Turismo: il Belpaese fuori strada

02/11/2005
    n. 45 del 6 novembre 2005

      Attualità
      di Alberto Laggia

        TURISMO
        LA DENUNCIA DEL PRESIDENTE DEL TOURING CLUB ITALIANO:
        NON SIAMO COMPETITIVI

          IL BELPAESE FUORI STRADA

            Il settore turistico, ormai senza governo, è allo sbando. Un libro di Roberto Ruozi analizza le cause della crisi, a cominciare dai cartelli stradali…

              I numeri sono pesanti e parlano chiaro: il Belpaese è da qualche anno molto meno bello per gli stranieri. L’Italia rischia davvero di non essere più una meta turistica interessante, se la politica non se ne occuperà seriamente e se il settore non si darà presto una regolata. Insomma, Gino Bartali avrebbe detto: «È tutto sbagliato, è tutto da rifare». Roberto Ruozi, presidente del Touring club italiano, per esprimere in modo più disteso il concetto, ci ha scritto su un saggio di 180 pagine, rassicurante solo nel titolo, Italia per tutti, ma dal contenuto da libro-bianco, o meglio, come lui stesso lo definisce, da «strumento di denuncia».

                Se il sistema turistico italiano perde quote e in certi comparti è proprio in caduta libera, i guasti devono essere per forza più d’uno. E infatti Ruozi, che non è, per sua ammissione, "un disfattista", ma un equilibrato docente di Economia della Bocconi, ne ha per tutti: per i politici e la loro disattenzione, per il Governo e la dissennata strategia dei condoni; ma anche per l’avidità e la scarsa lungimiranza degli operatori turistici, per la scuola che non educa al bello e al viaggiare, per le guide abusive, fino alla segnaletica surreale che depista il viaggiatore.

                  «La mia è voce di uno che grida nel deserto», afferma, evangelico, ma almeno una compagnia ce l’ha ed è quella autorevole del presidente Ciampi che, pochi giorni fa, a Verbania s’è detto molto preoccupato per la crisi del settore.
                  Da dove cominciamo, presidente? «Da un dato spesso dimenticato, e cioè che l’economia dei viaggi e del turismo raggiunge in Italia un fatturato di oltre 153 miliardi di euro, che rappresentano l’11,4 per cento del Pil. Eppure questo tesoro, che è il settore turistico e dei beni ambientali e culturali, è nelle ultime posizioni nella scala delle priorità politiche e degli investimenti».

                    Il conflitto di poteri

                      Il primo problema da affrontare con urgenza è quello della riorganizzazione del sistema di governo del turismo, che soffre da anni del "conflitto" di poteri in questa materia tra Governo centrale e Regioni. Ruozi in questo caso non è regionalista, né federalista: «Ritengo che tale assetto sia grave, controproducente, e porti solo a uno spreco colossale di risorse. Bisogna invece ridare al Governo centrale la cabina di regìa del settore, assieme alla funzione di promozione del Paese affidato ora alle Regioni. È stato dannoso inflazionare queste competenze». Si parla da anni della riforma dell’Enit, l’Ente nazionale per il turismo, che dovrebbe promuovere l’immagine dell’Italia all’estero. Ma, andando a verificare l’ammontare dei fondi messi a disposizione dell’Ente nel 2004, si scopre che gli sono stati conferiti la miseria di 26 milioni di euro, contro i 100-115 milioni degli organismi equivalenti in Francia e Spagna, nostri diretti competitori, e che la piccola Austria ne spende 47 di milioni, cioè quasi il doppio di noi. Molti rimpiangono il vecchio ministero del Turismo e Spettacolo, abolito dal referendum del 1993. «Se l’organismo politico debba essere un ministero o un sottoministero non cambia molto. Quando hanno abolito il ministero, la materia è diventata di competenza diretta del vicepresidente del Consiglio, che allora era Walter Veltroni, il quale aveva una sensibilità particolare per queste materie. Non era ministro del Turismo, ma non si sentiva affatto il bisogno di un ministero ad hoc».

