIMENTO DI:
> MINIMO DI PENSIONE
> ADEGUATA COPERTURA ASSICURATIVA PER
- MALATTIA
- MATERNITA’
> DETASSAZIONE DELLA INDENNITA’ DI DISOCCUPAZIONE
> RICONOSCIMENTO DELLA INDENNITA’ DI DS ANCHE AI GIOVANI
> ELEVAZIONE DELL’INDENNITA’ AL 40%
> DETRAZIONI FISCALI IN BASE AL REDDITO E NON AL PERIODO DI LAVORO
> GARANZIA DI CONTINUITA’ DEL RAPPORTO DI LAVORO NELLE STAGIONI SUCCESSIVE

TUTELE CONTRATTUALI

* FORMAZIONE PROFESSIONALE DIFFUSA E MIRATA
* STRUMENTI BILATERALI
> DI GOVERNO DELLE TRASFORMAZIONI
> DI CONTROLLO DEL MERCATO DEL LAVORO
* PATTI NEGOZIALI EQUILIBRATI CHE, PONENDO AL CENTRO IL TURISTA, RISPONDANO ALLE ESIGENZE DI IMPRESA E LAVORATORI PREVEDENDO UNA EQUA DISTRIBUZIONE DEL REDDITO
* NORMATIVE CONTRATTUALI CHE TENGANO CONTO DELLE SPECIFICITA’ DELLE AZIENDE E DELLA DISTINZIONE:

Tavola n. 8

Veniamo a quella che è stata definita – noi diciamo anche giustamente – sulla stampa la Carta dei diritti del lavoro stagionale, forse è un termine un po’ ambizioso però è necessario un concorso di forze per realizzare una tutela del lavoratore stagionale.
Questo può avvenire attraverso una tutela di legge e anche una tutela contrattuale.
Sulla tutela di legge: sicuramente è necessario un trattamento economico e normativo minimo, avente forza di legge, l’erga omnes, un riconoscimento del minimo di pensione, un’adeguata copertura assicurativa per la malattia, per la maternità; la detassazione dell’indennità di disoccupazione (è veramente anacronistico che lo Stato con una mano cerchi di sostenere il lavoratore e con l’altra gli voglia portare via una parte di quello che gli ha dato), riconoscimento dell’indennità di disoccupazione anche ai giovani, elevazione della indennità di disoccupazione al 40 per cento, detrazioni fiscali in base al reddito e non soltanto al periodo di lavoro come avviene oggi, garanzia di continuità del rapporto di lavoro nelle stagioni successive.
Tutele contrattuali.
Qui, ovviamente, in gran parte dipende anche dalle piattaforme sindacali, dal ruolo del sindacato, una formazione professionale diffusa e mirata, strumenti bilaterali di governo delle trasformazioni, di controllo del mercato del lavoro (lo stesso Pasquarella introduceva il tema degli enti bilaterali: su questo è possibile fare delle sperimentazioni), patti negoziali equilibrati che, ponendo al centro il turista, rispondano alle esigenze dell’impresa e dei lavoratori, prevedendo un’equa distribuzione del reddito, normative contrattuali che tengano conto delle specificità delle aziende e della distinzione (oggi non è così, è tutto in un unico contratto) delle aziende che possono essere annuali, grandi e piccole, ma possono anche essere – sempre grandi e piccole – ma stagionali.
Noi pensiamo che debbano essere colte: questa specificità e questa differenziazione.
Le parti sociali.
Noi diamo molta importanza alle relazioni sindacali: queste non devono più essere un punto di debolezza ma devono essere un’occasione di governo delle trasformazioni.
Da questo punto di vista faccio un appello alle nostre controparti: noi riteniamo che sia importante il ruolo dell’Osservatorio regionale sul turismo, con le diverse forze che pure in autonomia potranno collaborare con proprie risorse culturali, con proprie idee.
Punti di osservazione comuni – come dicevamo – possono risultare anche dalla costituzione degli Enti bilaterali, cercando di individuare gli spazi che ci potranno essere nella gestione del mercato del lavoro e qui, probabilmente, ci sono già delle idee attorno a questo.
Grandi aspettative sono poste nella Regione, sicuramente: la Regione dovrà favorire le imprese impegnate nel salto di qualità, che significa gestione manageriale, significa più servizi, più occupazione, più rispetto delle regole.
La Regione si dovrà impegnare a creare sinergie tra l’Osservatorio sul mercato del lavoro e l’Osservatorio regionale sul turismo recentemente costituito, ovviamente anche con il nostro contributo: infatti noi ci impegneremo per questa sinergia tra i diversi Osservatori regionali.
Alla Regione chiediamo, inoltre, confronti sistematici sui programmi, un coordinamento dei diversi Assessorati interessati al turismo, come l’ambiente e i trasporti, la definizione di deleghe e ruoli e risorse da affidare a Province e Comuni: per esempio nei progetti d’area noi riteniamo che sia necessario (e questo come sindacato lo rivendichiamo), a fianco del coordinamento istituzionale, istituire un tavolo permanente di confronto con le organizzazioni sindacali che dia l’opportunità di esprimere confronti preventivi, che dia l’opportunità di esprimere un controllo sulla gestione dei processi e sulla verifica dei risultati.
Pensiamo che sia necessario, inoltre, prevedere un parere preventivo delle organizzazioni sindacali per l’ammissione ai finanziamenti regionali da parte delle imprese, affermando con ciò il principio della precedenza al finanziamento di progetti che siano accompagnati da accordi sindacali, cioè clausole utili ad affermare una cultura del dialogo sociale già adottata in sede comunitaria, in molti stati della Comunità Europea, e a garantire il vincolo del rispetto delle leggi sociali e dei contratti di lavoro.
In conclusione, pensiamo che il confronto su queste proposte si possa aprire sin dal dibattito di oggi, in ogni caso alcuni punti saranno oggetto di confronti specifici con le istituzioni – con la Regione, con la Provincia e con i Comuni -, saranno oggetto di confronti specifici con le nostre controparti nelle prossime settimane in armonia con i contenuti dell’accordo del 23 luglio del ’93.
Le schede tematiche – come ho detto all’inizio – settoriali, alcune in via di definizione, noi pensiamo che dovranno costituire un materiale di arricchimento programmatico al documento unitario che abbiamo presentato.
Fra pochi giorni sarà inevitabile lo scioglimento dei Consigli delle nostre istituzioni, alcune delle quali qui presenti, e sicuramente ci sarà una fase di rallentamento delle attività: noi riteniamo, pur in questa fase di difficoltà complessiva, in questa fase in cui le istituzioni si andranno a rinnovare, di aver fatto cosa utile aver espresso le nostre opinioni su questi temi in piena autonomia e pensiamo che debba esserci anche una relazione tra questi temi e la fase di confronto programmatico che si aprirà tra le forze politiche per la prossima legislatura.

MARCELLO PASQUARELLA
Prima di dare la parola al prossimo relatore, vorrei ringraziare tutti quanti voi per la vostra partecipazione a questo convegno, convegno regionale sul turismo voluto dal Sindacato per presentare le sue proposte per il settore.
In modo particolare vorrei ringraziare quelle persone presenti ai nostri lavori in rappresentanza di istituzioni ed associazioni esterne al Sindacato, che ci onorano per la loro presenza.
Vorrei ringraziare, quindi, il Comandante della Capitaneria di Porto di Rimini, capitano di fregata Alessandro Pavlidi, il Presidente nazionale degli alberghi stagionali FAIAT, dottor Alessandro Giorgetti, il Sindaco di Bellaria – Igea Marina Nando Fabbri, don Renzo Gradara della Pastorale del Lavoro, il dottor Gabriele Bucci, Direttore AIA, Associazione Italiana Albergatori, Sergio Lepri in rappresentanza della Lega delle Cooperative, il professor Gerardo Filiberto Dasi, Segretario generale del Centro Ricerche Pio Manzù che voglio anche ringraziare per il volume di cui ci ha fatto dono e che penso ognuno di voi abbia ricevuto.
Prima di dare la parola, vorrei invitare al tavolo della Presidenza Salvatore Caronia, Segretario nazionale UILTUCS.
Do ora la parola al dottor Gilberto Zangari, che ci parlerà di cosa può dare il turismo a Rimini.

GILBERTO ZANGARI – Presidente ECONSTAT
Vi ringrazio di avermi invitato a proporre qualche riflessione a questa platea, anche perché su questa realtà sto lavorando, a parte che sono un riminese e ci rifletto quasi più per amore di patria che per attività professionale.
Cosa può dare il turismo a Rimini?
Sembra quasi una domanda sciocca, un po’ banale, perché è ovvio cosa ha dato, lo vediamo tutti: questa stessa sala nasce da quello che ha dato il turismo a Rimini.
Eppure io credo che ancora, del turismo, noi utilizziamo appena il 30-40 per cento delle potenzialità che questo settore può esprimere e può dare a questa realtà.
Per cominciare a dare una risposta a questa domanda bisognerebbe, intanto, conoscerlo bene: la cosa sembra quasi provocatoria, si fa ogni anno un grande studio su questa realtà – osservatori, indagini, analisi, eccetera – eppure l’impressione che ho è che tutta questa massa di studi e ricerche sia tutta concentrata sulla congiuntura. Ci scanniamo dietro a tassi di variazioni, motivo per cui abbiamo perso di vista, secondo me, le profonde trasformazioni che questa realtà ha subito nell’arco degli ultimi 15 anni.
Infatti se proviamo a chiedere alla gente quali prodotti turistici offriamo, le risposte sono le solite: sole, mare, discoteche, ristorante, divertimento.
Questi però non sono prodotti turistici: è come chiedere, dal punto di vista industriale, alla FIAT che cosa vende e avere dall’avvocato Agnelli una risposta del tipo "Vendo volanti, deflettori, ruote", eccetera.
Noi non vendiamo nè volanti nè ruote, noi non vendiamo discoteche nè sole nè mare: noi d’estate – concentriamoci sul momento clou della nostra attività – vendiamo due prodotti, di cui uno in crisi profonda, infatti se guardate la dinamica di questo prodotto vi accorgerete che sta cedendo a grandi passi.
Questo prodotto è il mare: il mare a Rimini è in crisi profonda, eppure non ce ne siamo accorti. Non ce ne siamo accorti perché c’è un altro prodotto che ci è nato sotto i piedi, come un fungo, che abbiamo interpretato in un altro modo e che sta tirando in una maniera formidabile: il divertimento.
A Rimini vivono due mercati, Rimini opera su due mercati diversi, completamente diversi, vende due prodotti completamente diversi: il prodotto mare, in crisi nera, e il prodotto divertimento, che sta tirando e che nasconde la crisi del prodotto mare.
Con prodotto divertimento non intendo solo le discoteche, intendo tutto il complesso dei servizi che fanno divertire la gente, che ridurre alla sola discoteca è estremamente banale, riduttivo.
Tenete presente che da un calcolo che ho fatto risulta che l’anno scorso, tanto per fare un esempio, il 45 per cento delle persone presenti a Rimini sono venute per divertimento e non per il mare. Questo significa che a 4 milioni e mezzo di presenze del mare importava ben poco.
Questo può sembrare sorprendente ma è così: non ce ne siamo accorti semplicemente perché continuavamo a seguire i tassi percentuali.
Se noi facciamo riferimento a questa modifica strutturale che è intervenuta, allora possiamo cominciare a dare una risposta a che cosa può dare il turismo a Rimini.
Il turismo a Rimini può dare, ad esempio, un settore industriale che opera 365 giorni all’anno almeno per il 60 per cento. Per fare questo, perché questo settore di attività stagionali, fortemente stagionali, operi 365 giorni all’anno per almeno il 60 per cento della sua parte, occorre che ci rendiamo conto che la riviera ha cambiato pelle, che lo vogliamo o no.
Siamo una sorta – scusate l’espressione un po’ forte – di "Disneyland" dove non c’è un Walt Disney ma ce ne sono 10 mila.
Per il 75 per cento dei turisti italiani – questa è un’indagine che abbiamo fatto – Rimini è questo: divertimento.
Il mare è stato citato al settimo posto, dopo divertimento, buoni prezzi, organizzazione, cucina e dopo altre due cose che non ricordo è venuto il mare.
Che cosa possiamo fare per far rendere di più il turismo, per fargli dare di più?
Io credo che occorra, come dicevo prima, rendersi conto, intanto, che abbiamo cambiato pelle, che siamo un’altra cosa dal turismo del 1970 e questo impone due interventi: il primo è sulla spiaggia, perché la spiaggia – come è strutturata oggi – è pensata per gente che deve fare il bagno, mentre, in realtà, la gente vuole divertirsi.
Chi opera sulla spiaggia ha già percepito questo, tant’è che la spiaggia è stata ricoperta di attività per far divertire, solo che l’organizzazione attuale della spiaggia non è coerente con questo tipo di offerta e, in realtà, sta diventando un attrezzo pericoloso, perché a giocare a pallavolo nella spiaggia attuale c’è il rischio di spaccarsi una gamba.
In realtà la spiaggia, com’è oggi, non è coerente con il prodotto che stiamo vendendo.
Qui allora perdiamo due grandi opportunità: la prima è quella di far vivere la spiaggia ben più dei 2-3 mesi all’anno da giugno a settembre, perché una spiaggia votata alla vita attiva può operare almeno da marzo fino ad ottobre; la seconda opportunità è che corriamo il rischio serio che la spiaggia degradi, perché non è più un fattore d’attrazione e la gente vuole molto meno di una volta la spiaggia.
Non so se avete fatto caso: in agosto gli alberghi pieni e larghi vuoti sulla spiaggia.
Cosa che non è mai successa negli anni precedenti.
Il secondo punto riguarda gli hotels: il problema è particolarmente delicato, secondo me, perché la domanda di divertimento, diversamente dalla domanda congressuale, non ha stimolato, sollecitato la riqualificazione degli alberghi.
Mentre la crescita della domanda congressuale ha stimolato la ristrutturazione, la riqualificazione della struttura alberghiera, questa si è fermata solo agli alberghi a 3-4 stelle. La grande massa della nostra offerta alberghiera è rimasta intoccata, perché la domanda di divertimento non è interessata alla struttura alberghiera, è interessata a quello che c’è dopo o di là della struttura alberghiera, anzi, tendenzialmente vuole spendere il meno possibile in albergo.
Questo, però, purtroppo, ci impedisce di competere con successo sui mercati internazionali e quindi di offrire i plus che abbiamo dal punto di vista del divertimento sui mercati internazionali.
Mi ricordo che apparve qualche anno fa sul Carlino una lettera di un tour operator scandinavo che valeva più di tremila ricerche, in cui si diceva che le nostre discoteche erano molto belle, i nostri bar e i nostri ristoranti erano molto belli ma i nostri alberghi erano assolutamente fuori dai loro standard, per cui non avrebbero potuto mandare i loro 10 voli charter di giovani per divertirsi.
Dobbiamo allora intervenire sugli alberghi, ma come? Anche qui, secondo me, dobbiamo rifarci alle esperienze dell’industria.
Bisogna cominciare a pensare che il turismo non sia un’industria particolare ma un’industria con qualche legge diversa ma non che vive in una riserva indiana, ha solo qualche legge diversa.
Fate mente locale su che cosa hanno fatto le industrie nell’arco degli anni ’80 sotto la spinta della crisi: hanno abbassato il punto di pareggio, hanno, cioè, ristrutturato gli impianti, introdotto tecnologie, riorganizzato la produzione in modo da abbassare il punto di pareggio.
I nostri alberghi, per ridurre il punto di pareggio, non hanno fatto questo, hanno semplicemente ridotto la qualità del servizio, dalla fettina hanno dato la fettina tritata o pretrattata, che costa molto meno.
In realtà, per abbassare il punto di pareggio, bisogna intervenire sulla struttura alberghiera: vi faccio ora qualche esempio che ho colto proprio in questi tempi.
La mia società partecipa ad un consorzio per la ristrutturazione alberghiera, questo consorzio è stato contattato da una serie di alberghi ed è venuto fuori un dato veramente illuminante: in media sulla riviera una donna dei piani pulisce 9 camere, all’estero la media europea è di 14 camere.
Se tenete presente che la dimensione media di un nostro albergo è intorno alle 30 camere, questo significa che per pulire lo stesso albergo in media europea ci vogliono due persone, da noi ce ne vogliono tre e considerate che la differenza sono solo 10 minuti in più a camera di lavoro.
Questo significa che questi alberghi, nel 1950, sono stati progettati senza pensare ai costi, alla gestione.
Occorre allora assolutamente ripensare i nostri alberghi in questa funzione, in quest’ottica.
Per fare questo non credo esistano soluzioni preconfezionate: occorre intervenire caso per caso quasi, con dei piani particolareggiati d’area, perché le situazioni sono estremamente diversificate, certamente leggi come la legge Chicchi impediscono, secondo me, che questo processo evolva secondo le regole del mercato, lo pongono fuori dal mercato.
Ma cosa può dare ancora il turismo? Secondo me può dare un’altra serie di opportunità non sfruttate o malamente sfruttate anche fuori dalla stretta attività ricettiva o – come dire – del divertimento, e ve ne cito tre molto semplici.
Innanzitutto la formazione: ho presente politici di primo livello che solo fino ad alcuni anni fa dicevano di preferire la Provincia e di lasciare l’Università a Forlì.
Questa credo che sia una valutazione – come minimo – folle: un’Università del turismo è naturale complemento di questa industria ed è, tuttora, malamente sfruttata.
Pensate solo agli studenti che, invece di trovare degli alberghi per studenti come esistono in Francia, vengono indirizzati sul mercato immobiliare: una stupidità in termini o, meglio, un’opportunità persa clamorosamente.
Il secondo punto è cominciare a pensare con un’ottica nuova, di marketing urbano: perché Rimini non può anche diventare la sede direzionale delle più grandi imprese turistiche italiane ed europee che vogliono riallocarsi?
Perché la TUI, se vuole istituire una sede italiana, non può venire a Rimini?
Perché non possiamo proporci alla Thompson, per esempio, come sede?
Abbiamo personale qualificato, abbiamo gente di esperienza, ci sono i capitali, la situazione ambientale è buona, abbiamo le colonie: quelle maledette colonie perché non usarle come sedi? Diamole in comodato gratuito a quelli che si vogliono stabilire a Rimini. Cosa ce ne facciamo di quei ruderi?
Ultima cosa: una merchant bank.
Tutti parlano di capitali immobilizzati, eppure conosciamo tutti – credo – imprenditori che, con la valigetta in mano e i soldi dentro, sono andati ad operare come operatori turistici in giro per il mondo.
Perché non si possono mettere a sistema? Cosa lo impedisce?
Credo semplicemente la difficoltà di agire come sistema.

MARCELLO PASQUARELLA
Ringrazio il dottor Gilberto Zangari per la sua analisi precisa sui motivi per cui la gente venga a Rimini e le ragioni per le quali non sfrutti fino in fondo il mare; lo ringrazio anche per le proposte che ci ha fatto. Ringrazio per la sua presenza l’architetto Felicia Bottino, assessore regionale al turismo e do la parola a Guglielmo Martinese che ci illustrerà una sua ricerca sull’impresa turistica e l’andamento dei flussi economici e finanziari che la caratterizzano.

GUGLIELMO MARTINESE – Uff. Studi e Ricerche CGIL Rimini
Premessa
Turismo quale futuro, Turismo cercansi dati.
Con questi titoli in un primo Convegno del Giugno 1991 proprio quì al Grand Hotel di Rimini avevamo proposto una riflessione più approfondita sui temi del turismo. Una discussione ed un dibattito che andasse oltre le ormai rituali analisi sugli andamenti della stagione turistica tutte concentrate sui flussi degli arrivi e delle presenze.
Un dibattito che affrontasse almeno quattro punti strategici per l’economia turistica a due anni dalla "stagione delle alghe":
1. Infrastruture ed assetto della città
2. Ambiente e risanamento del mare
3. Mercato del lavoro, relazioni sindacali e condizioni del lavoro stagionale
4. Struttura dell’impresa nel settore turistico
Certi che per programmare il futuro occorresse conoscere molto di più l’intero ciclo economico della domanda e dell’offerta turistica, presentammo una ricerca che aveva come obiettivo la costruzione di un Osservatorio permanente sugli andamenti economico-finanziari delle società operanti nei vari settori del turismo. Oggi riproponiamo, aggiornata con i dati del 1993, questa metodologia di indagine poiché ci interessa conoscere ed analizzare la/le formule imprenditoriali di successo che saranno protagoniste del turismo del futuro. Intendiamo, per formule imprenditoriali di successo, quella organizzazione di impresa che risponderà in modo competitivo al mercato con una forte proposta progettuale che sappia produrre reddito e distribuirlo in modo equo ed equilibrato a tutti i soggetti che partecipano al ciclo produttivo dell’industria del turismo.
La ricerca prende in esame 144 Società operanti nel settore turistico della costa romagnola,da Cervia a Gabicce Mare, e 7 società Termali delle Province di Forlì-Cesena, Ravenna e Rimini.
La fonte sono i bilanci depositati presso le Cancellerie dei Tribunali di Rimini, Forlì e Ravenna e riclassificati per l’anno 1993 e 1992 secondo la nuova normativa civilistica (D.L. 9.4.91 n 127) del bilancio formato U.E. (Unione Europea).

