Troppo lavoro, muoiono due cinesi

05/04/2011

GLI OPERAI STRONCATI FORSE DA UN ATTACCO CARDIACO: AVEVANO 29 ANNI

Mistero a Prato: in tre giorni, un uomo e una donna trovati cadaveri fuori dalle fabbriche

NEL GIRO di tre giorni due cinesi vengono trovati morti, sui marciapiedi, fuori da due fabbriche. Nessuna ferita, nessun segno di colluttazione. Semplicemente, a un tratto, si sono accasciati
su se stessi, hanno curvato la testa, pesante, e sono morti. Arresto cardiaco.
Non hanno bisogno delle autopsie, i medici, per confermarlo. Ovunque, il caso verrebbe facilmente archiviato in un solo modo: morte naturale.

Non qui, però, a Prato, nella Chinatown del tessile, dove a morire non sono stati vecchi operai sfiancati da una vita di sacrifici sempre dietro le macchine della casa-bottega, ma due giovani
di ventinove anni. Una donna e un uomo. Trovati, tra venerdì e ieri, in circostanze altrettanto sospette. I corpi erano entrambi in strada: nel primo caso abbandonato a se stesso, nel secondo
portato fuori e assistito da amici e parenti, che in ognuna di queste mini-aziende a conduzione familiare, sono anche compagni di lavoro.

Li HuaFeng, si chiamava lei. Shi Son Bin, lui. Morti sul posto di lavoro. L`uomo, clandestino, in un laboratorio di confezioni, pure clandestino: aveva appena finito il turno di notte e si era adagiato sulla sua branda, in uno sgabuzzino, accanto allo stanzone dove le macchine martellavano a ritmo
continuo sui tessuti. Il tempo di chiudere gli occhi. Un malore lo coglie nel sonno. Lo trovano i compagni e la moglie, senza più vita. Lo portano fuori, in strada per provare a rianimarlo. E da
qui chiamano i soccorsi.

Li Hua Feng, invece, è morta in pieno pomeriggio a Mezzana, qualche chilometro da Prato. Lei aveva regolare permesso di soggiorno, e l`azienda dove lavorava è registrata. La titolare, Yang Weie, 30 anni, è sua cugina ed è stata indagata per omissione di soccorso.
Il cadavere della donna è stato infatti trovato riverso sul marciapiede, senza nessuno attorno. Accanto c`era un mestolo di legno, e sul collo degli strani lividi. «Hanno provato a rianimarla facendo pressione con due dita sotto la lingua: sono tecniche della tradizione cinese» spiega Antonino
Denaro, l`avvocato che difende la Weie.
Restano delle stranezze: qualcuno ha chiamato i soccorsi soltanto un`ora dopo la morte accertata di Li Hua. E alcuni testimoni raccontano che poco prima stava dicendo alla cugina di voler cambiare vita, a Bologna, dove avrebbe potuto ricominciare come parrucchiera. E poi, perché lasciarla per strada e fare finta di nulla? Anche qui, in azienda c`erano dei clandestini, che era meglio che nessuno vedesse.
In questa città dentro la città, fatta di capannoni tutti uguali, dove si lavora, si mangia, si dorme e si figlia ammassati in pochi metri quadrati, fa paura sentire che due operai, poco più che ragazzi,
sono morti. Massacrati, forse, da orari di lavoro insostenibili. «Sarà difficile provarlo – spiega Carlo Pasquariello, Capo Gabinetto della Polizia di Prato – Sono i cinesi stessi a spiegarci che i loro ritmi sono diversi dai nostri. E che per loro è abitudine».