                        La direzione di un ministero…

                          «Insomma, se è vero che tra beni culturali e turismo in Italia si fa il 20 per cento del Pil, non credo che se ne debba occupare l’ultima direzione dell’ultimo dei ministeri, come accade adesso. Non vedo volontà politica, né la figura che sarebbe in grado di poterla tradurre in progetti. La vera tragedia è che sembra che, tutto sommato, vada quasi bene così». E invece, si ricorda nel libro, basta osservare i bilanci dei primi dieci tour operator italiani per rendersi conto delle difficoltà di quest’industria: quasi tutti sono in perdita, alcuni già falliti e altri in cerca di acquirenti.
                          E gli operatori turistici? Il presidente del Tci ha le idee chiare: devono finire di piangersi addosso e alzare solo i prezzi. «L’unica risposta al calo delle presenze», osserva, «è stata l’impennata dei listini, dalla ristorazione all’alloggio, ai trasporti. O, peggio, il taglio del personale, col risultato di abbassare la qualità del servizio. Morale? L’equilibro prezzo-qualità della nostra offerta è stato compromesso. E se non si inverte la rotta, la compromissione sarà definitiva, perché ormai il turismo montano, o quello balneare, come quello del relax o del divertimento è in competizione globale». Ormai il turista sa confrontare l’offerta della Riviera romagnola con quella delle Maldive.

                            E poi mancano gli investimenti e una seria politica di incentivazione per il rilancio del turismo. Urge, per esempio, la ristrutturazione del nostro settore alberghiero. «Siamo forti e competitivi nella categoria degli alberghi a quattro stelle e lusso. Poi abbiamo una media fascia di tre stelle e una pletora di pensioni di categoria più bassa. Ma non ci si rende conto che ormai il turista non si accontenta più della pensioncina a una o due stelle come accadeva magari trent’anni fa?». Ruozi non risparmia, infine, le critiche nemmeno al sistema di classificazione: «C’è un decentramento di chi assegna le stelle, che provoca differenze e discrezionalità eccessive. Il modo di classificare le strutture ricettive del Meridione, per esempio, non è proprio quello che si adotta nel Nord Italia».



                                I NUMERI DELLA CRISI
                                Nel 2005 il settore turistico in Italia (un giro d’affari di circa 90 miliardi di euro e 2,4 milioni di occupati in 300 mila imprese) ha perso 900 milioni di euro di fatturato e 8 milioni di presenze.
                                In caduta libera agriturismi (–10,9 per cento) e spiagge (–5,5 per cento). Aumentano invece del 3,2 per cento le presenze nelle città d’arte e dell’1 per cento nel settore termale.
                                Nei pubblici esercizi si sono registrate 5,5 milioni di presenze in meno, con una diminuzione del fatturato di 338 mlioni di euro.
                                LA RICETTA DEL PRESIDENTE CIAMPI
                                «La crisi del turismo mi preoccupa più di altre difficoltà settoriali, perché tocca il cuore del nostro stesso modello identitario, della nostra immagine internazionale. Occorre comprenderne le cause. Certo, vi sono problemi di prezzi e di rapporto tra qualità e servizi. Nell’immediato può essere necessario calmierare le tariffe, fare politiche più aggressive, anche riducendo i ricavi unitari. Duole vederci sopravanzare nelle statistiche da Paesi vicini, come la Francia e la Spagna, climaticamente così simili a noi, ma meno ricchi di patrimonio artistico. In Italia gli alberghi ci sono. Vanno riempiti di più. La stagione è troppo breve. Serve uno sforzo globale delle nostre comunità per presentare al pubblico straniero quella magia unica di arte, cultura, territorio, archeologia delle nostre città, che, per operare, richiede la cooperazione solidale di tutte le autorità locali e nazionali. Il frazionamento delle responsabilità amministrative deve essere gestito con intelligenza a cominciare dalle Regioni. Realizzate voi stessi – amministratori regionali – progetti di cooperazione interregionale e di coordinamento nazionale; dialogate con le categorie produttive e con lo Stato centrale. Altrimenti, continueremo a presentarci all’estero con messaggi non sufficientemente forti, non coordinati, non leggibili come tasselli di un unico mosaico» (Verbania, 14 ottobre 2005).