Tab. A
Osservatorio Bilanci Società Turistiche
Settori in Osservatorio
Dati 1993
1
Gestione attività ricettive
1a
Alberghi in proprietà
22
1b
Alberghi in affitto
20
1c
Camping
3
=
Totale settore 1 (57 u.p.)
45
2
Proprietà immobiliari ad uso turistico e Finanziarie
2a
Alberghi
22
2b
Finanziarie
11
2c
Ristoranti
8
=
Totale settore 2
41
3
Servizi vari al turista e Termale
3a
Parchi tematici
3
3b
Discoteche
5
3c
Pubblici esercizi
5
3d
Impianti sportivi vari
4
3e
Termale
2
3f
Altri
9
=
Totale settore 3
28
4 Servizi alle imprese turistiche
4a Società di intermediazione, di promozione, di servizi vari
28
4b Turismo congressuale
2
= Totale settore 4
30
TOTALE SOCIETA’ IN OSSERVATORIO
144

Complessivamente le 144 società hanno prodotto nel 1993 ricavi per 304 miliardi di lire ed hanno avuto alle loro dipendenze tra i 2000 ed i 2500 lavoratori. Dal punto di vista patrimoniale il totale del loro attivo è stato di 412 miliardi di lire di cui oltre 252 miliardi di immobilizzazioni materiali nette. Il patrimonio netto complessivo (Capitale proprio) è per il 1993 di 138 miliardi di lire. Le 7 società termali hanno avuto ricavi per 33 miliardi con oltre 600 addetti.
Risultati d’esercizio (vedi Tab. E):
Le 144 società hanno prodotto nel 1993 una perdita di 6,3 miliardi risultante da un utile di 3,1 miliardi in 48 società ed una perdita di 9,4 miliardi in 87 società. Il 60% delle società in Osservatorio realizzano perdite di esercizio: il 64% delle società del ricettivo, l’83% delle società immobiliari ad uso turistico, il 91% delle società finanziarie, il 50% delle società di servizi al turista ed il 30% di quelle dei servizi alle imprese turistiche. Il campione di società è stato analizzato anche per gli anni 1989 (107 società) e 1991 (117 società) dobbiamo registrare che c’è stato un progressivo peggioramento dei risultati d’esercizio nei tre periodi presi a riferimento:
1989 43% società in utile
1991 61% società in utile
1993 33% società in utile

Tab. E
Ricavi
Risultati Esercizio 1993
Campione bilanci in Osservatorio (dati in milioni di lire)
N.
Settore
Num.
Ricavi
Utile
Num.
%
Perdita
Num.
%
Pareggio
%
Società
Società
società
1
Attività ricettive (Alb.) 57 u.p.
45
63,650
455
16
35.56
-4,560
29
64.44
0
0.00
2
Immobiliari ad uso turistico
30
3,215
34
5
16.67
-1,692
25
83.33
0
0.00
2b
Finanziarie
11
860
9
1
9.09
-1,118
10
90.91
0
0.00
3
Servizi al turista
28
58,570
854
8
28.57
-1,592
14
50.00
6
21.43
4
Servizi alle imprese turistiche
30
177,760
1,742
18
60.00
-432
9
30.00
3
10.00
Totale Campione
144
304,055
3,094
48
33.33
-9,394
87
60.42
9
6.25
Anno 1991
117
72
61.54
35
29.91
10
8.55
Anno 1989
107
46
42.99
50
46.73
11
10.28
Società Termali
7
33,435
562
1
-2,926
6
0

Nelle società termali ben 6 su 7 hanno avuto una perdita d’esercizio (per 2,9 miliardi di lire); solo una società ha registrato un utile di 562 milioni.
Redditività aziendale (vedi Tab. F):
Complessivamente il R.OP. prodotto è stato nel 1993 di 5,1 miliardi di lire (1,7% dei Ricavi) contro i 7,8 miliardi del 1992 (2,5 % sui ricavi); 72 società (il 50%) hanno prodotto R.OP. positivi per 11,9 miliardi (nel 1992 R.OP. 11,4 miliardi in 78 società); 66 società (il 46%) hanno registrato un R.OP. negativo per circa 6,8 miliardi (nel 1992 R.OP. negativo per 3,6 miliardi in 62 società); 6 società hanno avuto un R.OP. sostanzialmente in pareggio (23 società nel 1992). Nelle società termali 5 hanno avuto un R.OP. positivo per 3,4 miliardi (nel 1992 R.OP. per 4,1 miliardi) e 2 società un R.OP. negativo per 1 miliardo circa (nel 1992 R.OP. negativo per 1,8 miliardi). Scarsissima quindi la redditività nelle attività ricettive, scarsa in quelle immobiliari, nulla in quelle finanziarie, buona nelle società operanti nei servizi al turista e differenziata in quelle dei servizi alle imprese turistiche. Buona invece la redditività nelle società termali.
Il costo del lavoro (vedi Tab. G) è stato di 52,5 miliardi nel 1993 (contro i 53 del 1992), mediamente tale costo ha inciso per il 17,3% dei ricavi (contro il 16,9% del 1992). Il campione ha comunque rivelato un decremento della massa salariale nel 1993 rispetto al 1992 (- 1,2%). Molto differenziato è il peso di tale fattore nei vari settori produttivi, ovviamente il costo del lavoro rappresenta ancora un fattore determinante nel ricettivo (circa il 35%) e nei servizi al turista (28,5 %), ma diventa un costo marginale nei servizi alle imprese turistiche ed è assente nelle società immobiliari e finanziarie. Nell’intero processo di produzione dell’industria turistica occorre quindi prendere in esame, oltre il fattore costo del lavoro, altri costi che incidono fortemente sul processo produttivo quali gli acquisti, sia di merci che di servizi esterni, gli ammortamenti, ecc.
Per quanto riguarda il numero degli addetti è praticamente impossibile valutare con precisione questo dato per la caratteristica di forte stagionalità e precarietà del rapporto di lavoro (nella maggior parte dei casi si svolge durante il periodo estivo): c’è inoltre da rilevare che la grande maggioranza delle società non fornisce alcun tipo di informazione sulla forza lavoro impiegata né nelle note integrative né nelle relazioni degli amministratori o nei bilanci.
Gli ammortamenti (vedi Tab. H):
Complessivamente nel 1993 tale costo è stato di 19 miliardi circa (6,2% dei ricavi). Notevole l’incidenza nel subsettore 1a (attività ricettive in proprietà) dove raggiunge il 13% dei ricavi e nelle società immobiliari dove arriva al 43,50% e nei servizi al turista (13,42%). Per valutare correttamente il significato degli ammortamenti occorre analizzare molto attentamente l’andamento degli investimenti di ogni società.
La Gestione Finanziaria (vedi Tab. I):
Trenta società (il 21% del campione) hanno una gestione finanziaria attiva per 2,4 miliardi (specie nel settore servizi alle imprese turistiche) e 90 società (il 63%) invece hanno un saldo negativo per 14,1 miliardi di lire: nel settore delle attività ricettive ben 37 società (oltre l’82% del campione) chiude con un risultato negativo di oltre 4,5 miliardi e nel settore servizi al turista 21 società (il 75% del campione) presentano saldi negativi per £. 7,2 miliardi. Complessivamente il campione delle 144 società presenta un saldo negativo per £. 11.705 milioni, più del doppio del reddito operativo (5.140 milioni).
Nelle società termali la gestione finanziaria è negativa per £. 3.982 milioni (contro i 2.490 milioni del reddito operativo).
Le imposte sul reddito di esercizio (vedi Tab. L):
Le 144 società hanno registrato imposte (IRPEG ed ILOR) per lire 2.137 milioni (2.971 milioni nel 1992); solo 58 società, il 40% del campione hanno sostenuto tale onere, mettendo in evidenza la scarsa "propensione" a produrre redditi imponibili. Le sette società termali hanno invece avuto un costo per imposte di £. 811 milioni (919 milioni nel 1992).
Conclusioni e prospettive:
Prima di trarre conclusioni affrettate è utile attendere l’aggiornamento della ricerca con i dati riferiti alla stagione 1994 (anno della ripresa turistica nazionale e locale). Rispetto ai risultati del 1993 possiamo trarre alcune ipotesi:
1. il campione rappresenta con molta aderenza l’esatta situazione del settore; l’intero modello al di là di boom episodici dovuti a fattori congiunturali come la lira debole, le difficoltà di altri paesi, non è più in grado di produrre strutturalmente redditi adeguati a soddisfare tutti quei soggetti che partecipano al processo produttivo. In questa ipotesi la soluzione è inevitabilmente quella che il "modello" è da rivoltare come un guanto.
2. I dati sono l’evidenza della necessità del settore a mascherare la verità perchè non è in grado di sostenere una certa pressione fiscale, contributiva e le normative contrattuali. Il ciclo produttivo non riesce più a rispettare le regole del mercato e quelle del rapporto con alcuni soggetti operanti all’interno dello stesso. In questo caso se il profitto è il misuratore di efficienza di un ciclo economico il suo non esserci o non apparire misura comunque una inefficienza presente in qualche parte del ciclo economico.
3. E’ fortemente presente nel settore una cultura economico-sociale che porta a nascondere la verità reddituale perchè fa comodo a molti soggetti, si fanno guadagni buoni ed in poco tempo, si pagano poche tasse; ma così operando si distorce il mercato ed anche quelli che rispettano le regole si trovano in difficoltà. In questo caso bisogna intervenire sul processo di "trasparenza" nella formulazione dei bilanci d’esercizio e con opportune iniziative per far emergere la verità reddituale di tutte le imprese operanti nel settore.
Probabilmente ci troviamo in presenza di un mix delle tre ipotesi che segnalano l’estrema necessità nel processo produttivo della presenza di più aziende auto-propulsive che operino con la possibilità di generare al loro interno sia le risorse finanziarie sia quelle umane per garantire la continuità nel miglioramento del processo produttivo.
Affrontare l’analisi dell’economia turistica con metodologie diverse permette di allargare l’orizzonte delle riflessioni: questo deve essere il compito degli Osservatorii, anche le analisi, le ricerche, le banche dati del settore si devono rinnovare. Per questo motivo mi sembra molto positivo: primo, che l’Università di Rimini con la sua Facoltà di Statistica effettuerà nel prossimo mese di Aprile un convegno nazionale con l’ISTAT per l’individuazione di un nuovo sistema di rilevamento del movimento turistico, secondo, che la Regione Emilia-Romagna abbia costituito un Osservatorio Regionale sul turismo con lo scopo di un monitoraggio dei fenomeni turistici. A tale proposito è positivo l’aver raggiunto un protocollo d’intesa tra l’assessorato regionale del turismo e le organizzazioni sindacali di categoria per una collaborazione e partecipazione in questo Osservatorio.
I lavori del convegno di oggi sono un buon esempio di come il Sindacato possa portare un valido contributo per raggiungere gli obiettivi dell’Osservatorio.

MARCELLO PASQUARELLA
Ringrazio il dottor Guglielmo Martinese, con cui mi scuso di non averlo presentato all’inizio, egli è il responsabile dell’Ufficio Studi e Ricerche della CGIL di Rimini, e lo ringrazio anche per l’ampiezza dei dati che ci ha illustrato.
Do ora la parola al dottor Marco Marroni, ricercatore del CRESS, che ci parlerà degli aspetti economici delle politiche turistiche in generale e della loro ricaduta sul settore.

MARCO MARRONI – Ricercatore CRESS
Il compito è facilitato dal fatto che parlo dopo tre ottime relazioni, tre ottime relazioni che hanno identificato, secondo me, in maniera molto corretta e con grande capacità di sintesi i fattori decisivi per l’area romagnolo-emiliana ma credo anche in generale per il settore turistico italiano.
A detta di tutti gli osservatori il 1994 dovrebbe segnalare un’inversione di tendenza nel settore turistico italiano. Nell’arco del decennio precedente il settore turistico italiano ha visto erodere la propria posizione sia in termini di mercato internazionale sia in termini di contribuzione alla creazione nazionale di ricchezza, calcolata sul valore aggiunto, unico indicatore abbastanza indicativo di questo fatto.
Noi abbiamo avuto, sostanzialmente, che il settore turistico italiano nel 1985 contribuiva per il 3 per cento al valore aggiunto nazionale, alla fine del ’92 era sceso al 2,75 per cento, aveva perso quasi il 10 per cento del suo contributo alla creazione di ricchezza.
Fatto ancora più grave, per certi versi, si era quasi dimezzato il saldo attivo della bilancia dei pagamenti turistici: questo era dovuto al fatto che meno turisti stranieri giungevano in Italia, più turisti italiani si recavano, invece, in vacanza all’estero.
Non sono ancora ovviamente disponibili i dati sul ’94 riguardo a questi indicatori, l’unico dato che viene ormai richiamato e che è ormai stato ufficializzato dalla stessa Presidenza del Consiglio è un incremento del saldo positivo della bilancia dei pagamenti turistica dell’ordine del 25-30 per cento.
Le ragioni che spingono tutti a ritenere che il 94 sarà comunque un anno positivo sono proprio quei numeri sugli arrivi e sulle presenze che rappresentano il primo dato che diventa noto.
Bisogna dire che, però, questi dati positivi a livello nazionali si presenterebbero meno positivi nella vostra area turistica: sembra che in Italia vi sia un incremento sostenuto degli arrivi e delle presenze di turisti (7-8 per cento), nelle località balneari questi indici sono leggermente migliori, superiori all’8 per cento, nei comprensori romagnoli che vengono censiti i tassi sono inferiori.
Sono inferiori soprattutto rispetto a quanto riguarda gli arrivi di turisti stranieri nell’area romagnola.
Per quanto riguarda Bologna la crisi economica del ’94 penalizza ancora il comprensorio di Bologna: Bologna non è una città d’arte, viene erroneamente considerata tale, il turismo su Bologna è turismo d’affari.
Siccome c’è crisi economica, le aziende vanno meno alle fiere – è addirittura ovvia una cosa del genere – e quindi si riduce fortemente la rilevanza economica del turismo sull’area di Bologna.
Le cause sono state già ricordate: perché il ’94 va bene?
Secondo me non tanto perché alcuni competitori internazionali sono usciti dal mercato, erano già usciti dal mercato nel ’93 e non si era risentito molto, in Italia, di questo fatto, la guerra in Jugoslavia sono 2 anni e mezzo che va avanti, Turchia, Egitto e altri paesi concorrenti sono già da tempo in questa situazione di instabilità politica.
I fatti veri sono una causa sola, una causa economica, centrale, cioè una svalutazione intervenuta, a partire dal settembre del ’93, rispetto al marco del 30 per cento della lira.
E’ un recupero di competitività netto del 30 per cento in 9 mesi che ha determinato, detto proprio in termini brutali, convenienza per i tour operators tedeschi a riorientare flussi di clientela sul mercato italiano. Hanno massimizzato gli utili dei tour operators tedeschi.
Una seconda concausa rilevante è la crisi economica italiana del ’93 e ’94: un minor reddito disponibile per le famiglie italiane ha significato una scelta di risparmio sulle ferie, quindi l’indirizzarsi su mete più vicine e soprattutto all’interno del territorio nazionale.
Occorre quindi partire dalla consapevolezza che la ripresa del ’94, che è una ripresa congiunturale e di corto respiro, a meno che noi non ci si auguri una continua svalutazione della lira e una situazione di crisi economica all’interno del nostro paese che credo non sia nell’interesse di nessuno e soprattutto di operatori sindacali, noi dobbiamo sfruttare questa posizione congiunturale favorevole ma transeunte per consolidare la nostra posizione di mercato in una visione di sviluppo futuro del settore.
Quali sono i problemi aperti nel settore turistico?
Il primo non è stato ricordato nelle relazioni ma è riportato nella documentazione: ai turisti – e non solo gli stranieri – non piace l’Italia, il 50 per cento dei turisti stranieri si dichiara insoddisfatto del proprio soggiorno in Italia, il 30 per cento dichiara che non intende tornare nel nostro paese.
Le cause di questa insoddisfazione sono la scarsa vivibilità urbana e la diffusa microcriminalità, l’inefficienza dei servizi pubblici essenziali e delle infrastrutture, un livello generale dei prezzi che se non è alto in assoluto è alto rispetto alla qualità del servizio fornito.
Il tour operator scandinavo che dice che la nostra offerta turistica non è congrua alle proprie esigenze esprime una faccia della medaglia; l’altra faccia della medaglia è che, in tre anni, il tasso di inflazione nel nostro paese è salito del 12 per cento, i prezzi del settore turistico sono saliti del 16 e i prezzi degli alberghi sono saliti immediatamente del 24 per cento.
Effetti della liberalizzazione delle tariffe alberghiere, siamo d’accordo, ma siamo stati fortunati che la lira sia svalutata del 30 per cento, perché questo ci ha permesso di compensare questa dinamica negativa di inflazione implicita al settore.
Ci sono, poi, le carenze infrastrutturali.
Trasporti aerei: oggi come oggi, l’aereo per i turisti stranieri è il vettore di trasporto; un aeroporto come quello di Rimini è meno evoluto di quello dell’isola di Corfù e non ha paragoni con quelli di Palma di Maiorca o di altre località turistiche spagnole, oltre a essere fortemente decentrato rispetto all’intera riviera.
Una volta che noi pensiamo a risolvere questi problemi dobbiamo porcene degli altri.
La rete dei trasporti urbani, in una città come Rimini e nell’intera riviera romagnola, sarebbe in grado di sopportare la domanda aggiuntiva proveniente da un turista che, arrivando in aereo, è privo di mezzi di mobilità propria e dovrebbe potersi spostare?
Il sistema di viabilità urbana di Rimini, con cui mi sono impratichito nelle ultime 24 ore, è in grado di sopportare traffico civile privato e trasporto pubblico in maggiore presenza?
E’ una domanda cui vi invito a rispondere.
Se si risolvessero dei problemi infrastrutturali del primo tipo, sorgerebbero, probabilmente, problemi infrastrutturali collegati alla loro soluzione. Abbiamo, poi, le carenze strutturali: l’abbiamo detto centinaia di volte, abbiamo un’offerta turistica troppo parcellizzata e ancora un po’ troppo artigianale con effetti negativi sullo standard qualitativo dei servizi forniti e con un livello dei prezzi che se non è alto in assoluto è alto in rapporto alla qualità del servizio prestato.
Cosa intendiamo quando si parla di una struttura troppo parcellizzata?
Recentemente sono stati resi noti dei dati dell’INPS sulle posizioni di lavoro dipendente nel settore turistico: alberghi, pubblici esercizi, agenzie di viaggio.
Nel ’92 risulterebbero circa 350 mila posizioni lavorative medie, su media annua, di queste 150 circa negli alberghi e nei campeggi e 180 mila nei pubblici esercizi; in Emilia Romagna, sempre nel ’92, risultano all’INPS 40 mila addetti al settore turistico su media annua, con una punta di 100 addetti nel mese di agosto; negli alberghi, su media annua, in tutta l’Emilia Romagna, da Parma a Rimini alla foce del Po, vi sarebbero 16 mila addetti.
Francamente mi sembrano pochi: ci sarebbe da interrogarsi – ma questa non è la sede – su cosa ci sia dietro a queste cifre.
Ad ogni modo, se noi incrociamo questi dati con i dati forniti dalla ACERVED sul numero di esercizi alberghieri che operano in Emilia Romagna, emerge che in Emilia Romagna abbiamo mediamente 3,4 addetti in posizione da lavoro dipendente per albergo: è uno dei dati più bassi d’Italia.
Si parla della Romagna come del cuore pulsante del turismo italiano e abbiamo in Romagna un apparato turistico tra i più frammentati e parcellizzati del nostro paese.
Dati analoghi sulla riviera adriatica si riscontrano nelle Marche (che ha una struttura fortemente analoga), si riscontrano in Friuli ma, ad esempio, in Veneto abbiamo strutture alberghiere che occupano quasi 7 addetti ciascuna, in Puglia 7, in Abruzzo 4,5, in Molise 7,5 addetti per struttura ricettiva.
Quali risposte?
Sarebbe facile dire – forse è un limite – che tutto deve venire dallo Stato e che viene da Roma: certo, vi sono problemi, soprattutto per quanto riguarda le infrastrutture pesanti, la politica ambientale, soprattutto la scelta di una politica di sviluppo del settore che selezioni realmente le aree prioritarie di intervento e individui dei criteri validi di selezione dei possibili fruitori delle risorse che vengono erogate, che sono patrimonio – potremmo dire così – degli organi statali, forse, però, bisognerebbe anche cominciare ad aiutarsi in attesa che Dio ti aiuti.
A livello di impresa e di area turistica, credo (e le relazioni che mi hanno preceduto mi sembra lo individuassero) che vi siano quattro aspetti: anzitutto ridurre quest’enfasi sulla riduzione del costo del lavoro. Questo non solo perché il costo del lavoro in realtà è sì una voce di costo consistente, perché il 40 o 50 per cento sul fatturato non è roba da poco, ma non è la voce di costo fondamentale all’interno del settore, anzi la politica di ridurre continuamente il costo del lavoro può avere delle ricadute non augurabili sulla qualità del servizio fornito, può essere veramente un cane che si morde la coda.
I problemi credo che siano altri: intanto selezionare il target o i targets di mercato elettivo in base al quale orientare lo sviluppo dell’offerta turistica e dei servizi ad essa collegati.
Mettere insieme, nello stesso periodo dell’anno, nella stessa città e nello stesso albergo il pensionato tedesco che viene a condurre le vacanze con determinate esigenze e la comitiva di studenti romani che viene a Rimini per esigenze completamente diverse, ancorché prevalenti a quanto pare dai dati che sono stati forniti dalla prima relazione, rischia di scontentare entrambi.
Bisogna, allora, selezionare i targets, magari segmentare le stagioni turistiche in funzione dei targets che si vogliono investire e quindi qualificare l’offerta turistica in funzione dei targets di mercato che si sono selezionati.
Un aspetto centrale (che in Italia, stranamente, si dimentica) è la realizzazione di economie di scala: un mio professore all’Università, quando tutti dicevano che "piccolo è bello", diceva che sì, il piccolo è bello finché non trovi il grande che ti mangia.
Il discorso è che l’impresa piccola ha dei vantaggi di flessibilità, di adattabilità, sconta dei limiti intrinseci alla propria struttura: questo non significa proporsi meccanicamente di sostituire il tessuto attualmente esistente di piccole imprese con imprese più grandi, si tratta però di far comprendere alle piccole imprese e all’area turistica in cui sono inserite che il loro futuro è assai incerto (un dato che manca sono i fallimenti delle imprese turistiche: sarebbe interessante vedere qual è la nati-mortalità imprenditoriale nel settore turistico nell’area romagnola) e quindi avviare economie di scala se non direttamente creando grandi imprese e permettendo a consorzi di imprese di configurarsi come un sistema imprenditoriale.
Credo che esperienze in tal senso in Emilia non manchino: hanno fatto scuola in tutto il mondo in altri settori.
Estendere – quarto punto – il grado di utilizzazione degli impianti.
Io reagisco ad una sollecitazione, quella sui bilanci aziendali, presentataci nella relazione precedente: io amo moltissimo le analisi sui bilanci aziendali e ho il compito, per il sindacato per cui lavoro, di farlo, devo dire che ad esempio nel ’93 il vostro quadro è molto più roseo del quadro emergente dalla grande impresa turistica italiana.
Infatti se io prendo le dieci maggiori imprese turistiche italiane, rilevo che una sola ha chiuso il bilancio in nero, una sola (e non è la stessa) ha aumentato il numero di dipendenti e quella che ha migliorato il bilancio rispetto a chi ha chiuso in nero lo ha fatto riducendo in maniera drastica il personale.
E’ un indicatore, quindi, da prendere in considerazione, ma bisogna anche andare a vedere dentro cosa c’è, non solo perché qui vicino, a Ravenna, c’è stato un grande gruppo che scriveva bilanci che si sono rivelati poco veritieri, ma anche perché il bilancio è una cosa complessa; ad esempio, ad occhio e croce, dai dati che tu mi hai letto, noto che sono imprese molto capitalizzate in termini di beni immobili rispetto al fatturato, ma quanta di questa capitalizzazione è reale, o è solamente fittizia e frutto di un mercato drogato?
Questa è una domanda che io mi porrei immediatamente.
Gli Enti locali (visto che l’assessore regionale è presente e sarebbe sconveniente non prendere in considerazione un compito secondo me fondamentale) dovrebbero sostenere queste esigenze dell’impresa e delle aree economiche, possono farlo.
Un primo passo è estendere il grado di conoscenza e trasparenza del settore e su questo mi sembra vi siate mossi: ho letto la delibera regionale divenuta operativa nei primi giorni di quest’anno, delibera che rappresenta un primo passo importante, secondo me. Creare un Osservatorio significa anche capire e capire cosa si può fare.
Secondo punto: un intervento più qualificante ed armonico nel campo della promozione turistica.
So di parlare di corde in casa di impiccati, però io ritengo, al di là delle ovvie difese di rendita e di posizione politica, che pensare ad una promozione turistica su un comprensorio come Rimini, che si trova a competere a livello internazionale con la Francia, la Turchia, le isole Maldive, sia un pochino fine a se stessa.
Promuovere non significa dirigere l’attività di promozione turistica, significa predisporre soluzioni ed ipotesi congruenti e anche che vadano incontri a fabbisogni turistici diversi: mare e sole non bastano più da nessuna parte, non solo nella riviera romagnola. Per guardare il mare e il sole, ormai, per un turista tedesco, con 100 mila lire in più, si va alle Seychelles.
Questo è un dato di fatto.
Voi avete altre risorse qui in Romagna, che vanno fatte interagire con le risorse della riviera romagnola: questo non lo può fare un APT che guarda solamente il proprio orticello, perché non ha i mezzi per farlo e perché non ha la capacità programmatoria per farlo.
Terzo punto: fornire un supporto alla realizzazione di economie di scala.
Questo può essere fatto favorendo la creazione di consorzi di imprese, predisponendo la fornitura di servizi alle imprese che ne abbattano i costi gestionali che abbiamo visto incedere in misura molto rilevante sulla loro redditività, e alla realizzazione di quelle strutture ormai indispensabili per qualificare un apparato turistico, che però costituiscono un onere insostenibile per una struttura turistica troppo parcellizzata e troppo frammentata.
Quarto punto: miglioramento della rete delle infrastrutture leggere, cioè trasporti urbani, servizi generali, interventi tesi a realizzare una migliore vivibilità o una diversa vivibilità.
In una battuta si tratta di realizzare, in un ambito settoriale, una politica di moderna programmazione economica: so di non usare un termine che va per la maggiore nel mondo politico italiano negli ultimi mesi, ma è l’unica soluzione credibile, una politica che, oltre tutto, se non viene realizzata in una regione come l’Emilia Romagna, non saprei proprio in quale altra Regione italiana potrebbe essere perseguita e realizzata.

