Turismo in crisi, si litiga sul Polo di comando

17/02/2005

    lunedì 14 febbraio 2005 / Anno IX – Numero 6

    Senza timoniere

    Turismo in crisi, si litiga sul Polo di comando
    Sempre meno stranieri. E il progetto di Gianni Letta, ispirato alla Maison de France, non piace al ministero delle Attività produttive di Marzano

    I tedeschi affollavano le riviere. I giapponesi sciamavano nelle città d’arte. E persino gli australiani non rinunciavano, per nulla al mondo, alla tradizionale visita in Italia. Gli albergatori erano felici, i campeggi e le pensioni spuntavano come i funghi e i tour operator facevano affari d’oro. Poi qualcosa si è rotto e nulla è più stato come prima. È accaduto una decina d’anni fa. Da allora, con l’unica eccezione forse del 2000, l’anno del Giubileo, è andata sempre in discesa. L’Italia, che nel 1970 era il Paese che contava il maggior numero di arrivi di turisti stranieri, e che però alla metà degli anni Novanta era stata già sorpassata dalla Francia, è scivolata lentamente al quarto posto della classifica mondiale, superata anche da Spagna e Usa. Come se non bastasse, è ora insidiata perfino dalla Cina. Ecco la classifica: Francia 77 milioni, Spagna 52,3, Stati Uniti 41,9, Italia 39,8, Cina 36,8. Di questo passo, il sorpasso cinese è assicurato.

    Dal 1980 al 2002 l’Italia è il Paese che ha registrato un ritmo di crescita medio annuo degli arrivi stranieri nettamente inferiore a quello mondiale: 2,7% contro 4,1%. E ben al di sotto anche a quello dei concorrenti diretti come Francia e Spagna, rispettivamente pari al 4,4% e al 3,9%. Ma quello che è più preoccupante è l’andamento degli ultimi due anni. Nel 2003, secondo l’Istat, gli arrivi di turisti stranieri in Italia sono calati del 4,6%. Le presenze dei tedeschi negli alberghi sono crollate addirittura del 7,7%. Per l’Eurispes, organismo privato in perenne polemica con l’Istat, l’Italia avrebbe perso nel solo 2004 ben quattro milioni di turisti stranieri, numero che indicherebbe un calo del 10%. Una stima forse esagerata, se si paragona a quella, l’unica ufficiale, dell’Istituto di statistica, che ha indicato in un -1,7% la flessione delle presenze estere nello scorso anno. Ma che alza ancora di più la soglia d’attenzione, soprattutto alla luce delle fosche previsioni per il 2005, che parlano di un nuovo possibile tracollo.


    Il lento declino del Bel Paese come meta turistica più ambita ha motivazioni ben note. L’offerta è polverizzata. I prezzi sono sempre più elevati. I tour operator hanno dimensioni modeste al confronto di quelle dei concorrenti internazionali e hanno la funzione prevalente di mandare i turisti italiani all’estero piuttosto che portare i turisti stranieri in Italia. Infine, anche i modelli che hanno fatto la fortuna degli albergatori e delle strutture ricettive, come quello della Riviera romagnola, sono ormai in crisi. E soprattutto, chi dovrebbe occuparsi di cercare i rimedi non lo fa. Ormai da 12 anni si assiste a un incredibile quanto inconcludente balletto istituzionale. Che testimonia il disagio che su questo argomento regna nel Palazzo.


    Nel 1993 il ministero del Turismo e dello spettacolo, che nei dieci anni precedenti era stato un feudo del Psi di Bettino Craxi ed era retto, in quel momento, da Margherita Boniver, venne abolito con referendum popolare. Ma mentre il ministero dell’Agricoltura, anch’esso abrogato, non fu mai sciolto (gli si cambiò soltanto il nome), il dicastero del Turismo non avrebbe mai più rivisto la luce.


    L’anno successivo, pochi giorni prima dell’insediamento del primo governo di Silvio Berlusconi, fu istituito alla presidenza del Consiglio un Dipartimento per il Turismo, affidato all’ex direttore generale del ministero Stefano Torda, uno dei primi superburocrati che il sottosegretario socialista Maurizio Sacconi riunì intorno a sé nell’associazione Amici di Mario Rossi, ora Amici di Marco Biagi. Nel frattempo alla guida dell’Enit, l’ente nazionale per il turismo già commissariato, in attesa anche dell’approvazione della legge di riordino del turismo che il Parlamento aveva all’esame, era arrivato Amedeo Ottaviani, albergatore romano, incidentalmente «consuocero» del sottosegretario alla presidenza Gianni Letta. Erano anni difficili. E la legge venne varata definitivamente nel 1995, dopo che il decreto che l’aveva originata era stato reiterato per ben 11 volte. La riforma confermava che la competenza per le politiche turistiche spettava alla presidenza del Consiglio, dove oltre al capo dipartimento se ne sarebbe dovuto occupare anche un sottosegretario (Mario D’Addio). Ma questa organizzazione durò pochissimo. Nel 1996 cambiò di nuovo tutto. Il governo di Romano Prodi diede la gestione delle politiche per il turismo al ministero dell’Industria di Pierluigi Bersani. Tre anni più tardi si prese atto che il dipartimento del Turismo a Palazzo Chigi, dove nel frattempo si era registrato l’arrivo di Stefano Landi, era del tutto inutile. E la struttura venne chiusa. Al suo posto, nacque una direzione generale del Turismo al ministero dell’Industria. Intanto si affacciavano timidamente anche ipotesi di riforma dell’Enit – organismo che spende praticamente tutte le risorse di cui dipone per mantenersi in vita – che prevedevano la sua trasformazione in società per azioni. Ma senza esito. La pratica rimase inevasa anche per i primi due anni del secondo governo Berlusconi.


    Finché un giorno dell’estate 2003 il sottosegretario con delega al Turismo Stefano Stefani, della Lega Nord, si dimise. Da allora non c’è stato più nel governo alcun responsabile politico che si occupasse della crisi del turismo. La partita si è riaperta a settembre dello scorso anno. Il governo ha affidato a Sviluppo Italia l’incarico di farsi venire qualche idea e alla fine Letta ha dato via libera a un progetto che prende spunto dal modello francese della Maison de France, con l’abolizione dell’Enit e la creazione al suo posto di una nuova società per azioni (Italia Turismo) di cui dovrebbero essere azionisti lo Stato, le Regioni e le associazioni di categoria. Le competenze politiche dovrebbero finire invece nelle mani di un comitato interministeriale. Tuttavia questo piano ha già originato le critiche del ministero delle Attività produttive (che si vedrebbe privato del potere esclusivo) e di alcune associazioni. Come sempre, il percorso è in salita. Ma è forse l’ultima occasione.

    Sergio Rizzo