Turismo e commercio: a Trento settore senza contratto

05/11/2004

              Nord Est venerdì 5 novembre 2004


              sezione: NORD EST – pag: 10
              A Trento settore senza contratto «Qualità a rischio»
              Il Trentino è l’unica provincia a non avere un contratto territoriale per i lavoratori del turismo e del commercio.

              Secondo le tre associazioni sindacali del commercio e del turismo (FilcamsCgil, Fisascat-Cisl e Uiltucs-Uil), «i datori di lavoro sono sordi alle richieste di sedersi al tavolo di contrattazione, ma la stessa Provincia non interviene a convocare le parti».


              Le conseguenze sono un continuo e progressivo scadimento della qualità del commercio e del turismo sul territorio, dovuta al sempre più massiccio ricorso a manodopera non qualificata: ormai il 90% degli stagionali viene da fuori provincia e la maggioranza sono extracomunitari.


              «Ormai i trentini — spiega Giovanni Agostini, segretario di Fisascat-Cisl — preferiscono andare a lavorare sulla riviera romagnola. E il fatto che due settori come turismo e commercio non attirino più manodopera locale rappresenta un danno per l’economia di tutta la provincia».


              Il contratto nazionale del commercio è stato firmato nel luglio scorso, quello del turismo nel luglio 2003. Da allora non si è mai aperto un tavolo di contrattazione per il secondo livello, quello territoriale.


              «La ricca provincia di Trento — accusa Ezio Casagranda, segretario di Filcams-Cgil — si trova ad avere i lavoratori pagati meno che nelle province limitrofe. Stiamo valutando iniziative di lotta per costringere le controparti a trattare».


              L’obiettivo è il rilancio di un turismo di qualità. Secondo Gianni Tomasi, segretario di Uiltucs-Uil, «la contrattazione territoriale non risolve tutti i problemi, ma se nel turismo non c’è una quota di lavoratori stabili e professionalizzati, questo porta un danno di immagine alle aziende del settore e, di conseguenza, a tutte le altre. Senza contare che, così, turismo e commercio non sono più una risorsa occupazionale per la popolazione locale».


              Alla base della difficoltà nella trattativa anche il fatto che le controparti sono molto numerose e con interessi diversi. Il commesso di un piccolo punto vendita, ad esempio, guadagna il minimo contrattuale nazionale (circa 1.200 euro lordi al mese), mediamente 130 euro meno dei colleghi della grande distribuzione, dove sono stati invece fatti contratti aziendali.


              Dito puntato anche contro le aperture domenicali. «Sono — spiega Tomasi — un boomerang per le stesse aziende, perché hanno costi più alti senza che nel complesso il volume delle vendite aumenti. E i costi aggiuntivi si scaricano alla fine sui consumatori». Le aperture domenicali, secondo le associazioni sindacali, sono un danno per i lavoratori e, a lungo andare, anche per le aziende piccole e medie. Solo la grande distribuzione ne trae beneficio e usa le domeniche per fare ulteriore concorrenza ai piccoli e medi negozi.