MARCELLO PASQUARELLA
Ringrazio il dottor Marco Marroni che ci ha spiegato anche le ragioni per le quali i turisti dell’Europa sono venuti in Italia.
Le ragioni sono chiarissime: il 30 per cento di svalutazione della lira ha permesso a queste persone di venire qui spendendo meno che stando a casa loro.
Sono finite le comunicazioni ma, prima di dare la parola ai sindacalisti, c’è una persona che ha chiesto di parlare adesso in quanto oggi pomeriggio non potrà essere presente.
Lo facciamo intervenire raccomandandoci di stare nei cinque minuti.
Ha chiesto la parola il signor Landi Stefano della Società S.L. & A., attualmente consulente dell’APT.

STEFANO LANDI – S.L. & A.
Chiedo scusa per l’intromissione e vi ringrazio dell’opportunità che mi date, purtroppo queste sono giornate un po’ calde, come potete immaginare, per la promozione turistica di questa Regione.
Io vorrei partire dall’ultima affermazione del relatore che mi ha preceduto, che conteneva un elemento – a mio avviso – di estrema forza, nella frase: "Dove, se non qui?".
Io ho l’impressione che questa Regione abbia – e questo è il tema della riflessione che vorrei proporvi – dei valori distintivi che vanno al di là delle risorse naturali, che vanno al di là della pur riconosciuta capacità d’impresa.
Penso che, in un settore come questo, sia assolutamente forte l’identificazione del prodotto con il produttore.
In questo senso mi chiedo – e vi propongo – se questa Regione, per prima, non sia quella che adesso deve fare una scelta, una scelta di passaggio a Regione europea, che si rapporta con le altre regioni europee su di un piano di parità, una scelta di passaggio da un marketing cosiddetto di guerra o aggressivo, il marketing che prevede di distruggere i concorrenti, ad un marketing che io propongo sia di pace e quindi di crescita complessiva della comunità internazione in cui siamo inseriti.
Io credo poco ad un marketing e ad una promozione di guerra, fatta di colpi bassi, se vogliamo, fatta di distruzione dell’altro, fatta di quella regola che in economia si chiama "rubamazzo" o, peggio ancora, nel linguaggio inglese si chiama "mendicante il mio prossimo".
Credo invece ad una cosa profonda, che attraversa i dati che sono stati citati stamattina, credo che sia importante ribadirla: questa Regione ha la più grande fedeltà da parte degli ospiti che la frequentano, ed è una fedeltà strutturale, fatta di rapporti lunghi.
Questa Regione è al secondo posto ma comunque in testa alla graduatoria delle regioni in cui gli altri italiani preferirebbero vivere; questa Regione ha, semmai, delle infedeltà che sono strutturali, perché una parte del mercato turistico è strutturalmente infedele, cambia per definizione ciò che fa, così come ognuno di noi è infedele per alcune altre strutture, pensate a come si cambiano alcune altre scelte.
Io mi chiedo – e vi propongo – se non è il nostro valore distintivo quello di essere gente che lavora bene e vive bene, e propone questo messaggio anche quando fa marketing turistico.
Mi chiedo e vi propongo se questo non sia, al di là di tutti gli interventi profondi e tecnicamente corretti che voi avete fatto in tema di infrastrutture, in tema di ambiente, in tema di imprese, in fondo anche il valore profondo di chi è la risorsa uomo in questo settore; ve lo propongo anche nel rapporto con l’altro, con l’esterno.
Io credo che adesso, ad esempio, il passo più grosso, la proposta più forte che noi potremmo fare è quella di essere la prima Regione europea che non interpreta più il marketing turistico come un marketing di guerra.
Ve lo ripropongo nel momento in cui la guerra è vicina a noi e nel momento in cui – credo – il Sindacato in prima persona ha questo tipo di valore come competenza distintiva e può portare questa competenza distintiva attraverso le attività di tutti noi ma anche delle imprese. Io ho un obiettivo ideale, forse è prematuro ma ve lo segnalo: io ho l’impressione che il marketing di pace in questo momento si faccia aiutando quelli che noi ritenevamo un giorno i nostri concorrenti e che adesso, sulla loro disgrazia, noi stiamo forse, alle volte, facendoci un po’ troppo belli. Grazie.

MARCELLO PASQUARELLA
Ringrazio il dottor Landi e lo ringrazio anche per la sua concretezza.
Do ora la parola al signor Salvo Renato, amministratore delegato di Innova Hotel S.r.l.

RENATO SALVO – Amministratore Delegato Innova Hotel S.r.l.
Quando l’amico Guglielmi mi ha chiesto di intervenire a questo importante convegno per presentare Innova Hotel, vi confesso che gli ho promesso di intervenire più che altro per amicizia nei suoi confronti, un po’ dubitato che la presentazione di questo strumento fosse in sintonia con quanto poteva essere detto.
Mi sono accorto invece – ne do atto – che le argomentazioni della relazione sono molto in sintonia e molto utili ad un dibattito, a un dialogo che si può aprire fra chi, come noi, opera sul fronte dei servizi alle imprese e chi, invece, fa alcune interessanti e utili riflessioni su questo mondo.
Innova Hotel è un consorzio privato cui partecipano associazioni, banche, imprese che è interessato alla crescita dell’industria turistica.
Si configura come un vero e proprio centro servizi all’impresa turistica, un’iniziativa privata, quindi, vista l’assenza ormai cronica del pubblico che – dispiace dirlo peraltro – ha in questa Regione, per quanto riguarda gli altri settori produttivi, esperienze invece interessanti, che sono diventate esempio in tutto il mondo, di centri per l’innovazione ai servizi reali alle imprese.
In questo caso credo scontiamo una tradizione di sottovalutazione del settore turistico come settore produttivo da parte delle forze politiche e delle istituzioni interessate, sottovalutazione che mi sembra, per la verità, che stia in parte passando.
Lo scopo di Innova Hotel è di assistere l’imprenditore turistico interessato a riqualificare il proprio esercizio ricettivo, mettendogli a disposizione un pool di consulenti, tecnici specializzati in tutti gli aspetti della ristrutturazione; fornisce, quindi, servizi innovativi alle imprese alberghiere, con informazioni sulle più moderne tecnologie e sugli standard più innovativi, fa analisi di fattibilità economica, finanziaria, gestionale, analisi delle conveniente sul target di mercato.
I servizi vengono forniti dai soci stessi del consorzio, che sono studi di consulenza tecnica, gestionale e di marketing, leader a livello nazionale: Econstat del dottor Zangari (anche lui citava questa esperienza che stiamo facendo assieme), Hotel Protezione 2000 (che è stato l’organizzatore, insieme alla Fiera di Rimini, di Hotel Renovation, ed è consulente della Fiera di Genova), la Banca Popolare dell’Emilia Romagna (che io ritengo una presenza importantissima: questa banca ha messo a disposizione, per la ristrutturazione degli alberghi che useranno la consulenza di Innova Hotel un plafond di 100 miliardi al tasso del prime rate ABI, un tasso che le nostre imprese difficilmente sono riuscite ad avere in questi anni).
Sono anche soci di Innova Hotel le Confesercenti della costa adriatica da Rimini a Ferrara e Cooptur, la più importante cooperativa alberghiera a livello nazionale.
Le associazioni e Cooptur si dotano, credo per la prima volta, compiendo in questo modo un passo fondamentale, di strumenti in grado di affiancare le imprese rispondendo con altissima qualità ai bisogni di servizi reali che sono fondamentali in un momento di grandi cambiamenti di scenario come quello che stiamo vivendo.
L’obiettivo finale è di riportare una grande parte delle imprese ai livelli di competitività necessari ad essere protagonisti dello scenario del turismo europeo. L’impresa familiare, una grande dotazione di servizi pubblici e privati, un ambiente adatto alla vacanza di massa, una grande integrazione fra diversi targets turistici, un livello di socializzazione diventato mitico (anche se spesso confluito in un concetto di divertimentificio non sempre positivo) sono stati, negli anni passati, e sono ancora i segreti di un successo che ha segnato lo sviluppo economico di questa nostra società.
Per rispondere alle sollecitazioni di altri mercati, mantenere la nostra quota di turismo europeo c’è bisogno di trasformazione, bisogna trasformare le nostre imprese familiari in moderne imprese alberghiere, senza snaturarne la vocazione a rimanere piccole o medie imprese.
Bisogna affiancare la consueta cordialità e simpatia, una managerialità sempre più intelligente, bisogna ristrutturare i nostri alberghi mettendoli a norma con le più moderne direttivi europee e allo stesso tempo dotandoli di tutti i più moderni servizi iniziando dalle camere, dai bagni, dalle parti comuni, dai parcheggi, cui è abituato il moderno consumatore europeo.
Bisognerà allungare la stagione dal primo sole primaverile, al turismo sportivo, degli anziani, congressuale e culturale, in modo da poter aumentare l’occupazione delle camere e raggiungere i livelli di redditività delle imprese che soli garantiscono un futuro al nostro turismo. Per fare tutto ciò non è sufficiente l’impegno di pochi, tanto meno di una sola categoria, è necessario lo sforzo coerente, unico e univoco di tutti.
In questo modo, spendendo nella stessa direzione, pubblico e privato, aziende e lavoratori (e qui credo vada colto il segnale che viene dalla nostra relazione) si potrà compiere, credo, questo piccolo miracolo. Grazie.

MARCELLO PASQUARELLA
Grazie, dottor Salvo.
Do ora la parola al signor Albanesi Franco, albergatore.

FRANCO ALBANESI – Albergatore
Sono d’accordo su una buona parte di cose che hanno caratterizzato il successo del turismo in Emilia Romagna, cose che sono state dette in questa relazione e sono anche d’accordo su una buona parte di punti di debolezza evidenziati.
Penso quindi che per tornare a livelli di successo adeguati sia necessario costruire una nuova serie di punti di forza, ma anche cercare di eliminare quelli che sono e possono diventare dei punti di debolezza.
1) Un’ottima qualità dei servizi e un giusto prezzo.
Va bene il turismo a 1 e 5 stelle, ma ogni categoria deve adeguarsi a degli standard qualitativi minimi, in modo da soddisfare tutte le categorie di clientela.
Inoltre non è più ammissibile una disparità così ampia tra i prezzi alberghieri e quelli extralberghieri: ormai un lettino e una tenda di spiaggia costano quasi più di una camera d’albergo.
Oltretutto non ci si dimentichi che al giorno d’oggi tutto il peso della promozione e della pubblicità fuori regione cade tutto sulle spalle della categoria albergatori, mentre i bagnini, i ristoratori e altre categorie direttamente interessati allo sfruttamento del turismo non si sognano minimamente di acquistare o anche solo partecipare alle spese di una pagina pubblicitaria su una rivista o semplicemente fare un mailing ai clienti, tanto lo fanno gli albergatori.
2) Una più marcata collaborazione fra le varie categorie per non vedere più bar, negozi, ristoranti e spiagge chiuse, mentre gli alberghi hanno ancora gente.
Il cliente di settembre o di maggio ha diritto alle stesse offerte di quello di agosto, una stagionalità quindi più lunga ed obbligatoria per tutti, dal 1 maggio al 30 settembre, in modo che tutti concorrano allo sforzo di riportare la riviera ai livelli che le competono come già previsto, ad esempio, dalla Capitaneria di Porto per le spiagge.
3) Immagine.
Subito il via alla costruzione di grandi infrastrutture che facciano parlare di noi al mondo intero, quindi grandi eventi, manifestazioni televisive, il casino, la Murri, la Fiera, la darsena, grossi eventi sportivi, tutte attività di grosso impatto sul pubblico dei media, che troverebbero nella riviera romagnola un terreno fertile per nascere e crescere e dalle quali le città della costa ricaverebbero un immenso ritorno di immagine, oltre che in presenze.
In contemporanea dovrebbero essere affrontati e risolti una volta per tutti i problemi della viabilità e dei parcheggi.
4) La Fiera e la darsena devono essere pronte ed operative in brevissimo tempo, lasciandoci dietro le critiche sulla scelta dell’ubicazione. Ora è tempo di fare e fare in fretta per permettere a chi con la Fiera e con la darsena lavora di essere operativo.
5) Caratterizzare e sviluppare alcune zone di Rimini ora lasciate un po’ allo sbando, come il porto, che potrebbe essere abbellito e vissuto sull’esempio di Cesenatico, di Cannes.
Creare zone shopping appetibili anche fuori stagione, come viale Ceccarini: il riferimento, naturalmente, è per Marina Centro, viale Vespucci, che oggi è una casbah.
Fitness, salute e bellezza al Marano, ristrutturando e riconvertendo il Talassoterapico, le colonie Bolognese e Novarese.
Questi sono solo alcuni esempi.
6) Stringere rapporti più efficaci e duraturi con San Marino e con tutto l’entroterra, creare e sviluppare nuove forme di turismo che prevedano lo sfruttamento di zone finora poco considerate.
La prima cosa che mi viene in mente è il turismo venatorio, ma anche l’agriturismo, le escursioni nel verde della natura, il giro dei castelli.
Lottare per portare il Montefeltro nella Provincia di Rimini, poiché storicamente fa parte della Romagna ed i suoi abitanti si sentono romagnoli a tutti gli effetti.
7) Dobbiamo chiederci se ha ancora ragione di esistere la grande cooperazione oppure se ha ragione di esistere questa Associazione Albergatori di Rimini: forse queste strutture hanno mancato gli obiettivi per cui erano nate, cioè creare quelle strutture necessarie agli imprenditori che le amministrazioni si rifiutavano di percepire per promuovere adeguatamente il prodotto turistico romagnolo.
La cooperazione avrebbe dovuto costruire, ad esempio, le sale congressi, che cronicamente mancano a Rimini e che sono necessarie a sviluppare nuovi canali turistici, invece sempre servizi solo come centro di smistamento, di prenotazione o come aree di parcheggio di politici con scarsa competenza. Siamo certi che questo modo di procedere sia ancora attuale? Siamo certi che sia questa la strada da percorrere per raggiungere determinati obiettivi? Poniamoci queste domande ora per non dover, tra qualche tempo, ricorrere alle solite esperienze quando ormai è troppo tardi.
8) Abbiamo la certezza che il futuro sia nelle mani dei medi e grandi gruppi privati, di persone che rischiano sulla loro pelle e con i propri mezzi, imprenditori che tengono le loro strutture aperte tutto l’anno per garantire un servizio di qualità anche in periodi di scarsa affluenza e di scarsa remuneratività, ma che poi si vedono rovinare il mercato da chi magari apre solamente nei momenti buoni o per pochi giorni.
Quindi chiediamo maggiore tutela di questi rischi da parte delle istituzioni e nuovi strumenti per poter operare nel pieno rispetto delle normative, normative che dovrebbero – secondo noi – essere adeguate alla realtà di un settore, che sembra sia sempre stato ostacolato dai legislatori, senza dover vivere giornalmente con la paura di controlli da parte delle forze dell’ordine.
9) Privatizzazione o lottizzazione?
Mentre tutto si sta privatizzando a Rimini stiamo assistendo alla nascita di un’azienda speciale o del Convention Bureau, due carrozzoni sicuramente con quattro poltrone molto appetibili, che affiderà l’economia del turismo nelle mani del pubblico, addirittura appoggiata dal Presidente dell’Associazione Albergatori, che invece dovrebbe tutelare gli interessi degli imprenditori e quindi dei privati: forse questo mira alla Presidenza di questa azienda speciale?
E’ addirittura di questa mattina che l’Aeradria, finalmente, entra nel Convention Bureau – e fin qui tutto bene -, dovranno però spiegare quelli del Convention Bureau come mai hanno acquistato il 10 per cento a 100 milioni per non darlo in mano ad un privato? Parliamo di privatizzazioni e questi, per 100 milioni, comprano e non danno al privato, poi vendono il 16 per cento all’Aeradria per 60 milioni.
Io credo che qualcuno queste domande se le debba porre.
10) Cultura del lavoro.
Va rivista, secondo noi, la normativa sul lavoro del settore turistico, in quanto il lavoratore deve essere incentivato a migliorarsi e al tempo stesso l’imprenditore deve sentirsi più libero nelle sue scelte senza dover sottostare a vincoli improduttivi.
Imprenditore e lavoratore devono lavorare affiancati per raggiungere obiettivi comuni e non essere posti l’uno contro l’altro come è ora: la stagione lunga può aiutare molto in questo senso.
11) Equità fiscale per combattere l’evasione e quindi poter alzare la testa.
12) Le piccole pensioni non devono scomparire dal mercato, ma piuttosto si deve dar modo ad un imprenditore di unire due piccole o più realtà per farne una grande impresa, non permettendo la speculazione di chi vuole eliminare queste strutture per farne dei residence. E’ chiaro che poi i prezzi aumentano.
La testa pensante del turismo regionale deve essere Rimini, perché il turismo si fa e si vive a Rimini (non solo ma per la maggior parte) e solo da qui è possibile pensare per il turismo e soprattutto fare per il turismo, quindi autonomia di pensiero e libertà di movimento da una struttura centralizzata che vede le problematiche del turismo da 100 chilometri di distanza.
14) Istituto di credito in aiuto alle imprese? Istituto di credito che blocca le imprese? Istituto di credito uguale a usura? Discutiamone.

MARCELLO PASQUARELLA
Ringraziamo il signor Franco Albanesi che ci ha illustrato il punto di vista di un diretto operatore del settore.
Diamo la parola a Gabriele Guglielmi, Segretario territoriale del Sindacato Lavoratori, Commercio e Turismo di Rimini.

GABRIELE GUGLIELMI – Segretario territoriale FILCAMS Rimini
Dopo la lunga lista di Albanesi, vorrei fare solamente due istantanee della nostra realtà turistica o comunque di una grossa parte della nostra economia turistica.
Mi è venuta in mente una vignetta satirica che attribuiva a Papa Woityla la seguente battuta: "Gli italiani sono cattolici non per la cupidigia del Paradiso ma per la paura dell’Inferno".
Sul Resto del Carlino del 22 febbraio il Presidente dell’Unione Emiliano-Romagnola degli Albergatori, a proposito di maggiori sanzioni a tutela dei lavoratori minorenni afferma: "E’ vero, il divieto c’è da parecchi anni, ma con le multe di prima si poteva anche rischiare".
Paura dell’Inferno anziché cupidigia del Paradiso.
Seconda istantanea.
Un’associazione datoriale inventata e un sindacato di comodo, facendo leva sulla norma che regolamenta l’orario di lavoro, una norma risalente al 10 settembre 1923, hanno costruito un contratto nazionale di lavoro che prevede più del 50 per cento di ore lavorate rispetto all’orario normale e, di conseguenza, uno stipendio inferiore del 50 per cento e 50 per cento in meno di tasse e di contributi.
Il Ministero del Lavoro, con un atteggiamento schizofrenico che da una parte vuole tagliare le pensioni (la trattativa è aperta in questi giorni) e dall’altra, approvando questo contratto, legalizza l’evasione contributiva e fiscale, con una serie di provvedimenti simili a quelli con cui a suo tempo il Ministero della Sanità elevava il tasso di atrazina per la potabilità dell’acqua, sembra voler rendere potabile questo contratto truffa.
La Pretura del Lavoro di Rimini, convalidando alla fine del primo tempo di una partita un vistoso goal fatto con la mano, sembra voler dare a tale contratto la patente di commestibilità (questa è storia di questi giorni).
Questi due esempi, quello del Presidente regionale degli Albergatori e quello del contratto CISAL UCICT, ben si collocano in quell’Italia che Ennio Flaiano definì "il paese del diritto e del rovescio".
Sono situazioni generate da un sistema che non regge più.
Sono troppe le imprese che, specie a causa della modesta dimensione, non sono in grado di avere strategia, di avere progettualità e che, quale orizzonte, hanno solo la prossima stagione e il reddito che la prossima stagione, anche per quest’anno, potrà portare non tanto nell’impresa ma nella famiglia.
Non siamo ancora, con una grossa parte di queste imprese, al "carpe diem", ma al "carpe stagionem", se così mi è consentito dire, sicuramente ci siamo.
Queste sono situazioni che, se non saranno rimosse, anziché portarci in Europa e verso il 2000, ci fiondano diritti nel terzo mondo e verso il 1800.
Il professor Zamagni, Preside della Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Bologna, ha avuto modo di affermare che "Il turismo è andato bene solo per il basso costo del lavoro", quindi Zamagni mette in secondo piano l’imprenditorialità e gli altri punti di forza che si possono evidenziare.
Su questo nodo deve essere compiuta la scelta.
La prima scelta (che qualcuno sembra voler compiere) può essere quella di comprimere in basso il lavoro, verso condizioni umane sempre meno accettabili, per tenere artificialmente in vita imprese ampiamente fuori mercato oppure – seconda scelta su cui il Sindacato si è già schierato – puntare alla qualità e alla qualità della risorsa lavoro, scelta di campo che noi abbiamo fatto.
Facciamo esempi più illustri.
La FIAT produce quanto più di materiale ci possa essere, eppure l’immagine della sua più recente campagna pubblicitaria non è il prodotto ma il produttore, non è la Punto ma sono i tecnici e gli installatori che l’hanno installata, montata e costruita.
Si pensi quanto valore va attribuito ai produttori di un bene immateriale quale è il turismo, che non solo sarà il primo settore mondiale per numero di occupati perché è un settore in enorme espansione, ma anche perché le mansioni tipicamente turistiche sono più difficilmente sostituibili delle macchine.
Uno studio dell’Economist su dati dell’ufficio USA delle statistiche del lavoro pubblicato la settimana scorsa dall’Espresso evidenzia come, a fronte di un calo di figure professionali quali quelle dei lavoratori tessili, dei centralinisti, dei tastieristi, degli impiegati di banca, nel 2005, fra 10 anni, vi sarà un aumento di oltre 50 per cento di figure quali infermieri (anche a domicilio), agenti di viaggio e cuochi.
L’adeguamento agli standard dell’Unione Europea delle normative antinfortunistiche – e torno al primo ragionamento – ma addirittura la semplice messa a norma degli impianti elettrici e delle cucine, può far uscire dal mercato numerose di queste nostre aziende.
Si colga l’occasione per fare il salto di qualità, si valorizzi la risorsa lavoro anziché comprimerla ed è su questa scelta reale di campo che il Sindacato ha già fatto che si dovranno misurare le imprese, le associazioni, i partiti e le stesse istituzioni – in primo luogo la Regione – che saranno chiamate a finanziare ed incentivare quelle imprese che guardano al 2000 e non quelle ferme ad una situazione preindustriale.

MARCELLO PASQUARELLA
Ringraziamo Gabriele Guglielmi.
Ci avviamo alla conclusione dei lavori della mattinata con due brevi ma significativi interventi e le conclusioni dell’assessore Felicia Bottino.
Do la parola a Luigi Pieraccini, Segretario della UIL Emilia Romagna che ci illustrerà alcune ipotesi sull’allungamento della stagione utilizzando il turismo ecologico.

