Turismo a rischio collasso

25/07/2005
    domenica 24 luglio 2005

      Pagina 8

        Si blocca la ripresa del settore,
        turismo a rischio collasso

          Finora le bombe di Madrid e Londra non avevano fermato la risalita del movimento crollato dopo l’11 settembre

          Marco Buttafuoco

            «Difficile dire che cosa ci aspetta. Se Sharm rimarrà un episodio isolato, come quello di Luxor o di Taba, potrebbero non esserci essere conseguenze particolari, se non un calo temporaneo del prodotto Medio Oriente. Se la strage di Naama Bay fosse invece l’inizio di un nuovo filone di iniziativa terroristica l’orizzonte potrebbe davvero farsi molto cupo…». Parole del direttore commerciale di un grande gruppo di agenzie di viaggi dell’Emilia Romagna. Il settore del turismo ripiomba nell’incertezza. Un’incertezza che potrebbe non avere futuro. «Quello che inquieta in questi giorni è la frequenza con cui si ripetono gli attacchi dei kamikaze – continua l’operatore che preferisce conservare l’anonimato -. In questo momento, purtroppo, è del tutto impossibile fare previsioni di qualsiasi tipo, sul breve quanto sul medio periodo. Siamo però molto, molto preoccupati. Anche se siamo consapevoli che il viaggio, la vacanza sono diventati parte integrante e forse irrinunciabile del nostro stile di vita: una spesa di prima necessità, non più un lusso da ricchi. La stessa crisi economica ha solo relativamente ridotto la quantità e cambiato la qualità delle vacanze degli italiani, ma non ha segnato una netta inversione di tendenza rispetto agli anni migliori».

              Quello del turismo nazionale o verso destinazioni estere è un settore che ha conosciuto in pochi decenni uno sviluppo davvero tumultuoso. Dati relativi al 2004 dicono che più di 10 milioni di italiani hanno varcato le sole frontiere aeroportuali (un milione circa si è recato proprio a Sharm). Il numero delle agenzie di viaggi, grazie alla pressoché totale liberalizzazione delle licenze, è aumentato esponenzialmente. Le decine di migliaia di addetti oggi temono il ripetersi di situazioni come quella dell’autunno 2001, quando fu fatto largo ricorso a strumenti quali contratti di solidarietà o licenziamenti più o meno temporanei (fra l’altro la sindacalizzazione del settore è molto bassa). Non meno inquietanti sono le conseguenze che ripetuti attacchi come quelli di ieri potrebbero causare alla già stanca economia italiana. Nel 2004 il movimento turistico nel nostro paese, pur in declino, ha interessato circa 38 milioni di persone. E per quest’anno le stime – già prima degli attentati – non erano allegre. Un blocco del turismo internazionale potrebbe costituire un’autentica, definitiva, mazzata.

                A poco meno di quattro anni di distanza dalla tragedia di New York il mondo del turismo organizzato sembra oggi chiamato ad una nuova, durissima, prova. L’11 settembre del 2001, già pochissime ore dopo il crollo delle Torri Gemelle, si ebbe quasi immediato il senso di un vero e proprio collasso di tutto il movimento: annullamenti a raffica di pacchetti già prenotati, agenzie vuote, telefoni muti per mesi e mesi. La ripresa arrivò, lenta e stentata, solo a partire dalla seconda metà dell’anno successivo. Fino al massacro di Sharm la situazione sembrava avere ritrovato un suo punto di equilibrio. E tutto ciò nonostante il ripetersi di eventi traumatici come l’attentato della discoteca di Bali o quello dell’ottobre 2004 a Taba sempre sul Mar Rosso dove avevano perso la vita due turiste italiane.

                  All’indomani delle stragi di Madrid del marzo 2003 gli annullamenti sulla destinazione Spagna erano stati irrilevanti, contrariamente alle previsioni fosche degli operatori. Anche la tragedia dello Tsunami aveva lasciato ferite ben presto rimarginate. Nel frattempo gli alberghi di New York erano tornati a riempirsi e anche mete “calde”, come la Giordania, ricominciavano a “tirare”. Stesso discorso per i lutti del 7 luglio londinese che riconfermava il trend. Le scarsissime cancellazioni, le interviste raccolte dai media fra i viaggiatori in partenza facevano prefigurare l’affermarsi di un tipo di turista oramai abituato a convivere con il rischio terrorismo. Una sorta di rischio vissuto alla stregua delle tante fatalità nella vita quotidiana di chiunque, viaggiatore e non.

                  D’altronde appariva chiaro a tutti che anche le nostre metropoli erano più che possibile bersaglio della follia integralista. «Perché non dovrei partire – dicevano in molti – anche qui in città non sono al sicuro… ». Dal punto di vista del turismo e di tutte le aziende che operano nel settore la strage del Mar Rosso può avere sviluppi diversi e inquietanti. L’attentato di Taba aveva colpito infatti una struttura frequentata da numerosi turisti israeliani; le bombe di Bali una discoteca meta di vacanzieri australiani (l’Australia è schierata in Iraq); gli ordigni di Madrid e di Londra avevano devastato il cuore di paesi visti come nemici mortali dai terroristi. A legare tutti questi episodi di sangue pareva esserci una logica, per quanto folle e squallida. Ma le autobombe di Naama Bay sembrano invece aprire un nuovo fronte. Quello della guerra indiscriminata al turismo in quanto espressione di un occidente materialista e corrotto. Sharm è una destinazione turistica di massa, frequentata da viaggiatori di tutti i paesi europei oltre che per le sue bellezze (gli arabi chiamano il Mar Rosso “l’acquario di Allah”) anche per i prezzi particolarmente economici. Altre volte, proprio in Egitto, gruppi di visitatori erano stati colpiti indiscriminatamente, anche in tempi recentissimi. Ma questi episodi, il più grave dei quali resta la strage di Luxor del 17 ottobre 1997 (morirono sessanta turisti svizzeri), erano configurabili come episodi di una lunga guerra fra governo egiziano e gruppi integralisti e non furono interpretati com atti contro il movimento turistico.