Turismo, all`Italia serve un superministero

12/02/2013


CONSIDERO L`ONOREVOLE GARAVAGLIA UN INTERLOCUTORE CHE DEL TURISMO PARLA A RAGION VEDUTA, e ritengo che il binomio cultura-turismo sia un elemento imprescindibile nelle valutazioni economiche sul settore ma non possiamo dimenticare che il turismo in Italia è di mille tipi: balneare, montano, sportivo, d`affari, religioso, congressuale, oltre che appunto culturale. Ciascuna di queste tipologie ha bisogno di interventi idonei a rinnovarsi, qualificarsi, potenziarsi con azioni che incidano positivamente sui diversi fattori che vi convergono. Ammettendo giustamente che la cultura sia la prima risorsa da sfruttare per realizzare prodotto e business turistico nelle città d`arte maggiori e minori delle quali l`Italia è ricca, non possiamo dimenticare che tale risorsa resta allo stato di «materia prima» in mancanza di un sistema di collegamenti, viabilità e trasporto opportunamente adeguato. E mentre gli altri competitor europei si rafforzano attraverso sinergie di nuovi business noi in Italia ancora anchiamo di una vera e propria «governance» politica di livello nazionale che funga da fattore di integrazione tra i diversi settori, le imprese, il territorio ed i diversi interlocutori istituzionali, finalizzando in modo convergente le loro azioni allo sviluppo del sistema turistico italiano. Sono perciò convinto che in Italia servirebbe sì un superministero del turismo ma senza altre declinazioni, prendendo a prestito il concetto dal campo dell`Economia. Vale a dire un ministero in grado di interloquire attivamente con tutti gli altri ministeri, uffici del Governo e Regioni. È proprio la ristrettezza della visione della politica turismo che ha minato alla base qualsiasi politica di sviluppo del settore ed ha creato una coltre di luoghi comuni che offusca pesantemente il ragionamento politico sull`argomento. Un esempio recente è proprio la questione delle concessioni balneari ricordata dall`onorevole Garavaglia. Sul demanio marittimo, lacuale e fluviale italiano insistono decine di migliaia di imprese che, sulla base di una concessione, hanno consentito a Stato, Regioni e tessuto economico nazionale di mettere a reddito, con investimenti e lavoro
privati di intere generazioni, aree di indubbio valore paesaggistico ma che, in assenza di questi interventi, sarebbero restate aree da mantenere senza la produzione di reddito alcuno. Parlare di concessioni demaniali come di una questione dei «gestori degli stabilimenti balneari» è quanto meno riduttivo. Imprese della ristorazione, locali di intrattenimento, campeggi, pertinenze di villaggi e alberghi, imprese di servizio alla balneazione, tutte diffuse sull`intero territorio nazionale, che insistono su terreni demaniali costituiscono una parte assolutamente consistente e specifica dell`offerta turistica italiana; tra esse sono quelle che valorizzano la loro offerta con la disponibilità delle cosiddette «spiagge private», per non parlare poi di quel composito mondo di porti e approdi turistici al centro dello sviluppo del turismo nautico. Non sono dunque le proroghe, il fulcro della questione, ma la definizione di criteri di rilascio e durata delle concessioni che tengano in debito conto il piano degli investimenti concordato e le caratteristiche della tipologia di attività per la quale la concessione viene rilasciata. Tutto questo tanto nel rispetto della Direttiva Bolkestein quanto del legittimo interesse dello Stato italiano a valorizzare il contributo del turismo al nostro Pil. Per concludere, quello che noi chiamiamo «think tourism first», deve costituire l`obiettivo condiviso da tutti per tornare ad essere i primi attori del turismo mondiale come lo eravamo negli anni 70.