LUIGI PIERACCINI – Segretario UIL Emilia Romagna
Io vi chiedo scusa se leggerò il mio intervento, ma quando fui incaricato di fare questo intervento, mi si disse che dovevo stare nei 5, 8 minuti al massimo, quindi l’unico modo per stare in questi tempi è quello di leggervelo.
Oggi, a differenza degli anni scorsi, siamo qui a parlare di turismo non perché il settore attraversi un nuovo periodo di crisi ma per individuare e quindi rimuovere gli ostacoli strutturali che impediscono di guardare con maggiore serenità anche agli anni che seguiranno questa congiuntura abbastanza favorevole.
Tutta la Regione, e quindi anche la riviera, durante l’ultimo anno, ha conosciuto una discreta ripresa dei flussi turistici: questo è avvenuto un po’ per la debolezza e un po’ per le disavventure che coinvolgono le coste adriatiche della ex Jugoslavia.
Questo non lo dobbiamo mai dimenticare, perché se dimentichiamo questo facciamo un errore di fondo, non è che abbiamo avuto un boom perché abbiamo creato delle nuove strutture e dei miglioramenti, abbiamo avuto una questione contingente che ci ha permesso di avere questo piccolo boom.
Noi abbiamo visto tornare abbastanza numerosi i turisti del centro Europa, i tedeschi, gli austriaci, sono arrivati anche turisti russi, ungheresi, cechi e un po’ da tutti i paesi dell’ex mondo socialista.
Ora, per fare in modo che questo flusso possa continuare ad incrementarsi, occorre rimuovere quegli ostacoli strutturali che impediscono un più rapido accesso alla nostra Regione e quindi alle nostre coste da parte dei nostri ospiti, siano essi italiani o stranieri.
Cercherò, quindi, di esprimermi per schemi, in quanto il tempo assegnato impedisce di soffermarmi sui particolari che, comunque, sono ormai noti a tutti gli operatori del settore.
Prima, però, di entrare sui singoli argomenti, vorrei dare atto all’Assessorato regionale di come abbia aiutato a superare le difficoltà esistenti istituendo un tavolo regionale di concertazione che – voglio specificare – non è un tavolo di concertazione nel senso classico, perché noi portiamo soltanto le nostre conoscenze ed esperienze senza chiedere nulla in cambio, volendo solo che le cose individuate vengano realizzate in tempi certi, quindi il Sindacato scommette veramente sul funzionamento di questo nuovo organismo.
Trasporto aereo.
Occorre un rilancio degli aeroporti romagnoli, rilancio che permetta un decongestionamento dell’aeroporto di Bologna, alleggerendolo del traffico che gravita sulla riviera.
E’ impensabile che Bologna pensi alla seconda pista quando ci sono due aeroporti, quello di Forlì e quello di Rimini, che stanno languendo.
Questo è un discorso che come Sindacato stiamo facendo ormai da 4 anni e non siamo capiti: si deve istituire una sede regionale, una società regionale per il trasporto aereo che gestisca tutti quanti gli aeroporti della Regione che hanno delle piste in posizione diversa, ma è un unico discorso regionale, non può essere lasciato a delle singole società che operano in singole città.
Noi diciamo, quindi, che è possibile questo creando le condizioni necessarie per l’attivazione di collegamenti diretti degli aeroporti romagnoli, non solo tramite i voli charter, con i paesi dell’est (ma anche con i voli di linea) nonché con i paesi scandinavi e dell’area della sterlina.
Trasporto su rotaia.
Sempre più necessario diventa il completamento del raddoppio della Bologna – Verona, già in parte realizzato (almeno nei manufatti): raddoppio che faciliterebbe l’afflusso dei turisti proveniente dall’alta Austria, dalla Baviera e da tutta l’Europa centro settentrionale. Con il quadruplicamento del tratto Bologna – Rimini, nel momento della realizzazione del quadruplicamento della Bologna – Milano, si potrebbe realizzare un vero servizio regionale cadenzato da Rimini a Piacenza.
Questo quadruplicamento, di cui si parla ogni tanto ma che nelle sedi istituzionali viene sempre dimenticato, diventa necessario dal momento che viene fatto il quadruplicamento da Milano a Roma, perché una volta che arriva a Bologna il flusso turistico si ferma perché non ha la possibilità di arrivare a Rimini in tempi rapidi.
Questo, invece, permetterebbe di raggiungere la riviera adriatica in tempi certi ed accettabili: pensiamo che in un’ora e venti minuti, un’ora e mezza da Milano si possa arrivare a Rimini.
Inoltre non può essere rinviata la realizzazione sulla Rimini – Ravenna di una vera metropolitana di superficie che nel periodo estivo diventerebbe asse portante del sistema di trasporto locale. Quindi, con proseguimento della stessa fino a Mestre, acquisirebbe le correnti di traffico provenienti da Trieste e Tarvisio e quindi dall’Europa dell’Est.
Viabilità stradale.
Per quanto riguarda la grande viabilità, con il completamento dell’E55 (mi dicono che entro l’anno dovrebbe essere completata), la Ravenna – Orte e con la realizzazione del casello sulla A14 all’altezza di Cesena viene a realizzarsi una di quelle opere da sempre richieste.
Ora si tratta di rendere più sicura e meno congestionata la statale adriatica e tutte le arterie della viabilità ordinaria che gravitano verso le coste.
Voi vedete che in estate ci sono certi periodi che non si può più viaggiare sulla nostra costa, perché è tutto intasato in luglio e agosto: uno snellimento di queste arterie diventa necessario.
Nel contempo le città costiere dovrebbero dotarsi di parcheggi adeguati, parcheggi da realizzarsi principalmente in prossimità dei centri storici, che dovrebbero essere tutti pedonalizzati.
Porti turistici.
Un altro filone di turismo può essere generato dalla realizzazione di porti turistici attrezzati.
A questo proposito sarebbe interessante conoscere quanto turismo aggiuntivo abbiano generato le decine di porticciuoli turistici costruiti sulla costa mediterranea della Francia, dove sono stati ottenuti migliaia di posti barca, poi venduti od affittati ai circoli velici o ai privati a prezzi – mi si dice – competitivi.
La stessa idea potrebbe essere sfruttata anche sul nostro litorale, alla luce del notevole impulso che sta ottenendo la vela da diporto, per lo meno certe classi si stanno avvicinando a questo tipo di vacanza e una volta non lo facevano.
Vorrei ora esporvi – approfitto della presenza dell’assessore regionale – un’idea che se realizzata sarebbe in grado di attirare nuovi flussi turistici: si tratterebbe di realizzare una infrastruttura idonea a convogliare sul nostro litorale coloro che guardano alla vacanza ecologica e non residenziale come loro punto di riferimento.
Con la prossima istituzione del Parco del Delta, potremmo prevedere la realizzazione di un nuovo circuito di vacanze da offrire agli amanti della natura, dell’arte e della cultura tipica dei nostri territori costieri.
Penso alla realizzazione di una superpista ciclabile che congiunga Rimini con il Delta del Po.
Potremmo realizzare una pista sulla falsa riga di quanto fatto dall’Austria sulle rive del Danubio: da questa pista centrale dovrebbero poi partire un insieme di piccoli sentieri attrezzati per il passaggio delle biciclette che si inoltrano nel cuore del Parco del Delta o verso il nostro litorale.
Questa pista ciclabile attrezzata centrale dovrebbe essere realizzata su terreni più o meno paralleli alla strada Romea nel tratto che dal Po porta a Ravenna, facendola proseguire nel tratto che da Ravenna porta sino a Rimini, sfruttando i terreni limitrofi alla ferrovia o identificandone altri più idonei, per poi farla inerpicare fino a San Marino, individuando un percorso idoneo.
Dico Rimini per comodità: nulla impedisce, una volta realizzato il tratto principale, che questa possa continuare fino al confine della regione, Gabicce, o anche oltre.
Parlo di una vera pista ciclabile attrezzata, che si snoda in sede protetta ed autonoma, con i massimi crismi di sicurezza.
Lungo il suo percorso potrebbero essere realizzati i posti di ristoro attrezzati, oltre a punti di sosta e di osservazione e poi, ogni 30 – 40 chilometri, si potrebbero prevedere ostelli e alberghi realizzati espressamente o ristrutturando alberghi dismessi o le colonie di cui tanto parliamo, che comunque sono già esistenti e rappresentano un patrimonio lì fermo, inutilizzato.
Il tutto al servizio di coloro che usufruiscono di questo tipo di vacanza.
Da questo asse centrale si potrebbero, poi, far partire rami secondari che raggiungano altre località caratteristiche dell’entroterra romagnolo o ferrarese.
A questo proposito mi risulta che una pista di questo genere sia già stata studiata nel tratto che da Faenza, lungo il Naviglio, raggiunge Sant’Alberto di Ravenna per poi inoltrarsi verso il mare e mi risulta che questo progetto abbia già ottenuto un primo stanziamento. Una volta realizzato l’asse centrale, da questo potrebbero, in momenti successivi, dipartirsi innumerevoli diramazioni: penso alle decine di piccoli centri che esistono lungo la nostra costa o anche nel primo entroterra che sono dei paesi cui tutti gli abitanti del nord Europa guardano come punti di riferimento che sarebbero, forse, goduti anche meglio andandoci in bicicletta e guardandoli con più calma in questo mondo che corre sempre.
Alla realizzazione di questi bracci secondari potrebbero essere interessati, oltre agli operatori turistici, anche gli stessi Enti locali, anzi dovrebbero essere interessati anche gli stessi Enti locali.
Se il circuito è ben realizzato e propagandato potrebbe vedere la presenza di turisti in tutti i periodi dell’anno, dando lavoro aggiuntivo anche a quegli operatori stagionali legati al turismo di spiaggia che, nei periodi che vanno dall’autunno alla tarda primavera, potrebbero essere utilmente impegnati nella manutenzione delle piste ciclabili e dei servizi connessi a questa forma di turismo.
Riusciremmo, quindi, ad avere anche maggior forza lavoro che lavora per tutto l’anno.
La Regione potrebbe attivarsi, a questo proposito, andando a studiare come l’Austria abbia sviluppato questo tipo di turismo lungo il fiume Danubio.
Fra l’altro mi si dice che fra addetti fissi e stagionali diverse migliaia di persone sono impegnate in attività più o meno direttamente collegate a questa forma di turismo.
Quindi nella nostra costa, dove c’è ancora una disoccupazione non dico di massa però frizionale, creare nuovi posti di lavoro di questo tipo mi sembra che sia molto importante.
Finisco dicendo che da più parti viene detto che mancano idee nuove da parte degli operatori del settore: questa mi sembra nuova, originale e perfettamente adattabile alle nostre esigenze di diversificazione ed allungamento della stagione turistica.
Il Sindacato la pone all’attenzione delle istituzioni e degli operatori turistici affinché la studino e qualora ne ravvisino le convenienze, la realizzino in tempi brevi.

MARCELLO PASQUARELLA
Ringraziamo Luigi Pieraccini.
Do la parola a Mario Ricciarelli che ci illustrerà il rapporto tra ambiente e flussi turistici.

MARIO RICCIARELLI – Segretario regionale CISL
Anch’io preferisco una comunicazione scritta anche se, in questa maniera, non c’è modo di interloquire con le ottime presentazioni che sono state fatte finora.
In Emilia Romagna centrale e trainante è senz’altro il turismo balneare.
Qualsiasi politica di sviluppo del settore e della qualità e quantità della sua occupazione non può sostituirsi nè tanto meno andare contro alla godibilità dell’ambiente di costa, il cui bene essenziale è il mare e il suo buono stato.
E’ bene aver chiaro che i turisti scelgono il mare e poi anche altro, nonostante quanto sia stato detto, e ne abbiamo le riprove.
Ai turisti che hanno scelto la costa si può proporre di svagarsi in mille modi, ma se il mare e l’aria sono come nella piscina sotto casa, che cosa li fa muovere dal loro ambiente, che cosa riesce a trattenerli, che cosa riesce a farli ritornare?
La memoria degli effetti dell’eutrofizzazione e delle mucillagini è ancora ben presente in noi: i turisti fuggivano e negli anni successive si è avuta caduta verticale delle loro presenze.
Il mare è il punto di forza del turismo balneare sulla costa e lo stato del mare dipende dal quotidiano operare e dalla capacità del settore di salvaguardare con le proprie politiche questo bene e di contribuire in prima fila all’iniziativa più generale per attuare la politica di riconversione ecologica ambientale e dei sistemi di produzione, di insediamento e dei consumi nel più ampio bacino padano che scarica le proprie acque nell’Adriatico.
Al fondo c’è da ripristinare l’equilibrio fra territorio ed ambiente e le attività produttive ed insediative, nel senso che queste devono consentire la riproduzione delle risorse ambientali secondo i loro cicli naturali.
Il governo del territorio, il suo uso, la sua organizzazione sono decisivi per realizzare il necessario sistema di compatibilità per uno sviluppo sostenibile.
Il mare, il territorio, l’ambiente prima di tutto sono corpi fisici e come tali vanno trattati, pena appunto perderli anche come importanti dati economici.
Questo impegno non può essere delegato ad altri: ognuno ha il proprio ruolo sulla base delle proprie pertinenze e competenze.
La relazione che accompagna la delibera della Giunta regionale in materia di risorse idriche di questo dicembre dice che i piani adottati dalla Regione degli anni ’80 o sono in fase di elaborazione o sono in costante problematico aggiornamento o sono in fase di completamento, come il sistema depurativo delle acque reflue dei centri abitati della costa.
Sembra che qui in Emilia Romagna il quadro legislativo in materia ambientale sia più avanzato rispetto alla progettualità concreta, operativa e pratica che fa e crea nel reale i nuovi comportamenti della gente, forse manca ancora una cultura di massa e in questa direzione bisogna muoversi.
Questo non è solo un dato dell’Emilia Romagna, è un dato italiano: basta ricordare i residui passivi del Ministero dell’Ambiente dati dall’incapacità di realizzare la spesa nel settore ambientale, residui che sono i più elevati in cifre e in percentuali rispetto a tutti gli altri Ministeri.
Basta ricordare i tagli di spesa nel settore operati dalla Finanziaria del ’95, salvo poi ricorrere alle tassazioni di emergenza per riparare i danni della recente alluvione del Po.
Più nello specifico basta dire che non sappiamo ancora cosa il Po abbia veicolato in mare con l’alluvione del novembre; sappiamo che ha dilavato impianti e stabilimenti con produzione ad elevato rischio ambientale e che ha convogliato consistenti quantità di materie tossiche e nocive, ma non siamo ancora in grado di sapere la qualità effettiva e la consistenza reale di questi materiali, per porre in essere le dovute azioni di prevenzione.
La buona spinta del Po alla foce fece penetrare l’enorme massa d’acqua con tutto ciò che trasportava al largo nell’Adriatico, ma ciò non è risolvente in quanto il medio e alto Adriatico ha bassi fondali e un regime di ricambio dell’acqua molto basso, molto lento, per cui lo stato di attenzione, di allerta, con un monitoraggio continuo dal sottocosta al largo del mare non solo è opportuno ma è assolutamente necessario per essere in grado di prevenire e ridurre gli effetti negativi di eventuali crisi.
Questa stagione, al di là di tante cose, si apre anche con questa spada di Damocle sulla testa: è su questo terreno che la categoria ha un ruolo preciso con il peso e la forza degli addetti del settore turistico.
Il monitoraggio del mare, la predisposizione dei mezzi per interventi urgenti di pulizia delle spiagge e delle attrezzature igienico-sanitarie sono le questioni immediate sulle quali la categoria non può non transigere.
Non ci sono solo atti di difesa, certo, nei confronti degli apporti a mare da parte del Po questa azione è la sola possibile, qui nella costa, anche se ci sono questioni strutturali sulle quali impegnarsi assieme a soggetti dell’entroterra padano.
Degli altri atti di prevenzione che riguardano qui le politiche di riconversione ecologica ambientale dell’assetto produttivo insediativo dei consumi lungo la costa emiliano-romagnola, il punto centrale di riferimento è il rapporto fra le strutture turistiche e il territorio, proprio perché non si può far insistere nello stesso periodo più di una certa quantità di turisti.
I centri abitati della costa da Ravenna a Cattolica a Gabicce formano ormai una città lineare, di fronte al mare, dove, durante la stagione balneare, la popolazione presente si raddoppia, si triplica, forse anche di più, senza, per alcuni casi, avere servizi adeguati contro l’inquinamento dell’acqua, dell’aria e del suolo.
Non è un fatto peregrino citare le azioni e le strutture necessarie per contribuire a rendere il mare godibile: un sistema integrato della depurazione delle acque reflue civile di tutti i centri abitati della costa, con doppia fognatura e con lo stadio di defosforazione necessario per non gettare a mare il fosforo, che è l’elemento scatenante del fenomeno delle eutrofizzazione delle alghe.
Tale sistema è ancora in stato di completamento, il risanamento del bacino dei fiumi romagnoli, alcuni dei quali sono vere e proprie fogne a cielo aperto, che nascono dalla via Emilia e confluiscono direttamente al mare, il risanamento del bacino del Reno, che convoglia le acque reflue di Bologna, il cui parziale sistema depurativo non è atto alla defosforazione.
Purtroppo si deve rilevare che questi piani di risanamento dei bacini sia dei fiumi romagnoli sia del Reno, nonostante la legge li preveda dal 1989, sono ancora in fase di elaborazione e che scarsissima attenzione, da parte delle autorità centrali, c’è in questa direzione.
Inoltre, sempre sulla base dalle cose concrete da fase, la creazione di infrastrutture come la metropolitana di costa che, limitando l’uso dei mezzi di trasporto privati, creino le condizioni per il non inquinamento dell’area e acustico.
Lo sviluppo di una politica energetica di costa, che assuma il ricorso alle fonti rinnovabili come l’energia solare e al teleriscaldamento derivanti da impianti per la combustione senza danno dei rifiuti urbani oggi disseminati in discariche più o meno controllate.
E’ in quest’ottica che va richiesta l’attuazione di una politica di compatibilità delle altre attività turistiche lungo la costa rispetto all’ambiente e al turismo.
In soldoni il polo chimico ravennate è senz’altro importante, ma va compatibilizzato e contemperato al turismo balneare e non viceversa.
Alla stessa stregua il porto di Ravenna non può continuare a crescere senza un adeguato servizio ferroviario di trasporto merci verso l’entroterra, trasporto che oggi è affidato per il 99 per cento alla gomma.
Una politica di qualificazione di sviluppo del turismo a partire da quello balneare, che non consideri queste questioni legate alla godibilità del mare, è un girare a vuoto o un menare il can per l’aia per continuare a spremere la risorsa ambientale fino allo stadio di non godibilità.
Forse è vero quello che è stato detto, non basta più il mare, ma senza il mare pensiamo che la costa emiliano romagnola perda il suo significato di fondo.
La ricerca di ampliare il periodo turistico con altri tipi di turismo, oltre al balneare, è senz’altro una politica appropriata, sempre che si tenga conto del rapporto con il territorio e l’ambiente.
Queste azioni sono quelle a portata del raggio di azioni delle forze impegnate direttamente nel turismo balneare lungo la costa emiliano romagnola.
Le iniziative verso il settore dell’entroterra padano richiedono l’azione confederale generale per coordinare il risanamento e difesa dell’intero bacino del Po, non ci sono solo 650 chilometri dell’asta principale del Po, c’è l’insieme del sistema degli affluenti che occorre riportare alla compatibilità ambientale, ripristinando, prima di tutto, le pertinenze fluviali.
Il documento dell’autorità del bacino di Po di ottobre indicava la necessità di interventi urgenti per oltre 3 mila miliardi, mentre la Finanziaria ’95 ne metteva a disposizione 80 per il prossimi tre anni, 240 milioni.
La situazione generale dell’intero bacino del Po è così nota che si rischia di ripetere: Milano senza depurazione, aree a rischio, eccetera.
Occorre insistere su un punto venuto maggiormente alla luce in quest’ultimo periodo di tempo: un’iniziativa vera per il ripristino prima di tutto della manutenzione ordinaria del territorio.
L’ultimo dato è che in Italia – e anche qui dalle nostre parti – non si fa manutenzione delle fogne da 40 anni, sono a livello di scandalo le manutenzioni ordinarie, normali che si possono verificare all’interno del paese.
Manutenzioni che sono ormai abbandonate e che hanno annullato le difese naturali, così come si è visto nell’alluvione del novembre 1994, che ha consentito lo sperpero, la distruzione della risorsa territorio con i suoi preziosi ecosistemi.
Accanto all’azione di politica ambientale per la godibilità del mare, ci sono questioni che attengono anche alle condizioni generali di convenienza per continuare una politica turistica balneare di tipo popolare.
E’ il caso dell’applicazione della legge numero 36 del ’94, per l’unificazione del ciclo delle acque da cui dipende la disponibilità, prima di tutto, dell’acqua potabile.
La proposta della Giunta regionale è di accorpare tutta la Romagna in un’unica direzione d’ambito.
CGIL, CISL e UIL regionali hanno manifestato dissenso su questa linea e sostenuto che la Romagna deve essere divisa secondo gli attuali bacini idrografici, cioè nel bacino Marecchia – Conca e nel bacino dei fiumi romagnoli.
La questione non è di lana caprina, dietro ci sta il fatto economicamente rilevante per il quale i 50 milioni di metri cubi di acqua del Marecchia costano 100 lire il metro cubo.
Vorrei evidenziare l’importanza di un’iniziativa che tenga conto, anche, di queste iniziative molto pratiche e attuali che ci sono.
Da questo dato, 100 lire l’acqua del Marecchia e 750-900 lire l’acqua della diga di Ridracoli, si capisce che la questione non è solo economica ma investe, prima di tutto, la struttura di potere, di governo dell’acqua.
Su questa impostazione c’è da fare.
Infine – ultimo capoverso – una considerazione per la qualificazione del turismo non solo balneare.
La Comunità Economica Europea ha emesso due regolamenti per la certificazione della qualità ambientale dei prodotti, il cosiddetto Ecolabel, ai processi produttivi.
Il marchio della certificazione è la margherita: ancora l’Italia non ha legiferato quanto di sua competenza per rendere efficace questa norma.
Le imprese, però, si muovono e per ottenere la margherita di certificazione di qualità devono praticare una politica mirata di compatibilità ambientale verificata all’interno con i lavoratori e all’esterno con i certificatori previsti.
Questa margherita di certificazione di qualità è sempre più ambita per l’accresciuta consapevolezza della gente sulla qualità ecologica di ciò che compra e consuma.
Ci dobbiamo schierare perché le strutture del turismo abbiano la margherita di certificazione di qualità: sarebbe, per conto nostro, un ulteriore passo che mira alla qualificazione del turismo all’interno della nostra costa.

MARCELLO PASQUARELLA
Ringraziamo Mario Ricciarelli, Segretario regionale della CISL.
Do la parola, per un breve ma significativo intervento, al Segretario generale del Centro Ricerche Pio Manzù Gerardo Filiberto Dasi, che ringraziamo.

GERARDO FILIBERTO DASI – Seg. gen. Centro Ricerche P. Manzù
Ho accolto con molto favore l’invito a questo vostro convegno poiché come voi sono stato chiamato a fare i conti con la congiuntura e le problematiche del settore turistico.
Non sono un vero esperto del ramo, ma per l’attività trentennale nel settore congressuale del Centro Pio Manzù mi imbatto assai frequentemente in alcune questioni che sono oggetto anche di questo incontro della CGIL.
Mio malgrado, sono costretto a ripetere anche qui concetti che ho avuto modo di esprimere attraverso la stampa da molti anni a questa parte, a partire dall’eccessiva frammentazione dell’offerta alla debolezza di promozione, alla mancanza di unità degli stessi operatori realizzabile solamente attraverso consorzi e forme di cooperazione realmente attiva.
Sebbene riconosca che sono stati commessi errori di programmazione alquanto gravi da parte di un assessore regionale al quale, per fortuna, è stato tolto il mandato, occorre anche dire che l’eredità ricevuta da Felicia Bottino è stata assai pesante e rilevo che l’impegno di quest’ultima merita considerazione ed elogio.
Nonostante le scarse possibilità finanziarie non vi è campo che l’assessore in carica non abbia cercato di affrontare con competenza e rigore.
Le carenze, in verità, che pure si sono riscontrate vengono dalla difficoltà di adeguamento anche del settore privato e dalle nuove domande del mercato.
Penso ad agenzie, strutture organizzative e promozionali agli stessi albergatori che non sono riusciti finora ad offrire un’efficace e concreta proposta.
Sono state date conferme ad una certa ripresa dell’affluenza dei turisti stranieri, complice il deprezzamento della lira, resta irrisolto il problema di dare continuità alla stagione turistica; affidarsi al solo valore di cambio e alla potenza del marco è un rischio forte per tutti gli operatori.
Da tempo sono convinto che a Rimini abbia di fronte a sè un problema strategico, cioè quello di immaginare il suo futuro attraverso un progetto di lungo periodo finalizzato all’arricchimento dell’offerta turistica.
Due anni fa e anche nel 1994 le giornate di studio del Pio Manzù hanno ospitato vari responsabili di castelli del turismo di molte aree del Mediterraneo, nonché esperti che hanno concentrato la loro attenzione proprio sulle problematiche di innovazione turistica.
Ebbene, la scarsa partecipazione degli operatori mi ha convinto che la propensione all’innovazione e alla riconversione dell’offerta è ben lungi dal voler essere affrontata.
Nello scorso novembre le giornate sono state l’occasione per presentare un’importante proposta organizzativa, un modello di gestione chiamato Starguest realizzato dalla società di consulenza aziendale Gruppo Galgano, leader nel settore in Europa, con il contributo di Unioncamere della Lombardia e dell’Emilia Romagna.
Anche in quell’occasione la presenza degli operatori è stata ridottissima: evidentemente gli albergatori ritengono di dover solamente chiedere conto alle istituzioni e mai a se stessi, secondo la malcelata convinzione che se il picco del turismo di grande afflusso può voler dire anche bello, si è preceduto per un sistema a rete di offerta parcellizzato.
Come ho già detto prima, il rischio più grande che il settore turistico rivierasco sta correndo è di rimanere arretrato rispetto all’offerta di altri paesi del Mediterraneo.
La ristrutturazione di taluni alberghi, la creazione di infrastrutture come piscine in condizioni ambientali penose, vicino alle strade di scorrimento del traffico automobilistico, l’abbandono del verde e la presenza di strutture disadorne e mal curate alternate a edifici pretenziosi rende l’immagine di Rimini sempre meno appetibile e credibile ad un turismo sempre più colto e capace di distinguere la qualità, magica parola assente dal lessico imprenditoriale locale.
Si dirà che i dati dell’affluenza mi contraddicono: allora perché tante lamentele, perché questo convegno e tanti altri, perché prendersela con l’Ergife di Roma che attira i congressi nazionali?
Prendiamo un esempio, il turismo congressuale e d’affari: questa tipologia di offerta ha bisogno di economie di scala importanti, di un’hotellerie che sia in grado di soddisfare in modo efficiente e concentrato un grande numero di persone.
Allo stato attuale dobbiamo riconoscere che Rimini non è in grado di offrire convegni di sicura organizzazione per un numero di ospiti superiore alle 300 persone, con ciò intendendo la concentrazione di questi in un’unica struttura alberghiera.
Ma ciò che più conta è che non esiste un sistema di agenzie di accoglienza e logistico adatto a questo scopo: le varie Adria Congrex, Firmatour, Promozione Alberghiera ed altre non rispondono, per quanto encomiabile sia il loro sforzo, agli obiettivi che Rimini deve porsi, che non vuole dire solamente sale attrezzate ma quel mix di attrezzature di contorno, tecnologicamente avanzate, in grado di soddisfare le esigenze di un grande convegno.
Mi riferisco a tecnologie per la comunicazione, a servizi di interpreti di altissima professionalità, uffici stampa, rassegne stampa, documentari e così via.
L’encomiabile sforzo compiuto dal Grand Hotel non è che una goccia nel mare dell’offerta: molto di più si dovrebbe fare senza perdere tempo a rimpiangere il tempo che fu, cioè i grandi meeting politici che riempivano la fiera.
Scrollarsi di dosso la convinzione che solo il turismo di vacanza produce un reddito e un fatto ben lungi da venire e sono altresì convinto che se realmente si progettasse una riconversione parziale dell’offerta in direzione del turismo d’affari, avrebbe da beneficiarne anche l’occupazione costretta nei limiti imposti dalla stagionalità.
Abbiamo qui una manodopera qualificata e ben formata in grado di rispondere certamente alla sfida che un turismo congressuale nazionale ed internazionale imporrebbe, un contesto naturale dell’entroterra non sufficientemente sfruttato, la possibilità di migliorare e razionalizzare i collegamenti automobilistici, ferroviari e persino aerei costituiscono altrettante potenzialità non del tutto sfruttate (e sono cose dette anche da chi mi ha preceduto). Tutto ciò deve rientrare in un progetto che, nonostante mille incontri come questo, non vedo all’orizzonte.
Vengo al secondo punto: grande responsabilità di questo deficit è della mancata riqualificazione dlel’industria turistica.
Se si esclude qualche encomiabile esempio, la rete alberghiera riminese resta quella di molti anni fa, frammentata, debole e carente.
In termini economici si può dire che la frammentazione del valore aggiunto non ha permesso la concentrazione di quella massa critica che è condizione essenziale per lo sviluppo di qualsiasi politica di investimento privato o pubblico.
Così proseguiamo a vedere attive centinaia di piccole pensioni, ammirevoli aziendine che mai, però, potranno servire al proposito di riqualificazione che ho menzionato.
Oggi – e termino queste mie sommarie riflessioni – la concorrenza del turismo europeo è sempre più agguerrita: da Spagna, Francia, Grecia, Tunisia vengono continui segnali di riconquista e di posizioni di mercato sui flussi turistici, ma senza guardare fuori di casa nostra basta verificare i passi avanti compiuti da taluni comprensori – Lago Maggiore e Lago di Garda – per rendersi un po’ conto di quanto sia urgente affrontare il tema del turismo d’affari con rinnovato impegno, coniugando gli interessi privati e pubblici in un solo disegno del quale il Sindacato non può che essere uno dei soggetti protagonisti.
Occorre lungimiranza e coraggio per affrontare i problemi del turismo, va raccolta la sfida lanciata da altri paesi turistici del bacino del Mediterraneo ed affrontato il toro per le corna.
Il concetto di fondo si esprime in due parole: concentrazione e qualità.
Con questo auspicio e con la speranza che il Sindacato possa far valere le sue idee in proposito, vi ringrazio dell’ospitalità e vi auguro buon proseguimento.

MARCELLO PASQUARELLA
Ringrazio il professor Gerardo Filiberto Dasi e per concludere la mattinata, prima di dare la parola all’architetto Felicia Bottino, informo tutti i partecipanti che sarà offerto un piccolo buffet nelle sale adiacenti del Grand Hotel.
Do ora la parola all’assessore regionale al turismo, architetto Felicia Bottino.

FELICIA BOTTINO – Assessore regionale al turismo
Io devo fare una premessa che mi è d’obbligo e che riguarda il rapporto che ho avuto nel corso della mia esperienza di amministratore sia nel campo dell’urbanistica che, più di recente, nel campo della cultura del turismo per affermare che c’è sempre stata la piena sintonia degli obiettivi e dei programmi.
Io non posso, ad esempio, non sottolineare che su un progetto che – a mio avviso – è stato ed è fondamentale anche per la politica turistica, un progetto che è nato come strumento di pianificazione del piano paesistico e che ha avuto una vita abbastanza travagliata per affermarsi come cultura.
Devo allora dire che ho trovato, nelle analisi e nelle istanze sindacali, all’unanimità, un fattore di conferme e di consenso che – a mio avviso – è stato determinante per non trovarsi, oggi, con degli scheletri di cemento lungo gli arenili per realizzare le piscine.
Questo lo dico non perché il Sindacato abbia bisogno della mia riconoscenza, non perché sono in una sede di un convegno organizzato dai Sindacati, ma perché ho visto in quella scelta del Sindacato di appoggiare una linea che poteva anche essere difficile per i lavoratori che il Sindacato rappresenta, sia nel settore edilizio che è sempre stato considerato, nel nostro paese, un volano dell’economia, sia per la vera e propria struttura turistica, io ho visto in quella scelta di appoggiare la proposta della Regione una scelta di lungimiranza progettuale economica per il nostro Paese, proprio perché così io intendevo anche il piano paesistico, il quale ha sostanzialmente avuto un ruolo fondamentale.
Il ruolo che aveva il piano paesistico – e quello che ha avuto – è di lanciare una cultura ambientale dello sviluppo sostenibile mettendo le mani sulle tariffe e quindi facendo capire che cosa in realtà significava abbandonare la linea della urbanizzazione indiscriminata rispondente solamente alla logica economica per passare, invece, una linea di sviluppo sostenibile, equilibrato, rafforzo ambiente e territorio, uno sviluppo che deve contenere una matrice ambientale molto forte altrimenti non è uno sviluppo durevole, non è uno sviluppo che alla fine paga.
Ho fatto questa premessa molto personale perché voglio anche dire che, leggendo il documento che è stato presentato sulla politica turistica, raramente mi è successo di ritrovarmi pienamente nel taglio e nelle proposte dell’analisi e nel taglio delle proposte progettuali e nella specifica ultima proposta dell’itinerario ciclabile.
Io mi sono spesso chiesta se il turismo possa avere una lettura non dico scientifica ma professionale molto alta di livello: nelle analisi che sono state qui illustrate oltre al documento ritrovo dei contenuti di rigore nel porre l’illustrazione della dinamica di un processo, nel porre dei riferimenti a cifre percentuali che raramente mi era successo nell’ultima esperienza del turismo di trovare all’esterno.
Io credo che anche questo sia molto significativo: in genere siamo abituati a pensare che il ruolo del Sindacato è quello di proporre elementi soprattutto basati su atteggiamenti di lotta, di rivendicazione, di difesa di giusti valori, invece si scopre – e questo è l’aspetto più importante – che dal Sindacato possono arrivare anche contributi di analisi economiche e di valutazioni scientifiche di alto livello.
Queste sono le considerazioni che ho voluto fare in premessa, che ho fatto per evitare di ritornare su tutti gli aspetti che condivido e che mi consente di abbreviare il vostro ascolto.
La prima considerazione di fondo che voglio fare è questa: noi abbiamo, in Italia, un ritardo ingiustificabile nel considerare il valore economico del turismo.
E’ quasi paradossale che un paese che ha tutte le caratteristiche per poter fare del turismo una delle imprese leader dello sviluppo nazionale, continui ad essere, invece, considerato un aspetto marginale, che non è nè affrontato in termini di investimento pari a quello che sarebbe necessario (nè nella promozione nè tanto meno nell’investimento).
Basta pensare che il turismo in questi ultimi anni è stato toccato da finanziamenti nazionali legati – credo – al mundial, alla Carraro-Vizzini, insomma a cose eccezionali, non è mai stato affrontato in termini programmatici e sappiamo tutti che quando non si arriva a fare un programma almeno decennale di investimenti quello che si fa è poca cosa.
Si investe poco e quando si investe male, perché – ripeto – la Carraro-Vizzini, che pure credo che abbia avuto un significato per gli operatori del settore anche turistico, poteva essere, a parità di investimenti, gestita molto meglio e avere, quindi, un risultato molto più grande: è stata investita male perché anche questa non faceva parte di una strategia politica che vedeva il settore progredire, è stata fatta una distribuzione di finanziamenti dove chi più poteva prendeva, chi poteva utilizzarli bene li utilizzava bene, chi poteva utilizzarli male li utilizzava male.
Questa è la prima considerazione: io credo che questo sia il punto da porre, anche da parte dei Sindacati.
Il turismo è una grande impresa che deve servire allo sviluppo di questo paese e quindi abbisogna di una strategia, perché a livello regionale lo si può affrontare, però – diciamoci la verità – i dati che venivano portati da Maroni, per non fare solo un discorso regionale (io sono regionalista ma penso che il discorso vada ampliato), ci sono regioni che avrebbero potenzialità enormi di attrazione turistica.
L’occasione che è stata persa nel nostro paese è ancora più colpevole perché, se c’era un paese che poteva considerare la risorsa di beni ambientali, naturali e culturali e fatemi aggiungere anche di beni culturali immateriali, quel paese era il nostro, perché anche la tradizione culturale è importantissima: abbiamo un paese come l’Austria che si è caratterizzata per essere il paese della cultura e della musica, noi che abbiamo il patrimonio più grande in assoluto, anche nel campo della musica, non abbiamo assolutamente gestito una politica, se non quella di una gestione assistenziale ai teatri che guardava a tutto fuorché alla cultura come impresa.
L’immagine si fa con le politiche di settore, il discorso è proprio questo: non abbiamo fatto immagine, il Bel Paese, dai tempi di Goethe non è più diventato immagine perché non c’è stata la capacità di passare dal viaggiatore solitario, individuale di Goethe al viaggiatore di massa che poteva trovare, invece, in questo paese, una risposta e una fruizione culturale di altissimo livello.
Noi abbiamo – in parte ce lo siamo rovinato perché abbiamo badato più al degrado e al consumo delle risorse ambientali e culturali che alla valorizzazione – una potenzialità per uscire dalla competizione col solo mare che nessun altro paese ha.
Noi nella competizione internazionale cosa giochiamo? La spiaggia di Rimini? In parte sì, perché c’è una cultura dell’ospitalità forte, c’è una ricettività alta, c’è una spiaggia all’interno di un tessuto urbanizzato, però la concorrenza non la possiamo vincere soltanto sul piano del balneare.
Noi abbiamo un unicum che è questo misto, questo insieme che sposta la cultura ai beni ambientali, al bene naturale, alle città d’arte e via di seguito.
Pensiamo nella nostra realtà che cosa significa, per la nostra Regione, vendere assieme al sistema balneare le valli del Delta, che sono un unicum a livello mondiali, molto più belle della Camargue, ma che non sono entrate nel circuito nè della riqualificazione del prodotto nè della promozione.
Abbiamo un entroterra appenninico di castelli e rocche che non ha niente da invidiare nè ai castelli della Loira, che il grande orgoglio nazionale della Francia ha saputo innescare, e che vale molto di più dei castelli della Scozia, che sono quanto di più kitsch possa esistere.
C’è anche da dire che se noi promuoviamo la valle del Delta, non abbiamo gli alberghi pronti: bisogna fare delle strutture o comunque legarli agli alberghi del sistema riminese, anche questo è molto importante.
Terza considerazione: il turismo – lo dicevano bene tutti gli interventi – è una politica trasversale, si fa molto più turismo nella politica dei trasporti che non nella politica del turismo che dà finanziamenti.
Avere una politica, ad esempio, da parte dell’Alitalia, che guarda, insieme alle Regioni, a fare una politica turistica, sarebbe fondamentale.
Una capacità, a livello regionale, di far sì che un aeroporto come Rimini che – a mio avviso – abbia veramente un salto di qualità, chiaramente ragionando assieme a quello di Bologna, è importantissima.
Così la politica dei trasporti, così il discorso delle infrastrutture.
E’ quindi una politica trasversale e come tale deve essere coordinata.
Con queste considerazioni che sia io che voi come Sindacato avete messo sul tappeto, quali strategie politiche ne devono derivare?
Non riprendo l’analisi sul cambiamento dei modi di vita, eccetera, sulla competizione che a livello mondiale noi possiamo giocare, ma dico che la Regione Emilia Romagna ha tutte le potenzialità per potersi proporre a livello europeo, anche con un marchio unico, un lavoro di rapporto tra imprese, istituzioni, Sindacato, mondo della cultura, ha tutte le possibilità proprio perché è comunque un territorio (diverse analisi lo confermano) dove c’è una qualità di vita di un certo tipo, dove comunque il buon governo e la tenuta democratica ha deterrenti molto importanti, dove c’è una cultura dell’ospitalità molto forte.
Io guardo con auspicio, ad esempio, a progetti come quelli di Bagnoli a Napoli riconvertiti in polo turistico; ho molte perplessità a pensare che si possano realizzare coinvolgendo operatori e strutture locali, perché non c’è questa cultura tradizionale e forte che abbiamo noi.
Se la mia convinzione è che l’Emilia può proporsi in questo modo, i punti che individuo come azione strategica a livello regionale e quindi da concordare anche con i Sindacati sono i seguenti.
Primo punto: bisogna ragionare in termini di qualità globale. Occorre che dalla camera d’albergo alla spiaggia, alla città, al territorio e all’ambiente noi riusciamo ad offrire un prodotto che sia complessivamente di alto livello qualitativo.
Perderemmo se facessimo solo un discorso di riqualificazione alberghiera avendo una città congestionata, che non funziona, perderemmo se non facessimo un discorso di riqualificazione.
A questo proposito chiamo in causa gli operatori: la capacità di riqualificazione è indispensabile. Questo non vuol dire passare dalla pensione all’albergo di 20 piani: ci sono pensioni a 5 stelle in Inghilterra, in Francia, eccetera, con pochissime stanze, di un comfort enorme, che offrono quel rapporto familiare tipico delle pensioni. Che poi ci voglia un programma decennali di interventi e di sussidi a livello nazionale è un’altra cosa, però è vero che la qualità globale è troppo frantumata, troppo frastagliata, ancora non di alto livello e chiama in causa tutti, pubblico e privato.
Questa è la scommessa che noi ci giochiamo: ragionare in questi termini, perché in Europa sarà la qualità globale che ci potrà destabilizzare o meno quando il marco non avrà tutta la capacità di traino che ha avuto l’anno scorso e quest’anno.
Approfittare in questo senso di questo momento di pausa che ci viene proprio dal rapporto sul valore della lira e del marco per riuscire ad impostare (certamente non sono processi che si realizzano in un anno), però a livello dei Comuni, come politica urbanistica, a livello delle Province, a livello della Regione, a livello degli operatori, a livello dei Sindacati occorre ragionare tutti assieme in questa direzione: o si punta sulla qualità globale o ognuno tesserà la sua tela e chi avrà più filo tesserà, chi ne avrà di meno soccomberà.
In questo senso io credo, ad esempio, che le colonie – e anche qui devo dire che abbiamo avuto, nella nostra realtà regionale una politica di tutela sull’Appennino, così come anche sul discorso dei varchi a mare, che ci ha consentito di salvaguardare una risorsa che oggi diventa un motore dello sviluppo turistico – debbano e possano essere (non sono certo i vincoli del paesistico che lo impediscono, non accetto che nessuno si trinceri dietro al fatto che il paesistico vincola, abbiamo 250 colonie di cui solo 12 hanno un vincolo sull’aspetto strutturale architettonico, tutte le altre possono essere abbattute e ricostruite, si chiede solo di non fare più volume di quello già esistente che è in sovrabbondanza) utilizzate come test di ponte per portare delle innovazioni, innovazioni che possono riguardare la gestione degli arenili, i servizi per la spiaggia, gli ostelli.
A proposito di ostelli il nostro è un Paese dove la politica degli ostelli o comunque della possibilità di ospitalità a una fascia giovanile non viene fatta in termini di diffusione e questa potrebbe essere un’occasione: certo, ci vogliono investimenti, privati e pubblici, però abbiamo delle aree che hanno ancora una spiaggia integra e hanno delle strutture – le colonie – possono essere riconvertite, riqualificate, aree su cui si può anche fare un grande albergo a 5 stelle, ma non è questo che manca, casomai quello che c’è deve riqualificarsi esso stesso.
Noi con la legge 3 questo aspetto della qualità globale l’abbiamo innescato, finora c’è stato – lo dice lo stesso documento del Sindacato – solamente l’intervento dei Comuni sui piani di arredo urbano, vogliamo dare più respiro a questa politica di incentivazione che la Regione fa sugli investimenti facendo addirittura un piano di settore previsto dalla legge 3 dove queste cose metteremo in fila. Metteremo cioè in fila i parametri di qualità che l’intervento privato o pubblico propone e che va misurato, perché non possiamo più consentirci di dare dei finanziamenti senza che poi si sappia che il progetto innalza la qualità, lo parametriamo alla luce della trasparenza e della efficacia dell’investimento del denaro pubblico su un prodotto che si qualifica di top rispetto ad un altro.
Il secondo aspetto è quello che chiamiamo diversificazione dell’offerta: siamo d’accordo tutti, ci sono occasioni diverse, sono cambiati i modi di vita, c’è una competizione che ci vedrebbe perdenti, offriamo cose diverse.
Io dico anche: immettiamo funzioni diverse nel sistema costiero, nella città costiera.
Siccome parto sempre dal principio che il primo turista è il cittadino, io credo che, assieme alla diversificazione dell’offerta, alla quale stiamo lavorando in termini appunto di abbinare gli itinerari culturali, le visite all’entroterra, al parco del Delta, la pista ciclabile, manchi a questa città costiera, a questo sistema (che funziona solo tre mesi all’anno e che quindi soffre di tutta la sottoutilizzazione delle strutture) manchino delle funzioni forti diverse.
Faccio un esempio su una proposta che io avevo fatto e a cui sono ancora affezionata: l’Università. Io avrei visto l’Università di Romagna non dico concentrata tutta a Rimini, però avrei visto un polo forte qui, per dare una caratterizzazione non solo di città turistica ma anche di città forte a questa struttura.
Non è l’Università? Saranno altre strutture culturali, diverse, penso però che la città di Rimini debba vivere anche di altro, in favore del mare, perché poi è in favore anche del turismo balneare.
Quando il Sindaco Chicchi dice che vuol fare il teatro, dice che vuol fare una struttura che a mio avviso non serve solo per i cittadini di Rimini d’inverno ma serve per alzare il livello di funzioni che in questa città esistono.
Il terzo punto è l’innovazione di impresa: su questo non aggiungo niente rispetto a quello che viene detto, io credo che la Regione debba proprio (abbiamo una legge specifica) riuscire a favorire l’innovazione di impresa in tutti i termini che qui sono stati detti.
Questa è una cosa importante, importantissima, proprio perché non seguendo questa strada sarebbe come se mettessimo un treno per l’alta velocità senza il guidatore capace di guidarlo, il treno non andrebbe avanti. Mentre facciamo il treno dobbiamo anche creare la figura dell’operatore, il macchinista, che a mio avviso deve diventare non solo operatore dell’albergo ma operatore del territorio capace quindi di vendere il territorio, di vendere tutto il prodotto che c’è, quindi deve avere una capacità gestionale ben più alta e ben più qualificata.
Chiudo su due punti: l’Osservatorio e la promozione.
L’Osservatorio – sono d’accordo con chi lo sosteneva – è uno strumento fondamentale perché deve dare trasparenza alle analisi, vedere come si fanno, perché escono certi dati, sono finiti i tempi in cui si prendono i dati come arrivano, c’è stata la convenzione di tutti, operatori, Regione, sindacati, Università, per dire di unificare le forze e creare uno strumento che deve dare gli input periodici per riaggiornare le politiche e le strategie pubbliche.
Un conto è fare un piano di settore sugli investimenti pubblici che determinano questi parametri, dopodiché deve essere l’Osservatorio che dà periodicamente la possibilità di verificare se le politiche messe in atto sono giuste o no, non possiamo aspettare che sia la Conferenza degli operatori o delle imprese a dirci se si sbaglia o meno.
E’ un Osservatorio che deve, però, a mio avviso, guardare in grande, deve riuscire a collocarsi nella competizione mondiale, perché è da lì che deve uscire se dobbiamo investire su Rimini e soprattutto Rimini in un senso o invece vedere come fare entrare città come Ravenna e Ferrara in un’offerta, quindi quanto spingere più sulle città d’arte (cosa nella quale siamo molto indietro): Ravenna, ad esempio, è una città stupenda ma nessuno lo sa – e questo è già assurdo anche per noi stessi -, la stessa cosa varrebbe sul delta, la stessa cosa varrebbe per delta del Po, la stessa cosa varrebbe per Ferrara.
Quindi Osservatorio come strumento fondamentale in questo senso.
Con l’APT abbiamo chiuso una vicenda abbastanza difficile e tormentata.
Credo che la legge che oggi pomeriggio andrà in Consiglio (per questo dovrò scappare subito dopo l’intervento) raddrizzi un momento la situazione: oggi l’APT è commissariata, ha un esperto che deve fare la fattibilità dei progetti, con la legge si stabilisce che l’APT è formata da 5 esperti scelti dalla Giunta, da un Presidente scelto dal Consiglio e che agisce in piena autonomia ma all’interno delle procedure pubbliche nella spesa dei finanziamenti; diversamente non potrebbe essere perché se fosse una struttura privata – a parte che ci vorrebbe una legge che lo definisse – la Regione dovrebbe fare degli appalti per poter dare i soldi, invece viene riconfermata come Ente strumentale della Regione per fare le campagne promozionali.
Io sento di poter rassicurare che già dalla politica ai progetti in formazione del ’95 siamo riusciti a fare un salto di qualità nei progetti di promozione, nel senso di quei punti che io finora ho detto e che sono quelli che connotano la strategia regionale.
Vi ringrazio dell’ospitalità.

MARCELLO PASQUARELLA
Ringrazio l’assessore regionale Bottino per il suo contribuito ai nostri lavori.
La strategia di cui lei ha parlato – marchio unico, Università – almeno per quello che riguarda la Romagna si scontra con quelli che sono i campanilismi romagnoli: io che sono romagnolo so che questo sarà difficilmente realizzabile, anche se vedo che è l’unica strada per poter andare avanti perché all’estero vogliono un prodotto omogeneo, non vogliono prodotti differenziati da Comune o Comune e quindi, per poter vendere un prodotto, bisogna avere un prodotto omogeneo.
Anche il Sindacato è su queste problematiche, ha gli stessi obiettivi: quando si parla di qualità globale siamo d’accordo, sono anni che lo diciamo.
Sull’Osservatorio pensiamo che sia il volano per innescare un sistema che regga oltre l’emergenza e oltre alla contingenza, sull’APT speriamo che la legge nuova produca quello che da tanto tempo aspettiamo.
Ringraziamo l’assessore, ci dispiace che non possa rimanere con noi, ci saranno altre occasioni per discutere di queste cose. Grazie a tutti quanti, vi aspettiamo oggi pomeriggio.

MODERATORE
La parola al dottor Flavio Sangalli, Presidente del CERIT.

FLAVIO SANGALLI – Presidente CERIT
Mi è stato concesso un arco di tempo che vorrei utilizzare in maniera produttiva senza "splafonare".
L’intervento che farò io sarà un po’ il seguito anche di quanto si è sentito oggi, anche se il taglio, in una certa misura, cambierà, nel senso che oggi abbiamo visto, attraverso quanto ci ha preceduto nel dibattito e negli interventi, una descrizione, una focalizzazione sulle problematiche del turismo. Questo mi sembra ovviamente il naturale e necessario punto di partenza.
L’approccio, che è tipicamente nostro e che utilizzerò anche in questo caso, è quello più di carattere realizzativo, cioè se abbiamo visto il cosa e il quanto in termini di fenomeni o cose, appunto, che è opportuno fare questa mattina, adesso il passaggio che vorrei fare, dando questo mio contributo è quello di vedere un po’ il come procedere per arrivare a dei risultati, in modo di vedere come e quali processi l’operatore sindacato deve realizzare per trasformare i suoi obiettivi, una volta individuati in termini prioritari, in risultati, cioè in dati fatti.
Il mio intervento si articola in due parti con rapidissima premessa. Nella premessa richiamerei rapidissimamente alcune tendenze del turismo che ci servono poi all’inquadratura delle due parti successive.
La prima parte dell’intervento, quella che entra più nel merito, riguarderà la modalità specifica dell’intervento del sindacato, che è la problematica della qualità del lavoro. Questo è lo specifico obiettivo del sindacato a cui seguirà la seconda parte, cioè l’individuazione o la proposizione delle modalità che possono trasformare gli obiettivi, anche prioritari, che si dà il sindacato nel settore, appunto i risultati, cioè cose che modificano il contesto, a cominciare naturalmente dal contesto del lavoro.
Una rapidissima premessa, come dicevo, che dà per scontato ovviamente moltissimo di quanto questa mattina si è sentito.
Un dato significativo da cui ci interessa partire è che nel prossimo futuro – e questo è da tutti riconosciuto – andremo verso sicuramente una crescita complessiva del fenomeno turistico (si hanno i dati mondiali e le tendenze sono quelle), ma andremo sicuramente verso un forte aumento della competitività tra i vari sistemi territoriali, nazionali o locali. Cioè il primo dato fondamentale è questo: una crescita c’è, ma con dei punti fortemente differenziati e con una crescita della competitività decisamente molto vivace.
Questo porterà – purtroppo mi posso soltanto limitare all’affermazione per garantire poi lo schema che garantisce appunto l’esposizione del discorso – a una maggiore necessità di articolare politiche di marketing aziendale ma soprattutto politiche di marketing locale o nazionale (marketing territoriale).
Tutti sappiamo naturalmente la differenza di complessità tra un’azione di promozione e un’azione di marketing; questo, quindi, presupporrà politiche e azioni molto più integrate e finalizzate rispetto ovviamente a semplici azioni di carattere promozionale.
Un’altra cosa fondamentale in termini di indicatore futuro sarà la presenza di una nuova logica imprenditoriale fortemente basata sulla qualità del servizio come vantaggio competitivo (si parla molto di qualità, anche oggi è stata citata molte volte, questo è sicuramente un dato). Ciò porterà ovviamente nel settore dei servizi e, per quanto ci riguarda, nel settore del turismo ad una riscoperta di ciò che è conseguentemente alla scoperta della qualità, cioè la centralità delle persone nei processi produttivi e nella costruzione del vantaggio competitivo (la qualità) e, quando si parla di centralità delle persone, si parla naturalmente di qualità delle prestazioni che i protagonisti umani di un fenomeno organizzativo, aziendale o territoriale, devono poter esprimere in maniera crescente nei diversi ruoli.
Un ultimo aspetto che vorrei richiamare in termini di premessa è che andiamo verso una visione sempre più sistemica del fenomeno turismo, in cui operano e devono operare sempre meglio l’operatore pubblico, l’operatore privato e l’operatore sociale (per operatore sociale naturalmente intendo l’operatore sindacale).
E’ difficile pensare che il successo competitivo di un’area territoriale di qualunque dimensione essa sia non nasca anche da una combinazione positiva delle azioni e dei comportamenti dell’operatore pubblico, dell’operatore privato e dell’operatore sociale.
Questo comporta, di conseguenza, non tanto dire all’altro operatore cosa deve fare, ma soprattutto, in termini ovviamente logici, approfondire da parte dei singoli operatori innanzitutto la qualità della propria prestazione e del proprio ruolo, in modo che il contributo di ognuno, sempre più qualificato, possa dare una somma superiore ai tre soltanto, ma uno più uno più uno, in questo caso, deve arrivare a quattro, a cinque e così via.
Allora, in questa ottica, vediamo le due parti che abbiamo prima richiamato in premessa. Il problema della finalità specifica dell’intervento del sindacato per migliorare il settore del turismo in generale e poi – lo vedremo successivamente – con quali modalità si può suggerire che il sindacato operi per arrivare agli obiettivi dati, per trasformare, cioè, gli obiettivi in risultato. Mi pare che la finalità specifica con cui e per cui il sindacato deve operare nasca da una sfumatura, quella di esaltare, in questa caso, in termini di tutela e promozione la qualità del lavoro, la qualità della prestazione dei lavoratori. Questo non soltanto dai corrispondenti alle finalità storiche del sindacato, ma anche perché, come si è detto prima, la qualità della prestazione – e i lavoratori dipendenti ne danno un contributo significativo – è anche collegabile alla competitività del sistema di impresa o sistema territoriale.
Quindi una politica del sindacato tendente a migliorare la qualità del lavoro, la conformità allo scopo del lavoro naturalmente è una politica che parte da interessi e da esigenze specifiche di ruolo del sindacato, ma ha una valenza anche più ampia.
Quanto ci sia da migliorare in termini di qualità del lavoro è a tutti noto.
Richiamo soltanto in maniera molto sintetica alcuni dati che come CERIT abbiamo fatto un paio d’anni fa a Milano, sulla composizione della forza lavoro nel settore turistico a Milano. Questi dati sono ulteriormente modificati nella situazione di contesto stagionale, in quanto sappiamo che prevalentemente a Milano la condizione del lavoro nel settore del turismo è una condizione sufficientemente stabile dato il tipo di domanda turistica che si rivolge ad una città come Milano, dove più dell’80% delle presenze sono motivate da affari, da motivazioni che vanno oltre ovviamente l’aspetto non strettamente legato al lavoro.
Il discorso della scolarità, per esempio. Abbiamo visto come negli alberghi la scolarità sia nella moda, cioè come nella fascia più importante sia di carattere medio basso, con il 54% di persone che avevano solo la scuola dell’obbligo.
Abbiamo fatto confronti alberghi/agenzie – e lì ci sono delle differenze che richiameremo anche per altri indicatori-: nelle agenzie, invece, più del 50% erano diplomati e diplomati del settore.
Una cosa interessante che poi richiameremo, che ci serve anche per alcune valutazioni successive, è il discorso della motivazione al lavoro: nel 45% dei casi, dei lavoratori negli alberghi è una scelta casuale, non legata ovviamente ad una vocazione di settore, vocazione che, invece, si trova nei due terzi (66%) dei lavoratori che operavano nelle agenzie di viaggi.
Anche gli inquadramenti cambiavano: nel 33% dei casi erano di sesto livello negli alberghi, nel 39% degli intervistati erano di terzo livello nelle agenzie.
Cambiavano anche le aspettative: negli alberghi erano di carattere essenzialmente economico, quindi di carattere tendenzialmente riduttivo rispetto alla risposta, alla gamma dei bisogni; nelle agenzie, anche con un pubblico – bisogna dire – di lavoratori mediamente più giovani, erano di qualificazione professionale.
La stessa cosa per l’ultimo indicatore: l’aggiornamento professionale costante, visto che se ne parla tanto, negli alberghi coinvolgeva neanche il 20% degli addetti, nelle agenzie superava il 25% degli addetti.
Quindi grossi problemi di miglioramento della professionalità naturalmente ci sono; ci sono e sono legati al fatto che il mercato del lavoro, se vuol essere un mercato sano, non drogato, non inquinato da fattori congiunturali, come vedremo, richiede una maggiore qualità del lavoro, perché alla qualità del lavoro naturalmente corrisponde ad una qualità della prestazione che è significativa per il servizio e la competitività.
Naturalmente c’è un problema di arricchimento del lavoro se si vuole perseguire questa strada, che è un arricchimento legato non soltanto ai contenuti tecnici della prestazione ma, per il tipo di servizio che oggi verrà sempre più erogato e che viene sempre più percepito più o meno positivamente dal cliente, molto legato all’arricchimento dei contenuti relazionali del lavoro e dei contenuti organizzativi.
A questo punto si crea naturalmente un problema di crescita delle prestazioni, lavorando sulle quattro classiche componenti di prestazione: occorre attuare una politica del lavoro che possa portare e mantenere nel settore persone con attitudine al lavoro tipico del settore (l’attitudine è una componente importante), che possa mantenere nel settore persone che maturano, in termini di capitalizzazione delle capacità, un’esperienza specifica nel settore; una politica delle prestazioni che sia legata a garantire motivazione al lavoro di qualità nel settore, legata quindi alla soddisfazione di bisogni primari e secondari, e, da ultimo, ma non ultimo di importanza, il discorso di una formazione permanente che recuperi, accanto ai contenuti tecnici, anche i contenuti relazionali e organizzativi che diventeranno contenuti sempre più importanti nell’organizzazione del lavoro del futuro.
Per raggiungere questo tipo di obiettivi, che sono specifici naturalmente del ruolo dell’operatore sindacato, ma – abbiamo visto – estremamente importanti per la competitività dei sistemi aziendali, dei sistemi territoriali nel turismo, naturalmente occorre un come: a questo punto occorre vedere come il sindacato può convenientemente operare per arrivare a questo tipo di obiettivi.
Quindi alcune considerazioni preliminari sono necessarie.
Un primo dato importante è l’obiettivo "come miglioriamo noi", per dare un contributo di carattere sistemico al miglioramento del sistema in generale, un sistema dove – abbiamo visto – si trovano direi quasi in uguale peso la presenza e il ruolo dell’operatore pubblico, privato e sociale, "come miglioriamo noi" diventa, quindi, un punto di partenza importante. E qui c’è un primo passo culturale da fare del sindacato – e questo lo dico da un osservatorio che è estremamente contiguo alle esperienze sindacali, sviluppando ormai da vari anni un’attività collaterale, parallela all’impegno delle organizzazioni sociali e delle organizzazioni che operano nel campo dell’economia sociale.
Il primo punto di partenza è inventare – usiamo questo termine, anche se poi non proseguiremo nella definizione dell’invenzione – una politica del lavoro e una politica dell’organizzazione sindacale che sia profondamente diversa da quella che anche il settore del terziario ha mutuato; ed è la politica che ha alla base, come assunto di base, le esperienze e la cultura del sindacalismo industriale. Probabilmente rivedere termini e modalità di una politica del sindacato per fare in modo che ci sia un intervento specifico nel settore del sindacato, nel settore del terziario, è un lavoro non tanto culturale in senso astratto ma di modalità, di assunti, di approcci, di linguaggi, che diventa necessario per presidiare un settore, quello del terziario, che diventerà, nell’ambito del mercato sociale del sindacato, sempre più importante.
Un secondo aspetto, in termini di considerazione preliminare per vedere deve operare il sindacato per trasformare i suoi obiettivi in risultati, è il confronto con l’altra parte sociale: ci troviamo di fronte a un ceto imprenditoriale che ha le caratteristiche medie di un ceto imprenditoriale di piccole e medie imprese, con le sue culture, con le sue dinamiche, con le sue storie, e questo è un dato di confronto che va considerato e tenuto presente.
Il terzo aspetto è quello di orientare la politica del lavoro, dei dati quantitativi, come dicevamo, ai dati qualitativi, cioè a ciò che migliora la qualità della prestazione, quindi il valore del lavoro prestato dal lavoratore.
Una quarta considerazione preliminare – a questo punto è conseguente a quanto detto – è la definizione di un minimo di strategia del sindacato per l’intervento nel settore. Sostanzialmente è fondata – io vado per sintesi, per cose più importanti – su due aspetti fondamentali: la chiara definizione per priorità di alcune finalità, cioè cosa riteniamo più importante da fare e come lo perseguiamo; il secondo aspetto importante nella definizione di questa strategia è come utilizziamo strumenti e opportunità che abbiamo a disposizione per arrivare agli obiettivi dati.
Vediamo allora rapidamente quali potrebbero essere, secondo la nostra valutazione naturalmente, sempre in maniera molto sintetica, ma quello che conta, appunto, è il percorso di carattere organizzativo, le finalità più importanti che il sindacato deve perseguire in questo campo per rendere più produttiva la sua azione, fare in modo che le risorse, il tempo, le attenzioni impiegate diano un maggior risultato positivo per il lavoratore, la … del sindacato, il contributo al sistema in generale.
Una prima finalità che deve essere naturalmente perseguita è una chiara e definita politica economica occupazionale del settore.
Lo specifico del sindacato nel legare la politica economica di settore ha un primo dato fondamentale: è la politica occupazionale. Questa relazione è evidentemente prioritaria per il sindacato. Dobbiamo attivare, attuare, proporre e sostenere scelte di politica economica settoriale – e oggi ne sono scaturite molte – con una stretta ed evidente relazione con la politica occupazionale. Se non altro, in questo caso, sappiamo tutti che il dato quantitativo è significativo, cioè l’occupazione in questo settore diventerà una componente del nostro mercato sociale sempre più significativa; quindi le scelte di politica economica vanno, dal nostro angolo visuale, supportate da scelte collegate tra politica economica e politica dell’occupazione.
Una seconda finalità è proprio, invece, di carattere qualitativo, ed è quello che prima rapidamente si diceva; cioè una politica della qualità del lavoro, dell’impresa e del servizio. E’ il discorso della qualità che va portato alle sue conseguenze. Va visto che cosa vuol dire qualità – tutti sostanzialmente lo sappiamo -; qualità vuol dire due processi: processo di soddisfazione crescente al cliente, processo di ottimizzazione crescente dei processi interni. Questo tipo di discorso deve essere una finalità del sindacato, che si batte facendo le scelte conseguenti, per una competitività dell’impresa basata su questo fattore, che è un fattore strutturale.
Io sono convinto personalmente, ma entro volutamente nei dati perché oggi si è già detto molto in merito, che il turismo, e il turismo anche di questa area, sopravviverà nei prossimi anni; l’importante è forse utilizzare questa fase perché, garantita, tutto sommato, la sopravvivenza, si possano mettere le basi dello sviluppo, cioè passare da valutazione o da condizioni di carattere congiunturale (vedi svalutazione ed altro) a condizioni di carattere più strutturale.
Il perseguimento di questa seconda finalità, la qualità del lavoro, comporta anche ovviamente una politica che "soddisfi" le condizioni del lavoratore, perché dalla soddisfazione alle condizioni del lavoro nasce, appunto, la condizione della qualità della prestazione del lavoro.
Quindi i discorsi collegati all’ambiente, all’organizzazione del lavoro, ai contenuti del lavoro, alle condizioni economiche normative, non sono discorsi sindacali in senso stretto, sono discorsi sindacali in senso specifico che hanno una valenza molto più elevata oggi quando riconosciamo tutti che la qualità del servizio è un fatto competitivo, esso nasce per buona parte anche dalla qualità delle prestazioni umane.
Un altro aspetto strategico e fondamentali, perché è nelle componenti di prestazione, è prendere in mano e quindi gestire i processi del mercato del lavoro e della preparazione del lavoro (quindi, per esempio, anche i processi di formazione di base continua). Abbiamo visto nella ricerca citata i livelli di formazione di base e i livelli bassi di formazione continua.
Quindi il discorso di intervenire, per esempio, nella formazione è un discorso strategico per il sindacato che garantisce la qualità delle prestazioni del lavoro.
Un altro aspetto interessante, che cito appena, è che accanto al sindacato, come più contiguo rispetto al lavoro dipendente, c’è naturalmente il lavoro autogestito.
In questo settore possono esistere condizioni, esempi e casi in cui si può anche promuovere, nella diversità delle forme del lavoro a cui andremo incontro, anche del lavoro autogestito, in questo caso, nella nostra esperienza nazionale, del lavoro cooperativo.
Gli strumenti e la modalità. La seconda parte significativa è vedere, appunto, in che modo si possa intervenire per perseguire queste finalità.
Qui il problema fondamentale, secondo il lavoro fatto anche in questi anni sulla base delle rilevazioni, è quello di saper coniugare come sindacato, di proporre al sindacato (il nostro compito naturalmente è di carattere propositivo) mezzi, strumenti e supporti perché, accanto a una buona capacità di rappresentante contrattuale, si crei una sostanziale e paritaria capacità realizzativa. Il risultato dell’azione sindacale, in molti casi, non finisce nel contratto, finisce nella realizzazione di cose presenti nel contratto.
Questo tipo di discorso, questi vari livelli realizzativi sono importanti per completare il ciclo del servizio che il sindacato mette a disposizione del lavoratore.
Anche qui, in maniera molto sintetica per rimanere nel tempo che mi è stato concesso, poi questo evidentemente, come vedete, è un percorso operativo delineato, occorrono tre livelli di carattere realizzativo su cui, secondo noi, è bene che si focalizzi, per trasformare gli obiettivi in risultato, l’impegno del sindacato.
Il primo livello realizzativo è un discorso di rappresentanza tipico del sindacato, degli interni di rappresentanza, degli interessi di carattere settoriale; questo è fondamentale. Cioè: il settore del lavoro del turismo va rappresentato e rappresentato al meglio anche nei confronti delle parti sociali.
Nei confronti delle parti sociali le scelte prioritarie (poi naturalmente ce ne sono altre) sono quelle di sostenere la legittimità e la validità della scelta della qualità del servizio come struttura di fondo della competitività, non congiunturale ma strutturale, del sistema impresa o, meglio ancora, più in generale, del sistema territorio. Occorre, cioè, naturalmente una coerenza propositiva e rivendicativa fra la ricerca della qualità del lavoro tipico del sindacato, ma di aiuto al sistema impresa e al sistema territorio, e la rivendicazione in termini di rappresentanza che si fa nel settore, sostenendo, appunto, nei confronti degli imprenditori che questa è la scelta che va perseguita, che può trovare, proprio perché è una scelta che ha delle convergenze comuni, quella convergenza che permette un approccio sistemico propositivo fra l’operatore privato e l’operatore sociale.
Lo stesso discorso, molto coerente (oggi si è anche richiamato), vale nei confronti della pubblica amministrazione in generale, dei vari livelli di intervento dell’azione pubblica nel settore. Lì sicuramente, senza fare molte perifrasi, il problema fondamentale è la qualificazione della spesa pubblica, che deve essere, nell’ottica che stiamo richiamando, quella di supportare la crescita dei livelli qualitativi, e quindi garantire – sinteticamente si può dire – contributi e supporti all’impresa nella misura in cui questa certifica la sua qualità: probabilmente è una scelta valida che può essere sistematicamente perseguita.
Un secondo livello realizzativo è l’utilizzo degli spazi contrattuali; come voi sapete benissimo, nel vostro contratto ci sono spazi per sperimentare innovazioni nell’organizzazione del lavoro. Questa è una cosa, secondo me, validissima: tante volte è dai progetti concreti e dalle sperimentazioni che nascono nuove modalità che possono essere poi generalizzate.
Negli approcci di qualità totale si parla di costruire cantieri, cioè laboratori in cui si sperimentano in questo caso modelli innovativi di organizzazione del lavoro con il contributo degli imprenditori e del sindacato, appunto; e poi si vede se questi modelli organizzativi possono essere e come possono essere generalizzati.
Direi, però, che lo strumento gestionale più specifico che individua il terzo livello realizzativo a disposizione del sindacato e, in questo caso, le parti sociali, è lo strumento degli enti bilaterali, i quali sono stati – usando un termine brianzolo – una pensata estremamente intelligente da parte del sindacato di accettazione dell’altra parte sociale, perché è una cosa giusta; ma diventerà estremamente più giusta quando verranno fatti, generalizzati e utilizzati al meglio. Perché? Perché con quello strumento si creano le condizioni, le modalità e il contesto in cui si possono fare quelle convergenze nella diversità e complementarietà e nella qualità dei ruoli che prima, in maniera sintetica, abbiamo richiamato.
Il problema, allora, su questo aspetto, diventa proprio tipicamente realizzativo. Accanto ad una validissima intuizione politica, una valida realizzazione contrattuale, occorre affrontare la terza fase del processo, cioè la realizzazione; perché l’output, il risultato finale di questa validissima intuizione politica ci sarà quando queste strutture verranno concretamente realizzate e utilizzate.
A questo punto occorre ovviamente farsi carico di ciò, vedere la realizzazione, la concretizzazione degli enti bilaterali come una priorità strategica del sindacato per attuare i "come" con cui arrivare agli obiettivi che si sono dati.
Cosa occorre, quindi, sinteticamente? Sostanzialmente il percorso operativo è fatto da quattro passi: una progettazione esecutiva ovviamente efficace; una gestione efficace in gradi di dare continuità alle scelte politiche, quindi non soltanto progettare l’ente, ma poi anche gestirlo; una sua generalizzazione (questa struttura avrà significatività nel contesto del sistema, per esempio, nazionale, altrimenti diventa un’esperienza di passaggio, invece ha significatività se si generalizza), e l’utilizzo di supporti gestionali e professionali adeguati.
Avendo visto il "cosa" bisogna fare come priorità come sindacato e il "come" si può operare come sindacato per arrivare a questo tipo di obiettivi, trasformandoli in risultati, il problema è cogliere la dimensione più significativa di impegno su cui oggi si deve spendere, secondo me, il sindacato, cioè quella di rendere conseguenziale ed indispensabile il rapporto tra la rappresentanza politica, lo strumento contrattuale e la capacità gestionale di attivare le conquiste contrattuali o i risultati politici. E’ questo completamento del ciclo produttivo il problema di svolta fondamentale per costruire quello che è un sindacato di carattere realizzativo; un sindacato, cioè, dove si completi il ciclo di servizio – potremmo dire – dei lavoratori, gestendo in maniera contemporanea (questa è la nuova sfida della qualità, in questo caso, del gruppo dirigente sindacale) l’azione politica che è fondamentale per gli intuiti e per la rappresentanza.
L’azione contrattuale, che è importante e fondamentale per definire le condizioni di certificazione del lavoro e della sua qualità, e l’azione gestionale possono creare quelle condizioni migliorative per il lavoro e per il sistema di impresa che oggi sono la chiave di svolta per arrivare a costruire un sistema territoriale, un sistema di impresa e un mondo del lavoro che abbia non soltanto lo sfruttamento del contingente, ma possa abbastanza tranquillamente guardare con speranza anche al futuro e questo è un lavoro importante per il sindacato: garantire il lavoro oggi e il lavoro domani.
Grazie.

MODERATORE
Ringraziamo Sangalli. Diamo ora la parola al signor Claudio Bottoni, Direttore del Grand Hotel di Rimini.

CLAUDIO BOTTONI – Direttore Grand Hotel di Rimini
Buongiorno a tutti.
Era prevista una relazione del Commendatore Arpesella, titolare del Grand Hotel, il quale vi trasmette i suoi saluti e un augurio di buon lavoro, ma è purtroppo assente, quindi sono incaricato di tenere questa relazione in sua vece.
Ovviamente questo intervento riflette il punto di vista di questa società e vuole dare il suo contributo in termini di idee sul prodotto, sulle strategie, sul mercato e non già in materia strettamente sindacale (sono uscito un po’ scioccato dall’intervento precedente, perché era molto tecnico e, personalmente, l’ho trovato abbastanza disallineato rispetto quelle che sono le realtà operative, del turismo medio, che è un po’ più bassa: aveva una connotazione industriale come intervento).
La nostra società (i Grand Hotel), soprattutto negli ultimi anni, ha prodotto un consideravole sforzo per inseguire il mercato, compiendo notevoli investimenti realizzati secondo una precisa ottica di marketing strategico. Ha rinnovato considerevolmente il proprio prodotto sia all’interno della struttura, sia verso la riorganizzazione amministrativa e gestionale, adottando le più moderne concezioni di budget operativo.
I nostri servizi sono diventati molto più efficienti, sono state ristrutturate migliaia di metri quadrati di ambienti, si è allargato il periodo operativo, passando dai pochi mesi al lavoro annuale.
E’ stato costruito, inoltre, il nuovo centro congressuale, Grand’Incontri, il quale risponde oggi alle più sofisticate esigenze del settore ed è divenuto il più importante polo di gravitazione di ciò che ormai può essere definito, assieme al Grand Hotel, una vera industria alberghiera che, al fascino della struttura, ha saputo unire uno spessore tecnico di qualità adeguata ai tempi. Diciamo che dal punto di vista imprenditoriale sono stati compiuti notevoli sforzi che avrebbero richiesto anche un adeguato supporto promozionale; abbiamo creato un prodotto e abbiamo necessità promozionali.
Sappiamo tutti che sono molte le aziende alberghiere italiane che hanno prodotto sforzi di ristrutturazione, così come sono molte quelle che sono sorte negli ultimi anni e che si trovano in grandi difficoltà, soprattutto nell’ultimo biennio, nella ricerca di canali commerciali utili, sia interni che esterni, finalizzati ad un buon risultato economico.
Sappiamo invece altrettanto bene che le politiche turistiche nazionali, rappresentate in passato dall’ENIT, pochissimo hanno prodotto negli anni, in quanto agivano con ruolo di poco superiore alle semplici funzioni di rappresentanza.
Le potenzialità dell’Europa verso Rimini del settore turistico stanno subendo grosse modifiche.
E’ mutato sensibilmente in negativo il processo di penetrazione dei mercati, in quanto la concorrenza di altri Paesi, per gli europei, è diventata più allettante. Crescono le esigenze dell’utenza e si frantumano in una ricerca di prodotti diversi sia per tipologia che per destinazione.
Occorre essere molto più competitivi, non solamente a livello di prodotto, ma anche in diversificazione dei veicoli promozionali; e fare ciò richiede molte più risorse finanziarie di quanto non si sia erogato in passato.
E’ tempo di prendere finalmente coscienza che il prodotto turismo, sia in Italia come nella nostra area, dispone di tesori incommensurabili che devono essere messi a fuoco (questo lo dimentichiamo spesso), devono essere riorganizzati e presentati ai vecchi e nuovi mercati: abbiamo dell’esistente.
Così come gli europei hanno attraversato gli oceani in massa, gli italiani, non ultimi, alla ricerca dell’esotico, non dobbiamo dimenticare che per gli americano, sia del nord che del sud, così come per tutti i Paesi orientali, noi rappresentiamo l’esotico. In effetti nel campo dell’arte e della cultura disponiamo del meglio di ciò che si può trovare al mondo, e non solamente nelle città a vocazione turistica globale; nelle città minori, così come nella nostra area, siamo in grado di offrire un prodotto estremamente interessante ed articolato che compone un mix ineguagliabile in tutto il continente europeo, questa è una realtà. Bisogna esserne convinti e ragionare in termini di organizzazione promozionale.
Per divulgare un prodotto è necessario avere le risorse umane addestrate allo specifico compito.
Le nostre scuole turistiche, che continuano a sfornare addetti ai servizi tradizionali di bar, cucina, sala, ricevimento, dovranno anche cominciare a riflettere su chi domani dovrà vendere i servizi, ai quali i giovani addestrati tradizionalmente saranno addetti, sia a livello pubblico che privato. Occorrerà quindi addestrare giovani alla vendita di questi servizi, alla promozione, alla conoscenza dei mercati, alla conoscenza di usi e abitudini di altri Paesi, al fine di poter conoscere le psicologie dei turisti esterni che andremo a sensibilizzare.
E’ proprio di questi giorni la notizia che una iniziativa nella quale si è creduto sia a livello regionale che a livello imprenditoriale, alla quale abbiamo dato il nostro apporto come Grand Hotel, ha prodotto il magnifico risultato di ottenere un primo flusso di turisti americani organizzato verso questa regione, con un sacrificio pubblico e privato. Si tratta di un lusinghiero risultato che deve essere tuttavia alimentato e perseguito costantemente con profonde iniziative promozionali.
Queste iniziative sono percorribili solamente sensibilizzando lo Stato verso più consistenti investimenti in questa direzione, in quanto una singola azienda, un singolo gruppo di alberghi e neppure una singola area possono disporre di energie finanziarie così importanti.
Ritengo che anche le organizzazioni sindacali, che hanno a cuore la qualificazione dei lavoratori e l’allungamento dei periodi di lavoro, dovranno fare bene la loro parte al fine di sensibilizzare quanti potranno essere utili a questo scopo.
Si stanno inoltre timidamente muovendo verso l’Italia e verso il nostro territorio numerosi turisti dei Paesi dell’Est. Non so quanti sappiano che questi Paesi hanno in comune con noi, nei loro libri di storia, una parte importante della storia, in quanto i loro libri iniziano dalla storia romana, ed è pertanto naturale, uscendo dal proprio Paese, il desiderio primario di visitare ciò che possiedono culturalmente, dando corpo alle memorie dell’infanzia.
Siamo sicuramente una meta privilegiata e dovremmo approfittarne in modo decisivo e convincente, presentandoci alle loro fiere di settore e sui loro mercati con prodotti adeguati alle loro esigenze, che dovranno essere conosciute ed approfondite. Sarà pertanto necessario impostare una politica di marketing che dovrà prevedere l’impiego di uomini (uomini di marketing) e le notevoli risorse finanziarie occorrenti alla commercializzazione.
Occorrerà, pertanto, sviluppare rapidamente la cultura del marketing con l’addestramento di nuove figure professionali che potranno agire sui diversi mercati.
Occorrerà inserire l’apprendimento e la conoscenza di nuove lingue.
Se sapremo produrre questi sforzi, raggiungendo questi obiettivi, il mercato del lavoro diverrà certamente più stabile e qualitativo. Grazie.

MODERATORE
Diamo la parola a Salvatore Caronia, Segretario Nazionale della UILTUCS.

SALVATORE CARONIA – Segretario Nazionale UILTUCS
In questa riunione mi era stato affidato il compito di fare una puntualizzazione tra di noi sulle condizioni del mercato del lavoro e della nostra iniziativa attorno ad esso.
Pur tuttavia, chiaramente i temi che sono stati qua introdotti, anche per esigenze naturali, nel senso che parlare di turismo significa interagire con un mondo di competenze e di interventi, oggettivamente – abbiamo visto tutti – necessitano poi di una politica di programmazione in sostanza; quindi non c’è possibilità politica turistica se non si pensa ad una politica di programmazione.
Credo, però, che molti meglio di me abbiano già detto tutto quello che forse c’era da dire su questo terreno e vorrei, quindi, tentare di dire, anche considerato che, tutto sommato, nel pomeriggio la platea è più "nostra", che forse anche qualche nostro intervento in merito a quello che è un tema che ci sta a cuore, un tema importante anche ai fini della politica stessa del turismo, credo vada un po’ compiuto.
Partiamo da un assunto. Sicuramente c’è, bisogna prenderne atto, nella legislazione in generale, nella tendenza di questa competitività di questo villaggio globale, un tentativo di notevole cambiamento nelle regole del mondo del lavoro. Io credo che noi dobbiamo prendere atto di questo cambiamento; dobbiamo governare questo cambiamento e starci dentro.
Farò solo qualche riflessione.
Si parla in questi giorni con notevole insistenza della privatizzazione del collocamento; si parla del’introduzione di ulteriori flessibilità in ordine ai contratti a termine, ai part-time: tutte questioni che noi certamente abbiamo anche già definito in termini di materia contrattuale; si parla molto, inoltre, di lavoro interinale, che è un altro tema sicuramente interessante.
Io dico che la nostra contrattazione nazionale su questo terreno ha già introdotto parecchi elementi di flessibilità ed ha anche favorito l’avvicinarsi a un mondo che sicuramente è molto diverso dal modello industriale, anche se non possiamo nasconderci tra di noi che per molto tempo e ancora, tra di noi, prevalgono elementi di rigidità rispetto anche a come viviamo il mondo del lavoro in questo settore e complessivamente nel settore del terziario.
Io dico che forse sarà nostra evidenza primaria rafforzare ciò che abbiamo fatto sul terreno nazionale e in sede locale. Con questo voglio dire che noi dobbiamo aprire sul terreno locale delle relazioni sindacali che sono difficili da aprire: io conosco perfettamente le difficoltà che abbiamo anche a causa della complessità delle associazioni imprenditoriali che ci si presentano. Noi abbiamo una parcellizzazione non solo delle imprese ma anche delle associazioni imprenditoriali. Io credo, però, che questa sia una strada che noi dobbiamo perseguire e in questa strada alcune indicazioni si possano cogliere.
Noi abbiamo il bisogno di lavorare su un terreno che diversifica il nostro intervento in termini di relazioni sindacali e puntare molto sulla contrattazione territoriale (e questo io credo che possiamo farlo), cioè dare una risposta ai lavoratori della piccola azienda che – abbiamo visto – è prevalente, e dare una risposta magari sicuramente diversa da quella che possiamo dare alla grande azienda.
Per fare questo, però, bisogna che noi convinciamo soprattutto le nostre controparti che sia necessario avviare rapidamente una cultura concertativa, superare quindi quello schema imprenditoriale che danneggia per prima l’impresa, cioè quella cultura addirittura familiare che oggi è presente nella microazienda turistica.
Per fare questo noi abbiamo l’esigenza di costruire degli enti bilaterali, sempre di servizio (non sono innamorato né affascinato dal terreno che sceglieremo), ma che possono candidarsi ancora meglio di altri, secondo me, a gestire il mercato del lavoro.
Se è vero che alcuni processi interverranno, processi che io credo non saremo in grado fermare, abbiamo invece la necessità di governare questi processi.
Credo allora che gli enti bilaterali, dove noi siamo una parte importante, possano candidarsi a governare il mercato del lavoro, possano candidarsi a governare sostanzialmente il collocamento, possano governare il lavoro extra e i contratti a termine, cioè possano sostanzialmente far sì che le parti sociali, di comune intesa, realizzino una condizione primaria, quella del governo del mercato del lavoro.
Molti, prima di me, si sono soffermati sull’esigenza di assicurare una crescita a questo settore, di garantire la qualità del lavoro. Ebbene, se noi non faremo questo, io credo che non potremo assicurare la qualità del lavoro, perché allora le imprese si rivolgeranno autonomamente nel mondo del precariato, il quale, se non è canalizzato, non potrà offrire nessuna qualità del lavoro.
Noi dobbiamo, invece, creare le condizioni affinché all’interno degli enti bilaterali si creino le condizioni di una stabilità per i lavoratori, seppure in un processo di precarietà dell’occupazione, attraverso una serie di interventi che, a mio avviso, sono tutti possibili. Immagino la formazione continua quale elemento strutturale che può accompagnare i processi di flessibilità, immagino la possibilità di agire anche sul fronte della disoccupazione con interventi diversi.
Mettendo insieme queste esigenze, quindi, io credo che noi potremo costruire, seppure in un mondo – ripeto – di "precariato", anche una stabilità occupazionale a questi lavoratori, favorendo sostanzialmente una qualità del lavoro che altrimenti non è possibile sostenere.
Dirò di più: sono anche altrettanto convinto che in un settore come questo occorra svolgere il lavoro quando c’è, e credo quindi, anche qua, che un ragionamento più complessivo in ordine alle flessibilità sull’orario di lavoro, in termini territoriali, possa essere affrontato.
Cosa intendo dire? Se noi non sapremo agire su questa leva, corriamo un rischio che, peraltro, è già presente: io so che ci sono alcune aziende del settore turistico anche di grande prestigio che in questi giorni ci stanno proponendo ipotesi di progetti di ristrutturazione aziendale che passano attraverso un processo di terzializzazione dei servizi.
Cosa significa? Significa che, se noi non sappiamo mettere in moto un meccanismo che governi la flessibilità dell’orario di lavoro e che quindi superi alcuni schemi che noi abbiamo in mente che ci derivano dal sistema industriale, c’è il rischio che sostanzialmente le aziende (le aziende ricettive) procedano a mantenersi personale di regia e di ricevimento; dopodiché tutti i servizi diventano appalti e non hanno neanche bisogno del lavoro interinale, perché sostengono che si possa attuare un processo di terzializzazione senza neanche l’esigenza del lavoro interinale. Immaginatevi questo, ancora, con l’introduzione del lavoro interinale: io credo che questo sarebbe sconvolgente per il nostro settore.
Ma credo ancora di più che di questo dobbiamo convincere gli imprenditori, perché processi di terzializzazione di questo tipo, secondo me, non garantiscono né la qualità del lavoro, né la qualità del servizio, non garantiscono neppure quel prodotto turistico a cui voi tutti vi siete richiamati fino a questo momento.
Quindi credo sostanzialmente che lo sforzo che noi potremmo fare va nella direzione certamente di introdurre magari elementi di flessibilità, ma abbiamo l’esigenza di governarla, altrimenti diventa non solo unilaterale e si rischia di far sì che anche gli imprenditori approfittino eccessivamente di questi elementi di flessibilità.
E allora, se nella grande azienda questi governi potremmo garantirceli attraverso le rappresentanze sindacali, nella piccola azienda credo che dovremmo ottenere questi strumenti all’interno degli enti bilaterali. Penso che questo sia il meccanismo per il quale noi possiamo adoperarci rispetto al governo del mercato del lavoro.
Credo, peraltro, che, se siamo in grado di far questo, ci mettiamo certamente noi una grande quota per realizzare questo obiettivo, ma credo che anche la stessa impresa abbia tutti i vantaggi a fare questo lavoro assieme a noi, in quanto questo li può tutelare anche da una eventuale … che altrimenti non le sarebbe sicuramente scontata.
In sostanza, quindi, da quello che abbiamo visto, da quello che è stato il risultato di questo convegno, siccome ogni economia turistica non è similare a un’altra, il mercato turistico risponde a quell’esigenza di mercato dove esso è allocato; chiaramente questi processi non possono che essere processi governati e contrattati in sede territoriale, devono rispondere a quel tipo di mercato.
Certo è che laddove noi abbiamo stagionalità che raggiungono, ad esempio, i dieci mesi è più facile fare un tentativo attraverso solo la formazione continua come elemento di sostegno al reddito e quindi di strutturazione del sistema; certamente diventa molto più difficile in un territorio dove magari questo limite è più difficile raggiungerlo.
In questo senso credo che noi avremo e potremo dare un grande contributo, così come abbiamo fatto sostanzialmente anche nella giornata odierna.
Quella che abbiamo fatto è stata una grande iniziativa, quella di oggi è un’iniziativa importante perché intanto ci dà la consapevolezza che siamo un grande Sindacato confederale, che ci muoviamo dal problema generale (in cui mettiamo anche i nostri problemi), che possiamo avere un grande rapporto con le istituzioni e con gli imprenditori, ma che abbiamo anche la capacità – e questo credo che vada a merito di noi tutti – di costruire anche un altro elemento di grande elaborazione unitaria che ci permette di costruire meglio anche quell’unità che noi stiamo pensando. Credo che questo sia stato il miglior modo per costruire questo rapporto tra di noi.
Quindi, da questo punto di vista, ritengo importantissima questa iniziativa anche per il valore nazionale che questa stessa assume rispetto non solo alla politica di settore, ma anche ad un maggior coinvolgimento sulla politica unitaria che dovremo costruire.
Grazie.

MODERATORE
Ringraziamo Caronia. Prima di dare la parola ad Aldo Moretti per le conclusioni, informo coloro che sono interessati a partecipare alla Conferenza Programmatica della Regione Emilia Romagna, precedentemente prevista per il giorno 28, che è stata anticipata al giorno 27. Diamo ora la parola, per l’intervento conclusivo, ad Aldo Moretti, Segretario Generale della FILCAMS CGIL.

ALDO AMORETTI – Segretario generale FILCAMS CGIL
Mi sembra che abbiamo fatto un ottimo lavoro, quindi sono dispensato, credo, dal fare un discorso lungo, perché l’opinione delle Organizzazioni Sindacali è emersa con chiarezza ed evidenza in tutta la discussione.
Abbiamo ascoltato interventi importanti anche di interlocutori esterni dei quali vogliamo tenere massimo conto, quindi siamo nelle condizioni di mettere a frutto questo lavoro.
Io credo che noi dobbiamo darci atto di un handicap grande: nel nostro Paese una politica nazionale per il turismo non si è mai fatta e non c’è attualmente.
La spia più evidente della non politica sta nel fatto che con un referendum è stato abolito il Ministero del Turismo e non se ne è accorto nessuno. La risposta al quesito referendario – "vero" – indica che questo Ministero non serviva a nulla, per cui è stato abolito e non succede nulla.
C’è una ragione che sta nell’approccio generale alle politiche economiche.
In Italia si sono fatte politiche di settore di volta in volta, quando c’erano dei settori in grave e drammatica crisi, che aveva anche conseguenze occupazionali evidenti e quindi dava luogo a drammi sociali: la siderurgia, la meccanica, la chimica, il tessile, interventi rilevanti in agricoltura (e potrei dilungarmi nell’esemplificazione), settori importanti del primario e del secondario in crisi, conseguenti drammi sociali che si traducevano in decine di migliaia di disoccupati evidenti, interventi dello Stato con politiche che si concretizzavano in tentativi di programmazione, erogazione di aiuti finanziari e sostegni alle imprese ed erogazione di assistenza sociale ai lavoratori.
La crisi del turismo non si vede: noi abbiamo una tendenza che è stata di alti e bassi ma che, anche nelle fasi più drammatiche, non si è mai vista come un fenomeno che metteva per la strada le decine di migliaia di disoccupati.
Qual è l’approccio da cambiare? Occorre che l’approccio sia quello di valorizzare la risorsa turismo, perché se l’intervento dello Stato avviene soltanto quando c’è un dramma sociale, qui non si vede in quel modo il dramma sociale, non si vede il fatto che si ha un fatturato di 100 mila miliardi ma potrebbe essere di 150 mila miliardi, non si vede il fatto che si occupano – si dice – un milione di teste, traducibile in 400 mila, equivalenti di occupati in tutto l’anno ma potrebbero essere il 30 per cento in più.
Questo è un punto di grande difficoltà per chi opera qui dal versante sindacale, perché noi abbiamo il compito di mettere in evidenza il fatto di una risorsa sprecata o comunque di una risorsa non utilizzata razionalmente che potrebbe dare molta più ricchezza e molto più lavoro.
Io non sono di quelli che rimpiangono il Ministero, ma c’è bisogno di trovare la misura giusta tra politiche nazionali e politiche che devono essere in mano alle comunità regionali locali.
Io dico che poi, dal punto di vista delle Regioni, ci può anche essere una sana competizione, anche fra di loro, ci può essere competizione e collaborazione, ma è chiaro che non va molto lontano anche l’impegno delle comunità locali che non sia dentro, evidentemente, un quadro generale.
Questa è un’esigenza: noi dobbiamo insistere su questa esigenza e sottolineo la necessità del far capire la questione, alla luce del fatto che la storia di questo paese è tutta diversa.
Ovviamente c’è un punto importante in un’iniziativa di valorizzazione della risorsa: la promozione, su cui sono state dette cose egregie ma che, tuttavia, non risolve tanto se non c’è una qualità di servizio adeguata.
Quando sento dire che bisogna semplicemente elevare la qualità del servizio, probabilmente questo è vero, ma probabilmente un’industria turistica deve offrire il poco e il tanto, deve offrire la soluzione ricchissima a chi ha i petrodollari, ma deve anche offrire la possibilità della vacanza a chi non si permette dei grandi redditi.
Un punto importante è che si deve saper garantire quello che si promette.
Chi viene dalla Germania, dalla Francia, dall’America o da un’altra regione italiana deve poter, in base al fatto che si è stipulata la prenotazione, trovare quello che si aspetta. Spesso, invece, c’è un rapporto, in generale, che non è leale con il cliente, con il soggetto col quale si è preso un impegno.
Poi, evidentemente, c’è tutto il complesso di inefficienze che voi avete detto oggi, che rendono difficile l’operazione.
E’ appena del mese passato una relazione di Sergio Billè ad un convegno promosso dall’Ente Bilaterale nazionale – Sergio Billè è il Presidente della FIPE e mi pare che sia uno dei candidati alla Presidenza della Confcommercio -, in cui si dice che i turisti non tornano in Italia non solo perché i prezzi sono troppo cari ma perché sono stufi di combattere con la sporcizia, la mancanza di trasporti, l’assenza di parcheggi, musei aperti quando capita, una microconflittualità che sta aumentando di nuovo.
Provate a leggere i resoconti dei turisti tedeschi, inglesi o americani quando tornano in patria, dove raccontano le loro vicissitudini sugli autobus romani. Il problema delle infrastrutture è veramente grave e non c’è oggi autorità pubblica deputata ad affrontarlo nel suo complesso, qualcosa fanno i sindaci ma come può un sindaco, con i mezzi di cui dispone, risolvere da solo il problema del trasporto pubblico a Roma?
Io credo che questi siano problemi tutti veri, quindi occorre l’impegno di tutti affinché siano affrontati e ogni autorità sia chiamata alla sua assunzione di responsabilità.
Io convengo con chi ha sottolineato il valore che ha un’opera, una tendenza che ci porta ad aumentare a crescere l’utilizzo degli impianti, perché è chiaro che un aumento di utilizzo degli banali ci aiuta ad abbattere i costi fissi, permette di offrire prezzi migliori e avvia un circuito virtuoso, convengo con chi dice che bisogna saper proporre un sistema, non solo il mare.
Aggiungo una considerazione: molti di voi hanno detto che in questa annata che abbiamo alle spalle ci si è salvati grazie alla lira e alle guerre, io sono, da questo punto di vista, anche più pessimista di altri.
Noi abbiamo ragione a sbandierare l’Italia come il paese più dotato dal punto di vista delle bellezze naturali, della storia dei monumenti e di tutte queste cose, ma badate che se l’Egitto, per esempio, si organizzasse, lì ci sarebbero moltissime cose da vedere.
Quindi o si riesce veramente ad offrire un prodotto competitivo oppure il futuro è davvero assegnato al fatto che possono prendere il sopravvento altri paesi.
Io credo che il senso importante di questa nostra iniziativa sia anche questo: noi siamo le organizzazioni sindacali dei lavoratori, mettiamo in luce questa potenzialità sprecata e le possibilità che ci sono di utilizzarla, diciamo che per ottenere questo ognuno deve fare la propria parte e diciamo di mettere insieme le forze di tutti.
Questo è il nostro approccio di oggi: qui c’è un sindacato che si presenta, pronto a fare la propria parte, che chiama gli altri a fare altrettanto, che chiama soprattutto gli imprenditori.
Da questo punto di vista noi non vogliamo fare i faciloni: noi avvertiamo che c’è, in una parte considerevole del mondo imprenditoriale, un atteggiamento di sospetto nei confronti del Sindacato, un atteggiamento che si traduce nella consapevolezza dell’esistenza del Sindacato, con cui bisogna discutere, ma con la conclusione che sarebbe meglio che non esistesse.
Noi pensiamo che si debba capire che questo è un atteggiamento vecchio, un atteggiamento che non porta da nessuna parte: decidete, perlomeno, di fare di necessità virtù.
Io non immagino un’evoluzione della situazione dove ci sia l’imprenditore contento di avere il Sindacato in casa. Decidiamo, però, di trovare un rapporto civile per il quale ci siamo tutti, bisogna cioè trovare il modo di convivere.
C’è un problema di rapporto degli imprenditori verso il potere pubblico, che non può essere un rapporto piagnone né un rapporto che mira alla soluzione dei problemi con la clientela: è un problema esistente.
Io credo che il rapporto fra l’imprenditoria e il potere pubblico debba essere, anche qui, di un’imprenditoria che fa la sua parte e pretende che il potere politico faccia la sua a sua volta.
Io credo che non sia fruttuoso perseguire un atteggiamento che dice: "Aiutateci nel fare gli investimenti nell’impresa", io credo che gli investimenti nell’impresa li debbano fare gli imprenditori con i loro mezzi e con il loro rischio, casomai bisogna condurre una battaglia perché il rapporto del sistema creditizio con l’impresa sia un rapporto meno leonino.
Stamattina abbiamo sentito un intervento in cui si diceva che, formando un consorzio, sono riusciti ad assicurare alle imprese associate un livello di rapporto, anche dal punto di vista del livello degli interessi che pagano, civile.
Questa è la dimostrazione che si può fare.
Gli imprenditori, quindi, devono fare la loro parte, devono pretendere dal sistema politico che faccia la sua, soprattutto mettendo a posto la politica, la programmazione, le infrastrutture, dandoci atto che è sepolta totalmente l’idea che il piccolo è bello, dandoci atto che è proprio necessario avere un processo che riaggreghi dimensioni di impresa che siano più competitive, più accettabili, più moderne, più industriali rispetto a quelle che abbiamo conosciuto, le quali non sono certamente da demonizzare, hanno avuto la loro storia, il loro positivo, ma ormai sono fuori dal tempo.
Credo che ci sia bisogno di chiarezza anche rispetto alla questione del modo con cui devono essere promossi governati e finanziati i sistemi di servizio alle imprese, in cui c’è anche il capitale pubblico e l’ente locale o, comunque, il Governo.
Inoltre credo che non ci sia utilità in un potere politico che regala agli imprenditori sistemi di servizio. Ci può essere un potere politico che aiuta la promozione e il decollo di sistemi di servizio, ma bisogna arrivare all’autogoverno e all’autofinanziamento dei sistemi di servizio da parte dell’imprenditoria. Badate: è come quando ti regalano un libro: se ti regalano un libro forse lo leggi, se vai a comprarti un libro vuol dire che vuoi proprio leggerlo e che almeno lo cominci, dopo ti stufi e lo butti via, ma arrivi in fondo. Se ti viene regalato un servizio, è un valore che non apprezzi; se c’è un servizio che devi utilizzare e pagare, probabilmente lo apprezzi e pretendi di partecipare anche sul modo con il quale questo servizio è organizzato, erogato ed autogovernato.
Certamente è importante la questione dei rapporti di lavoro. Noi abbiamo rinnovato proprio l’anno scorso un contratto, peraltro anche con tante discussioni interne, tante sofferenze, critiche e diversità di opinioni che ci hanno in parte anche lacerato, ma credo che occorra, sulla nostra politica contrattuale, anche tornare a ragionarci.
Voglio essere esplicito: ogni tanto si ritorna alla discussione "la moda delle gabbie salariali", io sono tuttora contrario all’idea che sia ragionevole un contratto nazionale che contiene in sé diversità di trattamento in ragione dei territori; sono invece dell’opinione che ci sia fondamento e ragionevolezza nell’idea di un sistema contrattuale che dia luogo a differenze di trattamento e a differenze di soluzioni specifiche in nome di una contrattazione aziendale e territoriale che deve svolgersi, tenendo conto dei livelli di ricchezza, di produttività, di efficienza, di reddito diverso (che c’è) tra una zona e l’altra.
Aggiungo che – faccio della teoria – probabilmente in futuro, se noi vogliamo andare a situazioni nelle quali le retribuzioni e le condizioni di fatto siano il frutto del negoziato invece che di margini troppo vasti all’unilateralità imprenditoriale, probabilmente noi dovremo decidere di tenere un po’ più basso il contratto nazionale, di renderlo più applicabile per chi sta sotto a lavoro nero e dare più spazio alla contrattazione di secondo livello là dove questa ha da essere fatta.
Aggiungo, inoltre, che, a mio parere, se non si va verso una strada di questo genere, sarà difficile negare che abbia qualche fondamento l’idea di chi sostiene che anche nel turismo e nel terziario si debba fare come nell’industria, perché il contratto dell’industria è quello dell’artigianato, non c’è un contratto unico.
Io preferisco la strada del contratto unico come minimo nazionale a validità ergo omnes, anche con una legge, e il minimo deve valere per tutti; dovrebbe essere un tantino più basso di quello che teoricamente si può immaginare, ma con un bricco (secondo livello di contrattazione) che dia luogo alle giuste differenze che siano il frutto di un rapporto civile fra le associazioni e degli imprenditori, i sindacati e i lavoratori, piuttosto che quell’altra situazione.
In ogni caso sono contro le finzioni.
Un capitolo importante del sistema di relazioni è quello che riguarda il governo del mercato del lavoro e delle flessibilità.
Io sono per mettere con i piedi per terra la questione degli enti bilaterali, dandoci anche atto che va sgombrato il campo da un vizio di origine. Il vizio di origine è quello per il quale questa entità è stata anche pensata per essere lo strumento che porta finanziamenti alle associazioni.
Io credo che se si batte una strada di questo genere si faccia un fiasco totale: gli enti bilaterali devono essere utili per le imprese e per i lavoratori. Penso che l’ente bilaterale sia effettivamente utile per le imprese e i lavoratori, ma è anche utile per chi rappresenta questi soggetti, cioè per le associazioni degli imprenditori e per le associazioni dei lavoratori.
Credo che vi dobbiamo far convogliare delle esigenze; io credo che ci sia bisogno per le imprese di trovare la manodopera che serve, qualificata come serve, che ci sia bisogno di mettere fine a una tendenza per la quale le aziende spendono più soldi per rubarsi l’una con l’altra la manodopera qualificata, mentre non spendono per formarla. Non è immaginabile che aziende di piccole dimensioni possano organizzare formazione professionale per i loro addetti, lo può fare uno strumento collettivo e lo può fare meglio se è uno strumento di … di questo processo fra imprenditori e lavoratori.
Inoltre occorre, oltre la questione della manodopera di cui si necessita, organizzare la flessibilità che serve (ormai credo che sia da seppellire la polemica sul sindacato che non vuole la flessibilità perché più di così non si può); dopodiché c’è il problema di come questa viene organizzata. Io credo che il nostro atteggiamento debba essere sempre più esplicito; noi siamo per mettere a disposizione delle imprese la flessibilità che serve in un impianto di relazioni che consenta controllo e contrattazione del processo …, e occorre, al tempo stesso, fare in modo che ai lavoratori sia offerto un tendenziale percorso di stabilità maggiore di quella che hanno avuto in passato.
Certo, uno può dire che questa sia una bella equazione: la professionalità che serve, la flessibilità che serve e un po’ di stabilità per i lavoratori; però bisogna tentare di porci questi obiettivi.
Noi crediamo che effettivamente la via degli enti bilaterali come strutture effettivamente utili possa essere un percorso che aiuta molto. Quindi occorre davvero un salto di qualità nel sistema di relazioni fra le parti sociali, che sia fondato sul riconoscimento reciproco, su un confronto vero delle situazioni e delle opinioni, sul fatto che ognuno fa la sua parte ma si tenta di mettere insieme le forze e le convenienze.
Noi abbiamo, inoltre, la mina vagante costituita da queste organizzazioni delinquenziali che sono l’UCICT e la CISAL, le quali hanno messo in piedi questa forma di contratto riconosciuto. Io non ho dubbi sul fatto che noi qui ci troviamo di fronte ad una organizzazione che ha le caratteristiche della delinquenza, perché si è inventata un’associazione imprenditoriale e si è inventata un’associazione sindacale: si è messa insieme una banda che tenta di fare l’operazione di dare una copertura al lavoro nero strutturale e che si dedica anche a catturare in modi vari, probabilmente anche discutibili, complicità negli apparati pubblici, nel Ministero del Lavoro e così via.
Credo che tra di noi dobbiamo darci atto del significato che deve avere la battaglia contro questa iniziativa. I motivi sono due: almeno noi, come Sindacati confederali, abbiamo un motivo che è proprio l’ABC del sindacato, quello di difendere il proprio ruolo, difendere il contratto nazionale, difendere, quindi, i diritti dei lavoratori. Ma io vorrei che si riflettesse su un’altra motivazione più generale: se prende piede l’idea che la competitività del sistema di impresa può risolversi in quel modo, cioè comprimendo fino a condizioni di lavoro nero di quel tipo la condizione dei lavoratori, tutti i discorsi che abbiamo fatto qui oggi vanno a farsi friggere. Difatti qualsiasi imprenditore, se ha la via di uscita per risolvere i suoi problemi di competitività, costituita dal fatto che può pagar meno il lavoro, non va a cercare altre soluzioni: batte la via più facile, ma non perché è cattivo, perché ognuno di noi, se deve andare in un posto, cerca la via più breve e più facile, quella con meno intralci al traffico.
Quindi io sostengo che in questa battaglia, per quanto si rispetti il contratto, c’è un interesse generale del Sindacato confederale che non sto a spiegare a nessuno, ma c’è anche un significato, quello di spingere l’imprenditoria a stare al gioco della innovazione e di tutti quei ragionamenti sulla programmazione, sulla innovazione, su quel che si deve fare, che ci siamo fatti oggi qui, in questa riunione.
Credo che, se vincesse, invece, l’idea che è possibile risolvere i problemi con quell’altra via, noi abbiamo garantito un futuro di decadenza all’industria turistica di questo genere, perché a quel punto i problemi sarebbero risolti in quel modo e non ci sarebbe più, da parte di quella parte di imprenditoria, un impegno, una tendenza, una darsi da fare per stare al gioco diverso.
Oggi i sindacati hanno tentato qui di fare la loro parte e siamo del parere che bisogna seguitare questo confronto, questo dialogo. Abbiamo sentito degli impegni da parte dell’Assessore, naturalmente poi ci saranno le elezioni, forse cambierà l’Assessore, ma non cambierà il nostro approccio; noi pensiamo che quel che si è seminato in questi mesi debba proseguire dal punto di vista del ruolo della Regione, del ruolo di tutte le altre strutture pubbliche.
Noi ci siamo e siamo del parere che sia davvero il caso di dedicarci tutti a fare in modo che ognuno faccia la sua parte e che tutti insieme stiamo nel gioco per il quale tutti quanti conosciamo l’interesse generale.

MODERATORE
Grazie ad Aldo Moretti, grazie agli intervenuti e a coloro che sono intervenuti anche con il contributo fattivo, grazie anche alla struttura di categoria territoriale di Rimini che ha reso possibile questo tipo di iniziativa.
Arrivederci.

Interventi consegnati

MASSIMO PAGANELLI – Presidente Confesercenti di Rimini
Il turismo parlato di questi anni – nel cui ambito si colloca anche questo convegno – ha sicuramente avuto il merito di fornire interessanti valutazioni macroeconomiche, nonché considerazioni, più o meno condivisibili, sulle connesse tematiche istituzionali ma, sicuramente, ha manifestato un "deficit d’analisi", quando ha dovuto affrontare il tema di sia realmente, in termini di reale funzione economica ed al di là delle vigenti classificazioni civilistiche, una struttura ricettiva alberghiera della costa riminese.
In altri termini, il tipico albergo della costa riminese (statisticamente: 29 stanze, 43 posti letto, 29 bagni) è una impresa o, per contro, è solo lo strumento di un lavoro autonomo?
Il quesito, a prima vista banale, non è solo più complesso di quanto sembri ma, soprattutto, a seconda della risposta fornita, induce a divaricanti conclusioni che incidono pesantemente sulle scelte future.
A tutt’oggi, sulla base di un modello di valutazione mutuato dal mondo industriale, il tipico albergo riminese manifesta una crescente antieconomicità – conseguente alla non remunerazione dei fattori di produzione – sostanzialmente derivante da un basso utilizzo degli impianti. Se il fatto in sé – cioè il basso utilizzo – non è contestabile, essendo ampliamente provato dal differenziale esistente tra il tasso semplice della funzione ricettiva alberghiera stagionale e quello annuale. In concreto, mentre nel periodo balneare esistono 62,66 posti letto ogni 100 residenti dei comuni della costa riminese (indice inferiore solo a quello della Valle d’Aosta, pari a 83,78), su base annuale l’indice si ridimensiona a 8,83.
Il ragionamento obbligato, a questo punto, è quindi quello di verificare le concrete motivazioni di tale differenziale e se esistono i mezzi per azzerarlo.
La motivazione è, come suol dirsi, tautologia: il primario elemento di attrattività della costa riminese è quello naturale (cioè il mare) che, pur essendo strettamente correlato con forti elementi di attrattività derivata (cioè l’infrastrutturazione), permette, comunque, una prevalente fruizione stagionale degli impianti. A tutt’oggi, infatti, le presenze derivanti da funzioni non direttamente connesse all’attività balneare (turismo congressuale, sportivo, d’affari, ecc.), non superano il 7-8% delle presenze complessive.
In altri termini, nella fase attuale, la cosiddetta "domanda stimolata" costituisce, sostanzialmente, una nicchia di mercato, rispetto alla "domanda spontanea".
Qualora si intendesse effettivamente perseguire una ipotetica e, aggiungerei, utopica totale destagionalizzazione su base annuale, necessiterebbe (ammesso che ciò risulti compatibile sotto i profili climatico, ambientale, ecc.) invertire i fattori, indirizzando lo sviluppo verso un enorme incremento degli elementi di attrattività derivata.
Un riferimento in questo senso, per quanto lontano dalla nostra realtà, è l’esempio in assoluto più efficiente di artificialità turistica, rappresentato dalla città di Las Vegas, costruita dove prima c’era solo un deserto.
Al di là di ogni valutazione di opportunità, è possibile ipotizzare un simile scenario nell’ambito di una realtà complessa come la costa riminese, dove la funzione turistica è così stratificata e parcellizzata? Personalmente, lo ritengo impossibile.
Se tale considerazione è almeno in parte condivisibile, la risposta al quesito iniziale è consequenziale.
La stragrande maggioranza delle strutture ricettive esistenti sulla costa riminese (2.873)), non potranno mai assurgere al ruolo di imprese così come identificate sulla base dei parametri di valutazione industriale, perché rimarranno sostanzialmente strumenti di un lavoro autonomo. In altri termini, la remuneratività della gestione di simili strutture rimarrà prevalentemente ancorata al fattore "lavoro", piuttosto che al capitale investito. Ciò non vuol significare un giudizio negativo dell’attuale rete alberghiera, tutt’altro: personalmente ritengo che la costa riminese rappresenti una formidabile realtà post-industriale, modernamente capace di lavorare "just in time".
L’affermazione non significa, neppure, rinunciare all’innovazione ed alla riqualificazione purché, nell’ambito di una necessaria quanto auspicabile riforma fiscale, si pervenga all’affermazione di un chiaro principio: bisogna smetterla di tassare, quasi ed esclusivamente, il "lavoro".
Sulla base della condivisione di tale principio – ed è solo un esempio – potrebbero infatti essere totalmente detassati i redditi da lavoro finalizzati al rinnovo e riqualificazione degli "strumenti" dell’attività di lavoro autonomo.
Gli effetti positivi potrebbero essere molti, non esclusa una maggiore trasparenza fiscale e, sicuramente, una maggiore accortezza della Pubblica Amministrazione nella redazione dei Piani Regolatori Generali.
Ciò non significa neppure abbandonare le politiche di destagionalizzazione, sempre che le stesse risultino concretamente preordinate all’individuazione di segmenti di domanda utilmente sollecitabili con "servizi-stimolo" e, soprattutto, nella realistica convinzione che potranno crearsi nuove "nicchie" di mercato che, comunque non potranno modificare la prevalente vocazione "balneare" dell’area.
Ma anche qualora tale tesi non venga condivisa, perché non salvaguardare quel patrimonio di offerta turistica stagionale che ha creato e continua ricchezza, delineando una specifica legislazione che prenda atto di tale stato di fatto?
Forse che, anche riducendo del 50% la ricettività esistente, si modificherebbe la fruizione stagionale della parte restante e, comunque quali sarebbero le ripercussioni sul mercato del lavoro?
Oggi, gli addetti nelle aziende alberghiere della Provincia di Rimini sono oltre 5.000, di cui circa 4.000 inseriti in aziende a conduzione stagionale, aventi tra 2 e 9 addetti e caratterizzate da una natura giuridica prevalentemente di ditta individuale o società di persone.
In buona sostanza, il modello della piccola impresa è a prevalente conduzione familiare.
Se, come da più parti viene ventilato, la piccola impresa fosse considerata marginale – sulla base di parametri mutuati dall’industria – e come tale spinta, soprattutto attraverso il miraggio della rendita immobiliare, ad uscire dal mercato, cosa ne sarebbe di questi 5.000 posti di lavoro?
Ritengo che tale ipotetico scenario ponga al sindacato dei lavoratori la necessità di una profonda riflessione.

LORIS MATTIOLI – Segretario Generale CGIL
L’obiettivo politico di questo convegno di giungere ad una politica di settore è di straordinaria importanza.
Il turismo è sicuramente tra i comparti produttivi più rilevanti per lo sviluppo dell’economia a livello nazionale ed in particolare in Emilia Romagna.
E’ proprio partendo da questa consapevolezza e per contribuire a realizzare una effettiva politica sul turismo che abbiamo, superando pesanti difficoltà iniziali, raggiunto un’importante intesa con la Regione Emilia Romagna.
Di fronte alle grandi novità ed alle impegnative sfide sui terreni economico-sociale-ambientale CGIL CISL UIL e le Organizzazioni sindacali categoriali hanno deciso di contribuire, raccogliendo le ragioni forti del mondo del lavoro, in modo sistemico alla costruzione di una piattaforma regionale sul "turismo", accettando la sfida impegnativa di un tavolo generale a livello regionale di programmazione delle politiche del comparto con la presenze delle istituzioni pubbliche, delle imprese private, delle Organizzazioni sindacali confederali e categoriali e dell’associazionismo dei consumatori utenti.
Questo sistema di relazioni garantisce il coordinamento delle scelte per la qualificazione del turismo e di entrare in altri due importanti strumenti operativi di settore: A) partecipazione al comitato tecnico-scientifico dell’Osservatorio regionale per il Turismo;
B) partecipazione al comitato regionale per lo studio dell’abusivismo commerciale a partire dall’area costiera.
Proprio perché siamo convinti che il raggiungimento di obiettivi di qualità nel turismo si realizzi con un adeguato sistema "concertativo", realizzando il coinvolgimento di tutte le forze interessate.
Inoltre, avendo ben presente che sul turismo incidono pesantemente le politiche di settore realizzate in altri comparti, riteniamo necessari momenti concertativi di elaborazione tra i diversi assessorati interessati (turismo, trasporti, ambiente, urbanistica, attività produttive, agricoltura), per realizzare una politica ambientale finalizzata alla "prevenzione" e non in una logica di riparazione dei danni, ponendosi concretamente il modo di produrre, consumare, abitare, sistema delle infrastrutture, della mobilità.
Un coordinamento interassessorile per un necessario adeguamento delle modalità organizzative, delle procedure e strumenti operativi in grado di valutare, in ciascuna fase dei processi attuativi, il rapporto tra obiettivi dichiarati, gli stadi di avanzamento, le azioni concrete che vengono adottate per conseguire i risultati attesi.
Occorre attivare compiutamente il decentramento delle funzioni e realizzare nuovi modelli di partecipazione che coinvolga a pieno titolo gli EE.LL. nella programmazione economica, sociale e territoriale regionale.
Per competere sul mercato globale occorre progettare infrastrutture funzionali al "sistema complessivo" delle imprese dell’Emilia Romagna all’interno di una logica integrata per il conseguimento di un livello qualitativamente elevato dell’intero sistema regionale.
E’ indispensabile realizzare sinergie comuni tra la Pubblica Amministrazione (Stato, Regione, EE.LL., Aziende Pubbliche) e settore privato orientate all’innovazione, alla sfida ambientale inteso come prevenzione, dando un reale supporto "alla convenienza", operando in modo competitivo con le tendenze di mercato.
L’esigenza di competere in un mercato aperto e sempre più concorrenziale richiede soprattutto un’elevazione "qualitativa" delle strutture, la valorizzazione economica del territorio, uno sviluppo sostenibile che significa contemperare le esigenze di una sempre maggiore qualità della vita per un numero più alto di persone, con la necessità di salvaguardare le risorse naturali senza provocare all’ambiente danni gravi ed irreversibili.
Per realizzare l’indicazione contenuta nel "Protocollo Regionale" di rendere il turismo una cerniera di eccellenza fra la fruizione delle risorse ambientali e culturali occorre un "patto solidale" tra attori istituzionali pubblici e privati mirato a definire gli interventi prioritari nella programmazione, superando assurdi municipalismi, per il conseguimento di livelli di qualità superiore.
Faccio alcuni esempi:
A) Programmi integrati per l’assetto globale e manutenzione del territorio e del suo tessuto urbanistico, restauro centri storici.
B) Valorizzazione del patrimonio artistico e culturale, piena utilizzazione risorse-musei, turismo artistico, scientifico, congressuale.
C) Manutenzione degli ambiti fluviali e forestali, con la bonifica delle aree e corpi idrici contaminati.
D) Monitoraggio tecnico economico degli interventi infrastrutturali, valutazione impatto ambientale, inserimento ambientale delle strutture di comunicazione e viabilità.
E) Politica dei parchi, di conservazione della natura, con un efficace sviluppo dell’economia agro-alimentare e turistica.
Questi settori, oltre a costituire l’interfaccia al turismo, possono rappresentare potenzialità estremamente ampia per una nuova e qualificata occupazione.
Infine l’ottimizzazione dell’uso delle risorse pubbliche e private investite nei settori indicati, corrisponde alla esigenza di impostare un disegno strategico basato sulla qualificazione complessiva del turismo, aumentare la "qualità" dell’offerta nel contesto ambientale, economico e sociale.